
Condoleezza Rice è sbarcata questa mattina all’aeroporto di Ankara con un obiettivo preciso: convincere i massimi dirigenti turchi a coordinare con Washington durata e modalità dell’ormai certa rappresaglia contro le basi del Pkk nell’Iraq settentrionale. Per il segretario di Stato americano – che ha definito l’organizzazione separatista curda-turca “un nemico comune” – il timore è quello che un’azione indiscriminata e solitaria di Ankara nell’Iraq del nord faccia saltare i fragili equilibri del governo sciita-curdo di Baghdad, ricompatti i guerriglieri separatisti da una parte e dall’altra del confine e infine induca il regime degli Ayatollah a bombardare le postazioni del Partito per la Libertà e la Vita (Pjak), l’organizzazione armata curda dell’Iran nordoccidentale alleata con Washington. Uno scenario che potrebbe produrre un effetto domino su tutta l’area come del resto ha dichiarato stamani, in un’intervista esclusiva pubblicata dal quotidiano panarabo al-Hayat, il capo del braccio armato del Pkk Bahuz Ardal: “Siamo pronti a rilasciare gli otto soldati turchi nelle nostre mani, ma all’invasione di Ankara risponderemo con una vasta resistenza popolare che porterà all’unificazione nazionale del popolo curdo”.
Perché la Rice riesca disinnescare la miccia di una guerra su vasta scala, è necessario - secondo Washington - che l’invasione di Ankara contro le basi del Pkk in Iraq sia mirata, rapida e non metta in difficoltà i leader del Kurdistan iracheno. L’opinione pubblica turca, spalleggiata dall’esercito e da larga parte dei media, spinge però per una rappresaglia esemplare contro i “terroristi” che trovano rifugio in Iraq. Al confine sono già stati schierati oltre 100 mila effettivi, decine di tank e aerei militari, in previsione di un’invasione su larga scala, a cui si stanno preparando i generali di Ankara dopo l’umiliazione dell’elezione dell’islamico Gul a presidente della Repubblica. Nessuno in Turchia crede, del resto, alle buone intenzioni di Masoud Barzani, capo della regione autonoma del Kurdistan iracheno ed ex capo dei peshmerga, i miliziani curdi che per decenni hanno combattuto contro il regime sunnita di Saddam contando sull’ospitalità fornita dal Pkk in territorio turco. I legami tra “fratelli curdi”, cementati in anni di guerra comune contro i rispettivi Stati centrali, non sono insomma così facili da recidere. E nonostante oggi i curdi-iracheni considerino le azioni del Pkk come una scocciatura, ci sono pochi dubbi sul fatto che non saranno loro a dare il via a un’azione energica contro le basi separatiste nell’Iraq del Nord. Washington lo sa bene e cerca di mediare, sapendo che la polveriera può scoppiare da un momento all’altro.
Dopo i colloqui con Erdogan, il segretario di Stato americano volerà a Istanbul dove si apre la seconda Conferenza Internazionale sull’Iraq, l’altra faccia di questa complessa partita diplomatico-militare sulla questione curda. Ci saranno i rappresentanti di Iraq, Iran, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Siria, assieme ai membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Usa, Francia, Regno Unito, Cina e Russia). Partecipano inoltre delegati dei restanti Paesi del G8 (oltre all’Italia, Giappone, Germania e Canada) dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, della lega Araba e della Commissione Europea. Infine ci sarà il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che dopo una visita ad Ankara per incontrare le autorità turche, si sposterà ad Istanbul.
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- Venerdì 2 Novembre 2007

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Commenti
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Il 2 Novembre 2007 alle 17:57 Corrado Buccieri ha scritto:
Penso che all’America,l’invasione
Irakena,gli tornerà amara.
Il 1 Dicembre 2007 alle 17:35 Blitz turco nel nord Iraq: “Inflitte pesanti perdite al Pkk” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Sembrava che il termometro al confine turco-iracheno si avviasse a segnare temperature più miti e che a stemperare le tensioni delle scorse settimane avesse contribuito anche la neve che è cominciata a cadere copiosa sui monti intorno a Sirnak. Sembrava che, dopo tanti incontri politici, la via diplomatica fosse destinata, almeno fino alla primavera prossima, a prendere il sopravvento sull’azione militare, lasciando spazio al lavoro di intelligence piuttosto che all’artiglieria pesante e ai caccia f-16. Sembrava, appunto. La realtà dei fatti ci dice invece che da oggi l’esercito turco, secondo per numero di effettivi tra i Paesi Nato, si trova in territorio iracheno e che avrebbe già inflitto “perdite pesanti tra le fila dei separatisti del Pkk” che in quell’area, in almeno quattromila, hanno da tempo trovato riparo grazie anche alle tradizionali protezioni dei peshmerga curdo-iracheni. Secondo le prime informazioni raccolte, le vittime tra i miliziani sarebbero almeno una cinquantina. Il campanello d’allarme era già suonato nella giornata di venerdì, quando il primo ministro Tayyip Erdogan aveva fatto sapere che già da due giorni i militari avevano ottenuto il via libera a un’incursione massiccia oltreconfine. Aveva inoltre rivolto quello che a molti era apparso come un l’ultimo avvertimento a americani e iracheni, contrari a un’azione indiscriminata e su vasta scala di Ankara nel nord del Paese. Gli Stati Uniti in particolare avevano alzato la voce contro lo storico alleato turco, temendo che l’incursione possa destabilizzare l’unica area relativamente tranquilla dell’Iraq. “L’intervento militare è ancora sul tavolo se non verranno al più presto compiuti ulteriori passi contro il Pkk”, aveva tuonato il Capo dell’esecutivo, Tayip Erdogan. Che aveva poi aggiunto: “Se l’incursione, più volte annunciata, non avrà luogo, sarà per responsabilità dell’esercito e non del governo”. Le Forze armate non se lo sono fatto ripetere due volte. [...]
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