“Caro vicepresidente Gore, le scriviamo per stigmatizzare le pressioni che sta mettendo in atto contro il popolo del Sud Africa che combatte per avere accesso ai farmaci essenziali… Come vicepresidente degli Stati Uniti lei è nella posizione di fare molto bene o molto male al mondo. Agli elettori americani presto si chiederà di decidere se sarà lei il prossimo presidente. Per favore ci dica perché dovrebbero sceglierla”.
Era l’agosto del 1999. A firmare questa lettera ad Al Gore, ex vicepresidente degli Usa, insignito ora del premio Nobel per la pace, ci sono fra gli altri Bernard Pécoul e Joelle Tanguy, di Medici senza frontiere (Msf), organizzazione cui venne dato il Nobel per la pace proprio quell’anno. Un riconoscimento all’impegno profuso, al contrario di Gore, per l’accesso ai medicinali ai paesi del Terzo mondo: il milione di dollari del Nobel fu interamente devoluto allo sviluppo di questa campagna. Senza entrare nel merito dei contenuti del documentario An Inconvenient Truth, una verità scomoda, bocciato dall’Alta corte di Londra perché contiene più di una “inesattezza”, viene da chiedersi secondo quali criteri vengono decisi i Nobel per la pace.
“Possiamo riconoscere a Gore una capacità redentoria, pari solo a quella di Bill Clinton oggi attivo sul fronte dell’accesso ai farmaci essenziali attraverso la sua fondazione; ma è singolare che nella omologazione mediatica di questi giorni ci si sia scordati del ruolo che ebbe nel difendere il monopolio delle multinazionali, precludendo l’accesso a farmaci essenziali” dice Nicoletta Dentico, allora direttore esecutivo in Italia di Msf. Nel 1997 il Sud Africa, uno dei paesi più colpiti dall’aids (6 milioni di infetti), emanò una legge per eludere, le pastoie di Big pharma e disporre così di farmaci antiretrovirali a buon mercato.
Grazie al Medicines act varato da Nelson Mandela, altro Nobel per la pace, il ministro della Sanità autorizzò sia il “compulsory licensing”, la licenza obbligatoria che consente di produrre versioni generiche a minor prezzo di farmaci essenziali sotto brevetto (pagando una simbolica royalty), sia il “parallel importing”, un mercato parallelo che permette di importare farmaci da paesi dove costano meno e rivenderli senza l’autorizzazione delle multinazionali.
La decisione del Sud Africa scatenò un putiferio. Anche se il governo sudafricano agiva nel pieno rispetto dei diritti sulla proprietà intellettuale, i Trips, sanciti in seno agli accordi internazionali del Wto, che autorizzano l’esenzione dal brevetto per farmaci essenziali nei paesi più poveri, un consorzio di 39 industrie farmaceutiche (per un terzo Usa) intentò causa a Pretoria. A fiancheggiarle c’erano l’amministrazione democratica e Al Gore. E dall’altra parte della barricata Nelson Mandela.
Il braccio di ferro tra Usa e Sud Africa finì nel 2001, quando la causa venne ritirata dalle multinazionali. “Temendo di perdere i voti dei neri americani e sotto la pressione della mobilitazione della società civile internazionale durante la corsa alla presidenza, Gore favorì la fine della controversia” racconta Maurizio Bonati, epidemiologo al Mario Negri di Milano.
Molte le singolarità del comitato del parlamento norvegese che seleziona i Nobel per la pace. “I criteri di attribuzione del premio non brillano per coerenza interna” commenta Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli. “Basta scorrere la lista: la presenza di Kissinger e Sadat ne è forse il paradigma estremo. Considerazioni politiche e contingenti giocano un ruolo determinante. A scelte esemplari, rare, per intelligenza e tempestività, come le due donne Aung San Sun-Kyi e Shirin Ebadi, se ne affiancano altre discutibili”. Accanto ad Amnesty international (1977) figura l’ex presidente americano Jimmy Carter (2002). Ancora, oltre al Nobel per la pace a Madre Teresa di Calcutta (1979) c’è quello a Yasser Arafat (1994).
