Archivio di Novembre, 2007

Tutti per uno, o quasi. Per l’elezione del Presidente della Repubblica in Libano, maggioranza e opposizione convergono ormai sul nome di un candidato che raccoglie consensi trasversali: il capo dell’esercito. Michel Suleiman (o Sleiman o Sleimane, a seconda delle diverse traslitterazioni dall’arabo) mette d’accordo Arabia Saudita e Vaticano e persino Stati Uniti e Siria (che hanno dato apertamente il loro via libera e che la Conferenza di Annapolis sembra aver riavvicinato agli Usa, a scapito dell’Iran).
Se la votazione in Parlamento è stata rinviata per la sesta volta, slittando dal 30 novembre al 7 dicembre, è perché restano da superare due ostacoli, uno tecnico e uno politico. La Costituzione libanese preclude la carica di Capo dello Stato agli alti funzionari pubblici in servizio: quindi per permettere l’elezione di Suleiman la legge fondamentale dovrebbe essere emendata dal Parlamento, con l’avallo della maggioranza di governo, ma c’è chi mette in dubbio la legittimità di una nuova legge di riforma come questa in una fase di vuoto istituzionale. Inoltre l’opposizione non ha espresso il suo appoggio in modo univoco: gli Hezbollah non hanno sciolto le riserve e hanno organizzato per questo weekend nuove proteste contro il governo, mentre Michel Aoun, il leader dei maroniti alleati con Hezbollah, ha affermato di sostenere l’elezione di Suleiman “per due anni” soltanto se cambierà anche la composizione del governo. Una dichiarazione ambigua, come sottolinea il quotidiano libanese L’Orient Le Jour (il cui editore Michel Eddé era tra i candidati alla presidenza prima che entrasse in scena Suleiman).
E pensare che il capo dell’esercito era considerato inizialmente più vicino all’opposizione, visto che fu la Siria a consentirgli di diventare il numero uno dei militari nel 1998.
Poi, mantenendosi neutrale nello scontro politico seguito all’assassinio di Rafiq Hariri, collaborando con le forze internazionali dell’Unifil e combattendo gli estremisti islamici nel campo di Nahr Al Bared, si è fatto apprezzare anche dalla maggioranza ed è diventato simbolo dell’unità nazionale. Se gli Hezbollah non caldeggiano la sua candidatura, è forse perché, più che fare riferimento alla Siria, rispondono all’Iran, che da Annapolis non ha ottenuto nulla.

Ha fatto scandalo in Israele una frase che Ehud Olmert ha pronunciato in un’intervista esclusiva ad Haaretz, all’indomani della conclusione della Conferenza di Annapolis: “Se fallisse la soluzione dei due stati e dovessimo affrontare una lotta di tipo sudafricano per uguali diritti di voto - ha detto il numero uno di Kadima - sarebbe la fine dello Stato di Israele: anche le organizzazioni ebraiche americane ci toglierebbero il sostegno sostenendo che non potrebbero appoggiare uno stato che non garantisce la democrazia”.
L’affermazione del premier israeliano si basa su un calcolo politico-demografico: se fallisse l’ipotesi dei due Stati, e dovesse di nuovo prendere corpo l’idea di un unico Stato binazionale (più volte caldeggiato da alcuni leader arabi) dal fiume Giordano al Mare Mediterraneo, l’estensione del diritto di voto a tutta la popolazione musulmana della West Bank (quattro milioni di persone) farebbe venire meno il carattere “ebraico” allo Stato fondato da Ben Gurion. A scatenare la rabbia degli israeliani (e degli ebrei della diaspora) non è soltanto il fatto che Olmert abbia parlato di “fine di Israele”, ma anche che abbia fatto un parallelo, ritenuto oltraggioso, con il regime dell’apartheid. Ecco alcuni commenti, apparsi a margine del lancio-intervista apparsa su Haaretz, considerato il punto di riferimento della sinistra pacifista.
Shalom
Che diavolo di primo ministro è uno che arriva a minacciare la distruzione del proprio Paese se non seguiremo la sua politica? Israele ha bisogno di un nuovo capo, e non di un altro stato arabo, se non vuole morire.
