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Sono saliti a oltre un milione, secondo l’Alto commissariato per i rifugiati Onu (Unhcr), i rifugiati interni della Somalia che sono stati costretti a cercare salvezza fuori Mogadiscio o al confine con il Kenya a causa della guerra tra le milizie islamiste del sud e le truppe etiopi sostenute dal governo di transizione di Baidoa.
Eppure doveva essere una guerra-lampo, quella iniziata da Addis Abeba, nel marzo 2007. Una Blitz Krieg per cacciare in tempi rapidi le Corti islamiche da Mogadiscio e riportare l’ordine in un Paese che, dal 1991, anno della caduta di Siad Barre, è di fatto senza governo, in mano ai signori della guerra e dilaniato dalle inimicizie tra clan. Si è trasformata in una trappola per Addis Abeba e in un incubo per la popolazione civile: un “piccolo Iraq” per le truppe etiopi - scrive Jean Philippe Remy di Le Monde - ma anche un’emergenza umanitaria su cui i media internazionali stentano ad aprire gli occhi: “Se tutto questo accadesse in Darfur - , ha dichiarato sconsolato al New York Times Eric Laroche, il capo della missione umanitaria in Somalia targata Onu - ci sarebbe una grande mobilitazione internazionale”.
Lungo la strada tra la capitale somala e Afgoyee, una cittadina a trenta chilometri da Mogadiscio, migliaia di persone, accampate in circa settanta campi di fortuna, sono in attesa di aiuti umanitari e cibo che tardano ad arrivare: la Somalia è considerata zona off limits per l’Onu e gli operatori internazionali, una sorta di terra di nessuno dove il governo di transizione non governa (salvo l’area di Baidoa) e le armi finiscono nelle mani di migliaia di soldati ragazzini, la cui unica possibilità di salvezza è quella di combattere per pochi soldi.
A differenza del Darfur, dove dal 2003 sono stati versati oltre un miliardo di dollari in cibo e aiuti, in questo Paese del Corno d’Africa, diventato uno dei simboli della guerra globale al terrorismo islamico scatenata dalla Casa Bianca dopo l’11 settembre, sono arrivati in Somalia soltanto 200 milioni di dollari, un quinto di quanto destinato al Sudan occidentale. Una cifra largamente insufficiente, spiegano i dirigenti Onu al Nyt, anche solo per alleviare quella che può essere considerata la più grave crisi umanitaria (per tassi di malnutrizione, numero di morti e di sfollati) della recente storia africana. “Dobbiamo ammettere che durante i sei mesi di interregno delle Corti islamiche a Mogadiscio la situazione era migliore”, dice Laroche all’inviato del Nyt. “Almeno allora potevamo lavorare e riuscivamo a portare gli aiuti“, continua.
Generalmente, i proprietari dei terreni che forniscono alle famiglie di sfollati un minuscolo pezzetto di terra offrono loro anche misure di sicurezza. In cambio gli sfollati devono però pagare mille scellini somali al giorno, un dollaro e mezzo al mese. Una somma che può sembrare irrisoria per un consumatore occidentale, ma che costituisce un enorme peso per centinaia di famiglie completamente indigenti che hanno dovuto abbandonare le loro case e hanno perso tutto. Spesso devono anche consegnare parte degli aiuti umanitari a guardiani che gestiscono gli insediamenti e pagano anche per l’utilizzo delle poche latrine messe a disposizione dalla comunità internazionale. L’area di Afgooye è ormai una terra di nessuno: domenica scorsa, un’esplosione in questa città di sfollati ha ucciso sei persone, mentre venerdì una pallottola vagante aveva ucciso un’operatrice umanitaria mentre stava collaborando alla distribuzione di aiuti.
Il pericolo ora è anche politico. Non passa settimana senza che qualche dirigente di Al Qaeda, come il medico Ayman Al Zawahiri, non lodi la piccola jihad somala e la capacità di resistenza del popolo musulmano contro gli “occupanti” etiopi e i “cani da guardia dell’imperialismo euroamericani” che sostengono l’operazione di Addis Abeba e l’impopolare governo di transizione di Baidoa. E se prima i dirigenti dell’Internazionale del terrore trattavano con sufficienza l’Islam politico somalo perché intriso di venature sufiste e politicamente moderato, oggi il quadro è profondamente cambiato. Le tecniche insurrezionali dei miliziani sono ormai le stesse utilizzate in Iraq e sono sempre di più gli jihadisti che sono arrivati dall’estero, dopo l’apprendistato a Baghdad e a Kabul, per combattere a fianco dell’Unione delle Corti islamiche. La tattica è ormai nota: “I ribelli chiamano a Mogadiscio i combattenti dai campi profughi all’interno del Paese e li riforniscono di armi”, scriveva qualche giorno fa Le Monde. Un quadro reso ancora più intricato dal ruolo giocato nella crisi dall’Eritrea, sospettata di fornire armi ai ribelli al fine di mettere in ginocchio l’Etiopia, suo nemico storico, con cui ha combattuto una guerra sanguinosa che tra il 1998 e il 2000 ha provocato circa centomila morti.
LEGGI ANCHE: Voci della diaspora somala sul sito Hiiraan.com - Le vignette di Amin Amir
- Mercoledì 21 Novembre 2007

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Commenti
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Il 21 Novembre 2007 alle 17:28 Dinheiro Internet - Blog de Dinheiro » La Somalia peggio del Darfur, ma nessuno se n’è accorto ha scritto:
[...] Blog ExtraLibris wrote an interesting post today!.Here’s a quick excerpt [IMG Una donna a Mogadiscio in fila per gli aiuti ] Sono saliti a oltre un milione, secondo l’Alto commissariato per i rifugiati Onu (Unhcr), i rifugiati interni della Somalia che sono stati costretti a cercare salvezza fuori Mogadiscio o al confine con il Kenya a causa della guerra tra le milizie islamiste del sud e le truppe etiopi sostenute dal governo di transizione di Baidoa. Eppure doveva essere una guerra-lampo, quella iniziata da Addis Abeba, nel marzo 2007. Una Blitz Krieg per caccia [...]
Il 22 Novembre 2007 alle 9:11 cuauhtemoc ha scritto:
non è che qualche colpa ce l’hanno anche gli americani? Non è che il terrorismo islamico viene di fatto incentivato con questi interventi americani a favore degli etiopi?
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