In alcuni punti, lungo i 1.000 chilometri di confine, i soldati etiopi e quelli eritrei possono quasi guardarsi negli occhi. A dividerli ci sono poche decine di metri. Qualche sparo è già risuonato sull’altopiano e il rischio che tra i due rissosi vicini scoppi di nuovo la guerra per i confini, che tra il 1998 e il 2000 ha provocato almeno 70 mila vittime, è altissimo.
“Lo spostamento di truppe alla frontiera ha assunto proporzioni preoccupanti” dice François Grignon, direttore del programma sull’Africa dell’International crisis group, il centro studi che ha lanciato l’allarme sul livello di tensione tra Addis Abeba e Asmara. Il segretario generale Onu Ban Ki Moon ha confermato: “Dagli inizi di settembre l’Eritrea ha inviato altri 1.500 uomini e pezzi d’artiglieria nella zona cuscinetto al confine”. L’accordo che ha posto fine alle ostilità nel 2000 ha istituito una fascia smilitarizzata di 25 chilometri in territorio eritreo, che doveva essere controllata da circa 1.700 caschi blu. Asmara, però, ha ristretto le capacità operative del contingente Onu. Difficile monitorare l’arrivo dei militari eritrei nella zona di sicurezza, che ora sarebbero più di 4 mila. Altri 120 mila stazionerebbero nelle vicinanze, pronti ad affrontare i 100 mila soldati mandati al fronte dal presidente etiope Meles Zenawi.
A surriscaldare i rapporti tra i due stati è la mai risolta questione dei confini, la cui demarcazione era stata affidata a una commissione internazionale. Invano. “Il 27 novembre la commissione getterà la spugna” prevede Salley Healy, esperta di Corno d’Africa di Chatham House, centro analisi britannico. “Allora verrà meno un tavolo, seppure poco efficace, che ha mantenuto lo scontro sul piano diplomatico”.
A spingere verso il conflitto, la mutata situazione internazionale: “L’Etiopia ha il forte appoggio degli Usa, per avere cacciato dalla Somalia le corti islamiche” ricorda Grignon. Proprio questo rapporto d’amore ha innervosito l’uomo forte di Asmara, il presidente Isaias Afwerki, che si è alienato le simpatie della comunità internazionale. “L’Eritrea sostiene gli estremisti in Somalia, inclusi elementi legati ad Al Qaeda e i ribelli dell’Ogaden in Etiopia” ha dichiarato Jendayi Frazer, assistente del segretario di Stato per gli affari africani, che ha minacciato di inserire il paese nella lista degli stati canaglia.
“Gli eritrei hanno una grossa influenza nei conflitti in corso nell’area. Sostengono anche i ribelli del Darfur” osserva Stephen Morrison, direttore dell’Africa program al Csis, centro studi di Washington. Più cauta la posizione europea. “L’Eritrea è uno stato fortemente laico e tiene a difendere questa sua connotazione” afferma un diplomatico con base all’Asmara.
Afwerki sembra dunque mosso più dall’ossessione verso il potente vicino e dalla necessità di mantenere il pugno di ferro su un paese allo stremo che da una reale volontà di fiancheggiare Al Qaeda. Zenawi, che pure non è un campione dei diritti umani, è invece tentato dal passare all’azione prima che scada l’amministrazione Bush e alla Casa Bianca arrivi qualcuno meno ben disposto verso il suo governo. Abbastanza per far parlare le armi.
- Martedì 20 Novembre 2007


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