Sptz
Ma questo non-leader imbolsito e insignificante che risponde al nome di Olmert non ha qualcuno che gli suggerisca che cosa è possibile dire nel nostro Paese? Il solo aver menzionato l’apartheid sudafricano è pura scemenza: Israele, continuare a tenere quest’uomo al comando è contro la nostra sicurezza.
Jeremy
Olmert è il peggior primo ministro che abbia mai avuto Israele, ed è tutto dire che visto che abbiamo avuto Barak. La soluzione dei due Stati è morta, e chiunque abbia un po’ di sale in zucca lo sa: che ci siano ancora dei dirigenti che sostengano quest’ipotesi dei due Stati è del tutto irrilevante.
Gai
Non c’è bisogno di un altro Stato musulmano che si vada ad aggiungere agli altri trenta che ci circondano. La West Bank e Gaza sono cantoni di Israele simili a quelli che ci sono in Svizzera. Alcuni di questi dovrebbero essere assorbiti dalla Giordania perché la Giordania è la patria dei palestinesi. Qualsiasi altra soluzione è sbagliata.
Yossi
“Israele è finito”. Il linguaggio di un leader codardo a un popolo spaventato e codardo. Con un leader così non c’è da stupirsi che il mondo abbia preso gli ebrei per un punching ball negli ultimi 2000 anni. Un altro pugno e sì che Israele morirà. Grazie Ehud Olmert, per aver distrutto Israele.
Warrior
Non ci sarà mai uno Stato arabo sulla terra di Israele.
Outraged
Olmert è un perdente. Non ci sarà nessuno secondo Stato, non lo vuole nessuno. Gaza all’Egitto e alcune aree musulmane della West Bank alla East Bank, cioé alla Trans-Giordania.
Yohan
La soluzione dei due Stati c’è già. La Giordania, parte del territorio della Palestina disegnata dalle Nazioni Unite nel 1948, rappresenta il 77% del territorio assegnato allora e la sua popolazione è per il 75% palestinese. Se Olmert sogna un secondo Stato palestinese composto da West Bank e Gaza, è ovvio che questo nuovo Stato finirà per formare una Grande Palestina assieme alla Giordania con più dell’82% del vecchio territorio sotto controllo britannico. Questa Grande Palestina diventerebbe in breve tempo uno Stato musulmano e Israele, senza confini difendibili, di fatto scomparirebbe.
David
Siete caduti nella trappola di Olmert. Quest’uomo è un criminale di guerra (per aver inviato truppe in Libano senza un piano e senza adeguata preparazione) e perché è coinvolto in un procedimento di corruzione. Anapolis era una foglia di fico e lo state sostenendo trattandolo così seriamente dopo quello show vuoto che ha usato per distogliere l’attenzione dai suoi problemi personali.
no doubt about it
Dunque, secondo Olmert, se non diamo uno Stato ai palestinesi (come se sapessero gestirne uno) saremmo finiti. Ripeta: Israele è finito senza uno Stato palestinese. Ragazzi, quest’uomo ha bisogno di urgente trattamento medico. Olmert ignora totalmente le nostre capacità, il nostro sostegno all’estero e anche la nostra storia.
Sam Popack
Olmert è un codardo e un immorale. Se il resto di Israele si dimostrerà corrotto quanto lui, che apra un negoziato con l’Iran e decida una resa disonorevole.
Avraham
Elezioni, subito Bibi presidente.
Steven
Ai palestinesi dovrebbe essere assegnata la terra confiscata agli ebrei che vivevano nei Paesi arabi. Se gli arabi credono tanto alla causa palestinese perché non li assorbono nella loro terra?
Yoshua
Lei è il peggior primo ministro che Israele abbia mai avuto e se non si dimette al più presto potrebbe anche essere l’ultimo primo ministro di Israele.
Yossi Cronenberg
Se avessimo avuto un po’ di sale in zucca, avremmo sgomberato i coloni terroristi da molto tempo.
Iranian-American
Quindi Ahmadinejad ha ragione, signor Olmert?
