
È in corso in questi giorni il 17esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Un momento di grande importanza, dato che i gerarchi del Partito si riuniscono per definire le linee guida dalla politica da adottare nei prossimi cinque anni. Per capire le dinamiche che caratterizzano un Paese tanto complesso, Panorama.it ha intervistato il sinologo Jean-François Huchet, economista esperto di Cina e direttore del Centro di Studi Francese sulla Cina Contemporanea di Hong Kong.
Direttore, in molti parlano di “apertura democratica” del Partito. Lei cosa ne pensa?
Non c’è nulla da attendersi in termini di “apertura” dalla Cina. Anzi, la Cina dimostra giorno dopo giorno che sui temi dei diritti umani e delle minoranze non è cambiato nulla: solo nelle ultime settimane, la repressione nello Xinjiang è ancora più dura, non c’è stata nessuna evoluzione in Tibet, non è stata concessa maggiore libertà di stampa, non sono state esercitate pressioni sulla Birmania.
Quali sono le correnti principali all’interno del Partito?
Fino a due anni fa, erano identificabili due correnti all’interno del Partito. Una a favore di una crescita economica controllata intorno 7/8% e della redistribuzione del reddito, che rappresentava la linea ufficiale del Partito. L’altra a favore della “crescita a tutti i costi”, giudicata fondamentale per mantenere l’equilibrio nel Paese. Oggi, grazie al duro lavoro del Premier Wen Jiabao, sembra ci sia una convergenza verso una posizione che sostiene possibile coniugare un tasso di crescita molto elevato (circa 10%) con politiche redistributive.
Quanto incidono i gruppi di dissidenti in Cina?
Beh, politicamente non hanno il diritto di fare nulla. Sono sottoposti a un controllo totale e il forte apparato di polizia del Paese blocca ogni loro azione. Tuttavia, si tratta di personalità importanti nella società cinese, in grado di portare avanti campagne di protesta individuali molto dure e difficili. Avvocati, ambientalisti e giornalisti sono una voce morale molto importante, anche se non possono organizzarsi in alcun modo.
Che cosa potrebbe succedere nell’economia mondiale se alla crescita economica si accompagnasse un aumento dei livelli retributivi dei cinesi?
In realtà, in virtù di un progressivo aumento del costo del lavoro nel Paese, sono già tanti gli investitori che hanno iniziato a spostarsi in India e nel Sud Est Asiatico. Ciò non significa che l’economia cinese sia destinata a rallentare. I fattori che definiscono la crescita di un Paese sono tre: consumo interno, investimenti e commercio estero. Fino ad oggi la Cina è stata trainata dagli ultimi due, ma un aumento delle retribuzioni darebbe maggiore importanza al primo, permettendo di mantenere una crescita a due cifre.
Fino a che punto la Cina può essere considerata ancora un Paese comunista?
Politicamente continua ad essere un Paese comunista, anche se l’evoluzione che oggi la caratterizza è difficilmente classificabile non esistendo altre esperienze di socialismo simili. Gli elementi centrali del comunismo, vale a dire pianificazione, sistema di prezzi fissi, controllo dello Stato sull’economia, non esistono più, ma allo stesso tempo il Paese è molto lontano dagli schemi del capitalismo occidentali. È un sistema autoritario con specificità sue, che potrebbe essere definito “capitalismo burocratico controllato dallo Stato”.
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- Venerdì 19 Ottobre 2007
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