“Se la Fao non realizza grandi cambiamenti, il suo andamento attuale la porterà al declino terminale”. Una bomba è esplosa la settimana scorsa tra i privilegiati dirigenti (1.600) e impiegati (2 mila) della Fao, Food and agriculture organization, una delle più antiche agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma. La bomba è arrivata con il primo rapporto stilato da un comitato di valutazione esterna indipendente. Un lavoro durato oltre tre anni: 2.500 interviste, 35 paesi visitati, 3 mila risposte, 12 questionari presentati.
È la prima volta che succede alla Fao. Gli stati membri, alcuni di quelli più influenti tra cui gli Stati Uniti, il Giappone, la Francia e un po’ più clandestinamente l’Italia (che in quanto paese ospite deve dare un colpo al cerchio e uno alla botte) hanno detto basta a una gestione che non condividono. E hanno chiesto un lavoro di indagine per fare pelo e contropelo a tutte le componenti dell’organizzazione per la lotta alla fame nel mondo.
Il risultato? Un malloppo di 460 pagine da cui emerge la grande responsabilità del management e su tutti quella dell’imperatore della Fao, il senegalese Jacques Diouf, 69 anni, che governa incontrastato da 13 anni, con altri 5 già assicurati: sprechi, burocrazia, mancanza di collegamento tra centro e periferia, mancanza di una strategia di sviluppo e mancanza di rigore finanziario. L’agenzia Onu è in crisi non da oggi: tra il 1994 e il 2005 i fondi destinati dai 189 paesi membri (più quelli dell’Unione Europea) sono diminuiti del 31 per cento.
Perché questo avviene se i contributi sono obbligatori? Molti paesi membri contestano la gestione del direttore generale Jacques Diouf, che gode però dell’appoggio del cosiddetto G77, ovvero del blocco dei paesi in via di sviluppo (tra cui c’è anche il gigante cinese), e non hanno altro modo per manifestare il loro dissenso se non quello di essere morosi, oppure di versare il contributo obbligatorio con ritardo.
Se poi contiamo che in sede deliberativa il voto degli Stati Uniti conta come il voto delle isole Vanuatu (anche se il contributo in dollari è ovviamente differente), comprendiamo perché alcuni paesi importanti abbiano spinto per la compilazione di questo rapporto.
Anche nelle raccomandazioni che gli autori del dossier (l’avvocato canadese Keith Bezansons e altri cinque tecnici) fanno ai paesi membri (”governance”) si legge che è indispensabile “creare un nuovo consenso. Si tratta di accrescere la trasparenza su un certo numero di fronti, compreso quello per la scelta del direttore generale”.
Sotto accusa il terzo mandato (ognuno dura 6 anni) che Diouf si è fatto assegnare. L’aspetto comico è che appena rieletto Diouf per la terza volta si è deciso che in futuro i direttori generali non potranno restare in carica per oltre due mandati. Il rischio è quello di doversi tenere Diouf fino al 2012; c’è solo una possibilità invece che questo rapporto possa in qualche modo (come è successo in passato per altre agenzie delle Nazioni Unite) portare il capo della Fao alle dimissioni. Difficile per un personaggio abile e capace di gestire il proprio potere come Diouf. Nel rapporto viene auspicato “Il rifacimento dei sistemi amministrativi e della cultura istituzionale della Fao”. E ancora: “La Fao è scombussolata, i suoi sforzi sono frammentati e ci si focalizza su piccole componenti anziché adottare una visione d’insieme. Non c’è consenso per quanto riguarda un’ampia strategia che definisce i compiti di elevata e media priorità, le funzioni da mantenere e quelle da scartare. Tutto questo pregiudica la fiducia nell’organizzazione e contribuisce a una riduzione continua delle sue risorse finanziarie. Le capacità della Fao si riducono e molte delle sue competenze essenziali sono attualmente minacciate. In qualche modo, è stata messa sotto vigilanza sul piano istituzionale ed è stata così mantenuta in vita, ma gli manca la capacità o la volontà di rinvigorire l’organizzazione nel suo insieme”.
Parole durissime, che fanno riferimento alla “capacità” e alla “volontà”. “Se la Fao continua nella sua traiettoria attuale” prosegue l’atto d’accusa “non sarà in grado di affrontare le sfide del nuovo contesto, di rispondere alle attese dei suoi membri, di sfruttare i suoi vantaggi comparativi e di conservare le sue competenze essenziali”.
Ce n’è per far dimettere Caligola, ma nei corridoi del palazzo romano, a un passo dal Circo Massimo, c’è chi tra i massimi dirigenti è pronto a scommettere che il terremoto non scalfirà la poltrona di Diouf. Troppe “raccomandazioni”, troppe vie d’uscita indicate dal rapporto (oltre 100), potrebbero di fatto far dire tutto e non far fare niente. A metà novembre si terrà l’assemblea dell’agenzia Onu e certamente i paesi più scontenti della gestione Diouf (e che hanno fatto pressione per far stilare il rapporto) tenteranno di discutere l’ingombrante documento. A meno che, con un colpo da maestro, il direttore generale Diouf non riesca a far stralciare la discussione in “un momento più opportuno”. Resistere fino al 2012, fino al termine del mandato, anche se l’agenzia quel giorno forse avrà cessato di esistere. “Più che il dolor poté il digiuno”, e trattandosi di fame nel mondo la citazione è assai appropriata.
- Domenica 28 Ottobre 2007

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Commenti
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Il 29 Ottobre 2007 alle 9:44 gek ha scritto:
La notizia non è altro che l’ennesima conferma di una mia personale idea, che già in altre occasioni ho espresso grazie a queste pagine elettroniche.
Sono sempre più convinto che l’ONU, come tutte le sue varie ramificazioni, così com’è non serve più a niente.
O si cambia in fretta tutto questo carrozzone, o presto anche l’ONU diverrà un pozzo senza fondo(Ma credo lo sia già)sopratutto per i Paesi Occidentali, senza servire a niente e a nessuno.
Il 16 Novembre 2007 alle 15:26 America Latina, guerra alla denutrizione. Parla l’inventore di “Fame zero” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Proprio nella capitale cilena Panorama.it lo ha incontrato nel suo ufficio di Vitacura, a un passo dalla Cepal, il Centro studi economici dell’Onu per l’America Latina. Obiettivo: farsi spiegare come pensa di salvare i 53 milioni di esseri umani denutriti che ancora oggi (le stime sono della stessa Fao) vivono nei 34 paesi dell’area latinoamericana e caraibica, alcuni dei quali poverissimi come Haiti o il Guatemala. “Quello del Paese centramericano è un caso di scuola. E non è un caso che proprio qui, due anni fa, sia nato il progetto”, attacca Graziano che sino al 2009 guiderà la Fao in America Latina con lo scopo di estendere “Fame Zero” a tutti i governi dell’area. [...]
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