Dr. L. Brnd
Chi è che vuole un regime di apartheid senza ebrei? I palestinesi. Lo hanno già imposto a Gaza dove la minoranza cristiana è sottoposta a ogni genere di vessazioni. Israele non è la Serbia, mio caro Olmert.

“O voi che credete, non scegliete per vostri amici e alleati i cristiani e gli ebrei. Essi sono alleati tra loro. E chi li sceglie per alleati è uno di loro”. Sul portone principale della moschea di Zeynep Sultan, nel popoloso quartiere di Eminonu a Istanbul, qualche giorno fa è comparsa questa scritta: è il verso 51 della Sura della Tavola imbandita. Ad affiggerla è stato lo stesso imam, che ora deve pensare a come arginare l’ondata di domande che gli vengono poste dai giornalisti più che dai fedeli.
Inutile il tempestivo intervento del vicepresidente del direttorato per gli Affari religiosi (il ministero che, in uno stato laico come la Turchia, gestisce tutte le questioni connesse con la religione): da quando infatti il giornale a larga diffusione Hurriyet ha diffuso la notizia, nel Paese è scoppiato un aspro dibattito politico-teologico che non risparmia paginate sui giornali, larghi spazi in programmi televisivi e una serie infinita di botta e risposta nei blog in internet. Un buon musulmano, ha chiesto ai propri lettori l’Hurriyet, deve accettare ciò che dice il Corano tout court o può permettersi di essere selettivo? Se per l’opinionista del Turkish Daily news Burak Bekdil un “musulmano dogmatico” non può permettersi di essere selettivo, per molti altri commentatori turchi, assestati su posizioni squisitamente laiche, ci sarebbe invece da chiedersi se il Corano in sé possa essere preso alla lettera.
Appare chiaro che l’affissione del versetto susciti polemiche oltre che per un innato amore dei turchi al dibattito anche per le sue implicazioni sulla politica estera orientata all’adesione all’Unione europea ed a un’alleanza strategica con Stati Uniti ed Israele. Un punto fermo alla questione, capace di riconciliare, ha cercato di metterlo proprio il numero due del Direttorato, Izzet Er. “Abbiamo raccomandato ai nostri imam – ha spiegato – di usare versetti che non creino fraintendimenti se presi fuori dal loro contesto”. “Questo versetto si riferisce a un periodo di guerra. In quel tempo i musulmani erano in guerra con gli ebrei. In tempi di pace un versetto del genere non si applica e, anzi, i musulmani devono essere amici con chi non la pensa come loro”. Per ora, però, il dibattito nel Paese della Mezzaluna resta aperto.

Gli agenti tedeschi non riescono a intercettare le conversazioni telefoniche dei terroristi con Skype, il software per le chiamate attraverso internet: lo ha denunciato Jörg Zierke, capo del Bka, la polizia investigativa. A differenza delle normali telefonate, infatti, i dati della voce sono scomposti in pacchetti che viaggiano separatamente nella rete e poi sono riuniti all’indirizzo del destinatario. Un sistema che rende difficile l’ascolto da parte delle forze dell’ordine.
Zierke, però, ha proposto una soluzione originale: entrare nei computer dei presunti terroristi prima che la chiamata sia cifrata da Skype, oppure dopo che è stata decodificata dal ricevente. E come? Con un “software di forensica remota”: in pratica un cavallo di Troia informatico come quelli utilizzati dagli hacker per violare i sistemi di sicurezza e accedere alle informazioni contenute nelle memorie dei computer. Un’idea che non piace ai legislatori tedeschi: è troppo vicino il ricordo della Stasi, la polizia segreta della Germania Est che controllava minuziosamente i suoi cittadini, come racconta il recente film “Le vite degli altri”. Al momento sono circa 230 le persone sotto stretta sorveglianza da parte delle forze dell’ordine tedesche.

