[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_somalia04.jpg)
Almeno 80 civili somali sarebbero rimasti uccisi a Mogadiscio a seguito di violenti scontri tra l’esercito etiope (sostenuto dal governo provvisorio di Baidoa) e gli insorti delle Corti islamiche del sud. La battaglia, in corso dal 27 ottobre, è la più violenta da quando, nell’aprile scorso, una vasta offensiva etiope si era conclusa con la morte di migliaia di persone e la distruzione di molti quartieri di Mogadiscio. Nonostante l’appoggio militare dell’Etiopia, il regime ad interim capeggiato dal presidente somalo Abdullahi Yusuf sembra incapace di porre fine ai disordini che attanagliano il paese, ormai in preda a cicli di violenza regolari dal lontano 1991, anno della deposizione di Siad Barre.
Le Nazioni Unite, impotenti, per voce del suo Segretario generale Ban Ki-Moon, hanno riaffermato la loro contrarietà a dispiegare una forza di peakeeping multinazionale finché non sarà garantito un minimo di sicurezza. Per ora quindi, la presenza della comunità internazionale si limita a 1000 soldati ugandesi dell’Unione africana giunti a Molgadiscio nel marzo 2007. Troppo poco per pensare di stabilizzare un paese tenuto sotto stretta osservazione dagli Stati Uniti che considerano la Somalia un teatro della guerra globale al terrorismo. Già memore di un intervento militare fallimentare nel 1993, Washington ha deciso di “ritornare” in Somalia attraverso un appoggio esterno all’alleato etiope. Questo ritorno, datato 2002, coincide con la volontà della Casa Bianca di catturare alcuni membri di Al Qaeda ritenuti responsabili degli attentati perpetrati nel 1998 contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania.
Ma l’amministrazione Bush non aveva fatto i conti con una coalizione di signori della guerra somali unitisi attorno alle Corti islamiche, le quali presero il potere nel 2006 per poi perderlo per mano dell’esercito etiope alla fine dello stesso anno. Da allora, gli sconfitti si sono ripiegati a macchia di leopardo in molte aree del paese per promuovere la “jihad” contro gli occupanti etiopi. Le Monde non esita più a parlare di “irachizzazione” del conflitto somalo. Contattato da Panorama.it, Roland Marchal, ricercatore presso il Centre d’Études et de Recherches Internationales (Ceri) ed esperto del Corno d’Africa, conferma che “la guerra somala assomiglia sempre più a quella irachena. Come gli Stati Uniti in Iraq, la Somalia è stata occupata da un esercito straniero, in quel caso etiope, rivelatosi incapace di instaurare la pace e la sicurezza”. Al punto che l’ex premier somalo Mohamed Ghedi ha suggerito la creazione a Mogadiscio di una zona verde sul modello di quella di Baghdad. “Allo stesso modo delle comunità sciite e sunnite dell’Iraq”, prosegue Marchal, “gli insorti somali sono afflitti da lotte intestine trasversali ai clan locali”. La sua cobnclusione: “Dopo Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti stanno fallendo anche in Somalia”. Con centinaia di migliaia di profughi e il rischio di vedere il conflitto assumere proporzionali regionali, il conto per la Casa Bianca si annuncia di nuovo salatissimo.
Il video sull’ultima ondata di violenza in Somalia (BBC)
- Lunedì 12 Novembre 2007

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Commenti
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Il 21 Novembre 2007 alle 17:15 La Somalia peggio del Darfur, ma nessuno se n’è accorto » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Eppure doveva essere una guerra-lampo, quella iniziata da Addis Abeba, nel marzo 2007. Una Blitz Krieg per cacciare in tempi rapidi le Corti islamiche da Mogadiscio e riportare l’ordine in un Paese che, dal 1991, anno della caduta di Siad Barre, è di fatto senza governo, in mano ai signori della guerra e dilaniato dalle inimicizie tra clan. Si è trasformata in una trappola per Addis Abeba e in un incubo per la popolazione civile: un “piccolo Iraq” per le truppe etiopi - scrive Jean Philippe Remy di Le Monde - ma anche un’emergenza umanitaria su cui i media internazionali stentano ad aprire gli occhi: “Se tutto questo accadesse in Darfur - , ha dichiarato sconsolato al New York Times Eric Laroche, il capo della missione umanitaria in Somalia targata Onu - ci sarebbe una grande mobilitazione internazionale”. Lungo la strada tra la capitale somala e Afgoyee, una cittadina a trenta chilometri da Mogadiscio, migliaia di persone, accampate in circa settanta campi di fortuna, sono in attesa di aiuti umanitari e cibo che tardano ad arrivare: la Somalia è considerata zona off limits per l’Onu e gli operatori internazionali, una sorta di terra di nessuno dimenticata da tutti dove il governo di transizione non governa (salvo l’area di Baidoa) e le armi finiscono nelle mani di migliaia di soldati ragazzini, la cui unica possibilità di salvezza è quella di combattere per pochi soldi soldi. [...]
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