“Forse il merito di Gore, agli occhi del comitato norvegese, è aver portato in primo piano il problema globale della tutela dell’ambiente” dice Kerry Emanuel, docente di meteorologia al Mit di Boston. “Purtroppo emerge solo Gore e finiscono in ombra i 2.500 scienziati dell’Ipcc, l’organizzazione dell’Onu che lo affianca nel Nobel e ha redatto il rapporto sull’ambiente, dando i numeri del disastro” dice Dentico.
Il Nobel per la pace dovrebbe essere dato a chi veramente si è speso per difenderla. “Legare i cambiamenti climatici a possibili destabilizzazioni e quindi a guerre significa prenderla alla lontana. È vero che affrontando il problema del riscaldamento globale si affronta quello delle risorse energetiche che producono conflitti, ma in anni come questi il Nobel della pace lo si deve collegare alle sofferenze della guerra o, meglio, delle guerre in corso” afferma Angelo Stefanini, membro fondatore dell’Osservatorio italiano sulla salute globale.
Il Nobel a Gore, secondo molti commentatori, era prevedibile. “C’è stato un forte lobbying per farlo passare. Prima l’Oscar, poi il Nobel. Se dopo i poll si dovesse vedere che i due candidati democratici alla presidenza, Hillary Clinton e Obama, non ce la fanno, si tirerà fuori l’asso dalla manica, cioè lui” ipotizza Stefanini. Fu negli anni 90, durante la vicepresidenza Gore, che gli Usa votarono le sanzioni contro l’Iraq. “Sanzioni che secondo Unicef e Oms hanno causato la morte di 1 milione di bambini. La piaga della guerra senza fine in Iraq resta aperta” ricorda Stefanini. A chi il prossimo Nobel per la pace?
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- Domenica 21 Ottobre 2007


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Commenti
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Il 21 Ottobre 2007 alle 17:10 laofa ha scritto:
Al Gore è un sostenitore dell’aborto funzionale al controllo demografico, in linea con le teorie ecocatastrofiste che spingono a promuovere la denatalità quale soluzione ai problemi della “Dea Madre/Gaia”. La stessa organizzazione delle Nazioni Unite è impegnata a prmuovere campagne abortiste e di sterilizzazione in tutto il mondo, favorite dall’azione di gruppi femministi radicali sostenuti da burocrati operanti all’interno del Palazzo di Vetro. Il conferimento del Nobel, oltre che ad Al Gore, all’IPCC (Comitato delle N.U. per i cambiamenti climatici)è un’ulteriore prova che le grandi organizzazioni internazionali (compresa la Comunità Europea e l’Organismo Mondiale per la Sanità) sono impegnate in estese campagne di ingegneria sociale finalizzate, oltrechè all’aborto e alla sterilizzazione, alla sessualizzazione della società (imponendo bisessualità, omosessualità e transessualità come condizioni normali, al posto della eterosessualità), cominciando dagli asili nido. Molto significativa è, in Germania, l’azione del Ministero della Famiglia, finanziante centri di Consulenza presso varie università, con strategie elaborate da un Gruppo di lavoro interministeriale (Gender Mainstreaming). Lo scopo è quello di far passare l’eterosessualità per anomalia, in ossequio alla “ideologia di genere” appoggiata dal femminismo radicale. L’ UE è pure molto impegnata in questo senso, ma a quanto pare chi decide le strategie pare svincolato da ogni parere degli elettori che hanno inviato rappresentanti delegati ad operare nel Parlamento Europeo. Con questa iniziativa, l’Organizzazione del Nobel ha dato un grosso colpo alla sua credibilità.
Il 22 Ottobre 2007 alle 2:30 luanmagi ha scritto:
Al Gore non c’entra nulla nè col Nobel, nè con la pace. glielo hanno dato, hanno “sbagliato”, capita. ma l’hanno dato anche ad Arafat. Ma hanno avuto la coscienza di darlo anche ad Albert Schweizer.