L’embargo internazionale sulle importazioni di armi e di altri materiali strategici imposto dalle Nazioni Unite a stati sconvolti da guerre civili o colpevoli di violazioni del diritto internazionale funziona davvero? Un originale rapporto realizzato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (il Sipri, già noto per l’annuale rapporto sulle spese militari e il commercio di armi) e dall’Università di Uppsala ha cercato di rispondere a una domanda che investe anche l’efficacia reale delle iniziative assunte dal Palazzo di Vetro. Nel report intitolato “Gli embarghi delle Nazioni Unite” sono stati presi in esame ventisette casi decisi dall’Onu a partire dal 1990 ai quali sono abbinati undici studi resi noti successivamente alla pubblicazione del rapporto sul sito del Sipri: Eritrea-Etiopia, Haiti, Liberia, Libia, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Somalia, Afghanistan talebano ed ex-Jugoslavia.
Nei fatti nessun embargo è stato esente da violazioni più o meno gravi. Basti pensare agli ingenti quantitativi di armi giunti agli eserciti etnici in ex Jugoslavia da tutta l’Europa, o alle armi arrivate alle milizie somale dallo Yemen e dall’Etiopia, o alle forniture russe, ucraine e cinesi che hanno alimentato gli eserciti etiopico e eritreo. Fino ai casi più eclatanti degli armamenti e tecnologie sofisticati forniti sotto banco a Saddam Hussein.
Il rapporto mette in luce che l’embargo ha rappresentato uno dei metodi applicati per attuare il compito primario dell’Onu: prevenire o far cessare i conflitti. Nell’analizzare il loro impatto politico ed economico, il rapporto evidenzia come la corruzione abbia costituito uno dei principali limiti alle misure adottate per fermare i traffici di armi e sottolinea come il blocco venisse maggiormente rispettato dove erano presenti forze d’interposizione delle Nazioni Unite.
VIAGGIO TRA STUDENTI LOMONOSOV MOSCA, ATENEO RUSSO NUMERO 1 (di Claudio Salvalaggio) (ANSA) - MOSCA, 29 NOV - C’e’ chi votera’ Putin con entusiasmo o con rassegnazione per mancanza di alternative, chi scegliera’ l’opposizione contro una deriva autoritaria e chi non andra’ alle urne per i motivi piu’ vari, dal timore di brogli al risultato annunciato. Sono gli orientamenti, alla vigilia del loro primo voto, dei giovani studenti del campus della Lomonosov di Mosca, la piu’ antica e importante universita’ russa, quella che sforna la futura classe dirigente.
La prima generazione post sovietica che studia all’ombra di uno dei sette grattacieli staliniani sembra comunque accomunata da una forte apatia politica, dal disincanto di fronte alla mancanza di un autentico sistema pluralista e dalla lontananza dal comunismo, quello che conoscono solo dai racconti dei lori genitori.
Colpisce comunque la generalizzata disponibilita’ a parlare con la stampa rivelando il proprio voto, tranne qualche eccezione, ma anche la scarsa conoscenza di molti protagonisti della scena politica, a partire dal leader di Altra Russia Garry Kasparov, e l’incapacita’ di elaborare una critica analitica dei problemi del Paese, dalla corruzione alla burocrazia.
”Votero’ Putin e Russia Unita: la strada imboccata e’ quella giusta e sono gia’ al potere, meglio garantire la continuita”, dichiara Ivan, studente del terzo anno di giurisprudenza.
”Anch’io votero’ Putin e il suo partito: sono gli unici che fanno qualcosa, forse non sono l’ideale ma manca l’alternativa”, gli fa eco Lisa, studentessa di filosofia, che boccia ”i metodi di lotta” di Kasparov.
Tra gli anti putiniani c’e’ Gleb, studente di matematica: ”non ho ancora scelto, ma votero’ per l’opposizione, piu’ a destra che a sinistra. Nel regime di Putin ci sono tratti di autoritarismo e di culto della personalita”’, accusa, criticando la propaganda elettorale di Russia Unita e gli onnipresenti movimenti giovanili putiniani. Ma guarda ”con sospetto” anche Kasparov ”per la sua vecchia cittadinanza Usa”. Anche Nina, che studia lingue europee, non ama Putin: ”troppe chiacchiere e pochi fatti: ci sono problemi da risolvere in tutti i campi”. Votera’, per la seconda volta, il partito liberale di sinistra Iabloko, anche se ritiene che le elezioni non siano ”del tutto corrette, a partire dalla mancanza di parita’ sui mezzi di propaganda”. Pur avendo delle riserve su Kasparov, dice di non approvare la reazione del potere: ”niente di piu’ facile che togliere di mezzo gli avversari”.
