
Più sangue che al primo turno in Guatemala, dove domenica 4 novembre ci sarà un ballottaggio che già si annuncia caldissimo. Il voto amministrativo nel quale domenica 28 ottobre i colombiani hanno scelto sindaci, governatori, consiglieri comunali e governi provinciali (a Bogotá la sinistra si è confermata al governo) ha conteso il primato della violenza a quello guatemalteco, dello scorso 9 settembre. Pochi ne hanno parlato in Europa ed è comprensibile dal momento che lo stesso giorno si è votato in Argentina per il successore di Néstor Kirchner alla Casa Rosada, ma gli oltre trenta morti ammazzati hanno portato alla disperazione i volontari dell’ong Moe, acronimo che sta per Missione di Osservazione Elettorale, e gli osservatori dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati Americani. Tra questi anche l’ex ministro degli Esteri di Raúl Alfonsín, l’argentino Dante Caputo, che, poche ore prima del voto, aveva ammesso alla BBC: “Siamo venuti a cercare di vedere cosa sarà a vincere. Se l’estorsione, le minacce, gli omicidi, la compravendita di voti o il ricatto degli uni contro gli altri”. Una frase che descrive meglio di qualsiasi analisi l’atmosfera che si respira oggi in Colombia.
Secondo il quotidiano El Tiempo molti dei candidati uccisi sono familiari di persone che, già in precedenza, erano state sequestrate o uccise dalla guerriglia o dai gruppi paramilitari. Addirittura sette sarebbero parenti degli ex deputati della provincia del Valle sequestrati dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (organizzazione guerrigliera marxista ndr) e i cui corpi senza vita, dopo cinque anni di prigionia, sono stati recentemente restituiti alle famiglie dalle stesse Farc. E proprio contro i guerriglieri punta l’indice l’ultimo rapporto della Missione dell’Osa che indica nelle Farc “il principale problema di ordine pubblico che si trova ad affrontare il Paese e, parimenti, la principale causa dei possibili irregolarità elettorali”.
Se, tuttavia, nelle elezioni del 28 ottobre sono state le Farc ad avere la leadership della violenza politica in Colombia, è di ieri la confessione di un ex capo paramilitare. Ever Velosa, nome in codice HH, paramilitare di stanza regione nordoccidentale della Colombia ha ammesso infatti di fronte al tribunale di Medellín di avere assassinato non 12 ma oltre 1.200 persone nel biennio 1995-1996.
Secondo Velosa le vittime, a detta sua simpatizzanti delle Farc, sono state freddate da lui stesso assieme ad altri sette paramilitari con la complicità dell’esercito colombiano. Da segnalare che questo assassino seriale potrebbe essere presto estradato negli Stati Uniti dove pende su di lui una “semplice” accusa di narcotraffico.
Anche questa è la Colombia di oggi, un Paese in cui il presidente Álvaro Uribe, già eletto due volte di fila, ha per la prima volta avanzato l’ipotesi di farsi eleggere per la terza volta consecutiva in caso di una non meglio precisata “ecatombe”. Che cosa intenda Uribe per “ecatombe” è oggetto di dibattito in Colombia. Una cosa, tuttavia, è certa: se il termine si riferisce alla mattanza di innocenti è chiaro che nel Paese l’ecatombe continua da anni. Come gli omicidi “elettorali” delle Farc e le confessioni di oltre 1.200 omicidi da parte dell’ex paramilitare Veloza confermano. Che bisogno aveva Uribe di tirarla in ballo per farsi ri-rieleggere nel 2010?
- Venerdì 2 Novembre 2007

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Il 5 Novembre 2007 alle 16:35 Cosa succede in città? « diario dalla colombia ha scritto:
[...] Panorama 2/11: Voto amministrativo segnato da violenze e omicidi [...]
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