In definitiva si riduce tutto a un problema di ignoranza. Chi non si informa crederà alla favoletta. Peccato solo per l’immagine del Premio e il probabile mancato rispetto della volontà di chi lo ha istituito.
Il 22 Ottobre 2007 alle 2:33 luanmagi ha scritto:
P.S. in fondo ci hanno fatto un favore. All’estero ci trattano, o ci guardano, come quelli che sanno fare le napoletanate”. non siamo più soli :=)
Il 24 Ottobre 2007 alle 15:58 Corrado Buccieri ha scritto:
Anche i Nobel si cominciano a dare come
le lauree ad onorem. Tutte pacchianate.
Il 3 Gennaio 2008 alle 11:04 I cretini al potere e le altre chicche del nuovo anno » Panorama.it – Libri ha scritto:
[...] Anche nel primo semestre del 2008, Mondadori presenterà l’immancabile Andrea Camilleri: a febbraio lo scrittore di Porto Empedocle tornerà in libreria con Il tallieur grigio, che avrà come protagonista una conturbante (e adultera?) femme fatale alle prese con un diligente e vecchissimo marito. La saggistica di Segrate punterà poi su Rovesciare il ‘68 di Marcello Veneziani, un pamphlet che si annuncia esplosivo, e che si presenta come un “viaggio nella piccola preistoria degli attuali pregiudizi”. Insieme con i due autori, ci saranno moltissimi classici e anche qualche novità, come la storia di Bianca Maria, giovane e incompresa prostituta del ‘600, raccontata dalla penna di Vincenzo Cerami. Punta molto sul giallo la casa editrice Longanesi: ad aprile ritorna James Patterson con L’ultimo avvertimento, il nuovo caso dell’ispettore Alex Cross che in Italia con i suoi precedenti delitti (risolti) ha venduto più di mezzo milione di copie. Tra i medi e piccoli editori, Castelvecchi si fa avanti con Cretini al potere, un saggio di Diego Armario che spiega come la stupidità non sia affatto in conflitto con ruoli di responsabilità. Chi volesse invece trovare conferma della forza editoriale del Nobel, basta che sfogli i cataloghi del gruppo Rcs. Al Gore, premiato quest’autunno con quello della pace, a inizio anno pubblicherà storie che hanno sempre al centro il tema ambientalista firmate Bompiani e Rizzoli. Sempre Rizzoli restituirà a febbraio Matt Groening al pubblico italiano. Dopo il successo del film, il creatore dei Simpson ritornerà in libreria con i suoi personaggi preferiti in tre libri il cui titolo è ancora top secret. Dalla Sicilia arrivano i gialli: nei primi mesi dell’anno nuovo, Sellerio porterà in Italia l’ultimo libro di Alicia Gimenez Bartlett, Giorni d’amore e di inganni e, sempre per gli amanti del genere, pescherà dalla damnatio memoriae un ormai dimenticato Giorgio Scerbanenco, La lupa in convento. Facciamo un passo indietro e dai noir ritorniamo alla saggistica: in attesa del secondo volume dell’Antimeridiano di Luciano Bianciardi, a marzo la casa editrice Isbn presenterà al lettore italiano un’antologia di racconti di dieci scrittori delle nuove metropoli asiatiche, insieme ad una storia delle intercettazioni a firma dello studioso Peter Szendy, che ne analizza le (poche) virtù e i (molti) vizi in un’estetica di poco meno di duecento pagine. Che dire: per il bene di tutti (e con buona pace della benemerita casa editrice) resta solo da augurarsi che di qui a febbraio il tema non sia ancora così rovente. [...]
Il 14 Maggio 2008 alle 14:30 francesco scinico ha scritto:
ma fatemi il favore. Surriscaldamento globale dei miei stivali.
http://www.scinico.org/2008/05.....obale.html
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