Pavel, studente di filosofia, non va invece a votare ”perche’ hanno abolito il voto contro tutti” e ”nessun partito si avvicina ai miei ideali: il nostro sistema politico non e’ ancora ben sviluppato e l’esito delle elezioni e’ condizionato dall’uso delle risorse amministrative, che e’ nelle mani di un solo partito”. ”Sono rassegnato, ma verra’ il tempo in cui si pensera’ alla politica vera, quando crollera’ il prezzo del petrolio e la gente non sara’ occupata solo a far soldi”, spiega.
Capannello di tre amiche, iscritte a giurisprudenza: Iulia e Irina, pur simpatizzando per Putin, non andranno a votare, ”tanto ha gia’ vinto e il nostro voto non cambia nulla”, dicono. Maria, invece, difende la segretezza del voto ma si lamenta di Russia Unita, ”diventata un partito-stato, come il vecchio Pcus”. Nessuna di loro conosce Kasparov. Anche altre due amiche, studentesse di filosofia, diserteranno le urne: Katia ”per timore di brogli”, Ira ”per le difficolta’ nei visti che mi rendono difficile la vita con mio marito, che e’ americano”. ”Comunque della politica non ce ne frega nulla”, confessano. (ANSA) SAV 29-NOV-07 17:25 NNNN
(ANSA) - MOSCA, 29 NOV - Sono una mezza dozzina i leader politici in corsa per il voto legislativo del 2 dicembre in Russia, anche se rispetto alla popolarita’ del presidente Vladimir Putin tutti gli altri sembrano figli di un dio minore.
Due, invece, i grandi assenti. Ecco alcuni brevi profili.
- VLADIMIR PUTIN: 55 anni, da otto guida il Cremlino, dopo essere stato premier nel 1999, capo dell’Fsb dal 1988 e agente del Kgb nell’allora Germania dell’est, con una parentesi come vice sindaco a San Pietroburgo dal ‘90 al ‘96. E’ l’uomo forte della Russia e negli ultimi tempi l’opposizione ha denunciato una sua deriva autoritaria attribuendogli anche il culto della personalita’. Capolista unico del partito Russia Unita anche se non ne fa parte, e’ onnipresente sui media, onnipotente in tutti i settori e riconosciuto leader internazionale. Con un rating stabile intorno al 70%, ha trasformato il voto in un plebiscito a suo favore, ignorando o respingendo le critiche occidentali per la repressione delle opposizioni.
- GHENNADI ZHIUGANOV: 63 anni, da oltre 40 milita nel partito comunista, prima il Pcus ed ora Kprf, di cui e’ l’inossidabile leader dalla fondazione, nel 1993. Lungo la strada ha sposato il nazionalismo e sfiorato nel ‘96 la vittoria alle presidenziali ai danni di Boris Ieltsin. Ora, con l’abituale retorica socialista, cavalca la protesta sociale, fustiga oligarchi e burocrati e denuncia la corruzione.
- VLADIMIR ZHIRINOVSKI: 61 anni, e’ l’enfant terrible della politica russa, di cui rimane l’esponente piu’ istrionico e provocatorio. Guida un partito che si chiama Liberal-democratico (Ldpr), il primo affiancatosi al Pcus ai tempi di Gorbaciov, ma schierato su posizioni ultranazionaliste che sconfinano nell’antisemitismo e nella xenofobia.
- SERGHEI MIRONOV: 54 anni, presidente del consiglio della Federazione (la camera alta del parlamento russo), capo di Russia Giusta, partito di centro sinistra nato lo scorso anno con l’imprimatur del Cremlino. E’ un fedele alleato di Putin, ma ha visto naufragare il sogno di un grande partito dopo la candidatura del leader del Cremlino in Russia Unita.
- GRIGORI IAVLINSKI: 55 anni, noto intellettuale ed economista liberale, molto apprezzato anche all’estero, autore nel 1990 del programma dei ”500 giorni” per le riforme economiche dell’Urss. Nel ‘93 fonda Iabloko, partito liberale di centro sinistra, e si attesta su posizioni critiche nei confronti della terapia shock attuata dai pionieri del capitalismo russo.
- NIKITA BILIKH: 32 anni, e’ il leader piu’ giovane, il volto nuovo di queste elezioni. Una formazione da economista, un passato nel mondo finanziario e anche amministrativo. Nel 2005 ha assunto la guida dell’Unione delle forze di destra dopo il suo fallimento alle elezioni e le dimissioni dalla leadership collettiva degli ex esponenti dei governi ieltsiniani.
- I GRANDI ASSENTI: sono l’ex leggenda degli scacchi Garry Kasparov, leader del movimento di opposizione ‘Altra Russia”, che non e’ riuscito ad ottenere la registrazione, e l’ex premier Mikhail Kasianov, fondatore di un partito liberale (Partito per la democrazia e la giustizia) nato troppo recentemente per poter rispettare i criteri di ammissione al voto. (ANSA).
SAV 29-NOV-07 16:40 NNNN
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L’Italia di Giovanni Trapattoni viene eliminata in malo modo dagli Europei di calcio di Portogallo 2004. Il Ct lascia l’incarico. Immaginate che a questo punto la storia cambi e uno dei principali candidati a raccogliere l’eredità del Trap alla guida della Nazionale sia arrestato per frodi sportive. Ecco: se nel 2004 Marcello Lippi fosse finito in galera per un giorno, quale putiferio sarebbe scoppiato in Italia, sulla stampa, in tv, nelle chiacchiere al bar, e di riflesso sulla stampa estera? Ebbene, qualcosa di simile è successo in questi giorni in Inghilterra, in quella terra dell’oro più volte presa a modello dal mondo del calcio, anche sulla questione della violenza negli stadi: anche la Corona ha insomma la sua Calciopoli.
Harry Redknapp, allenatore del Portsmouth e candidato per la panchina dell’Inghilterra dopo l’eliminazione della Nazionale nel girone di qualificazione agli Europei 2008, è stato arrestato ieri, nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione nel mondo del pallone, insieme al direttore generale dei Pompey, Peter Storrie, al giocatore dei Rangers Amdy Faye, all’agente Fifa Willie McKay e al presidente del Leicester, ex proprietario del Portsmouth, Milan Mandaric. L’accusa: associazione a delinquere fraudolenta e falsità in scritture contabili risalenti al 2003.
Oggi Redknapp è stato rilasciato e sarà riconvocato dai magistrati a febbraio. Amareggiato, ha dichiarato che l’indagine non ha nulla a che vedere con lui (”nothing whatsoever to do with me”). A sua volta il Portsmouth, in un comunicato, aveva reso noto la volontà del tecnico e dell’amministratore delegato di collaborare con la polizia.

Ovviamente non c’è mezzo di informazione d’oltre Manica che non riporti l’episodio, dal Times al Mirror, dalla Bbc alla Reuters al Sun, la testata dal timbro più sensazionalisto. Ma i toni da terza guerra mondiale che hanno accompagnato la Calciopoli nostrana sono lontani anni luce. Nessun pendolino a prevedere il futuro e nessuna sfuriata davanti alle telecamere, nessuna apertura di giornale a piene pagine. Merito del proverbiale aplomb british? Forse, ma l’impressione è che nel Belpaese, fosse accaduto qualcosa di simile, avremmo rigirato il coltello nella piaga per settimane, con altrettanti approfondimenti serali, su tutti i principali network informativi. Dando il La alle sferzate della stampa straniera, e in particolare quella britannica (qui un aggregatore di notizie con le tante sentenze inglesi sul Corrupted World of Italian Soccer). Ultimo dubbio: anche in Inghilterra Calciopoli si concluderà come in Italia? Da noi, qualcuno dice sia finita a tarallucci e vino ma altri (vedi i tifosi della Juve) non sono affatto d’accordo…

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