- Tags: Abu Mazen, Amira-Hass, Annapolis, Cisgiordania, Ehud-Olmert, Gaza, Hamas, Israele, Palestina
- Un commento

Il presidente americano George W. Bush a fine mandato. Il premier israeliano Olmert in caduta libera nei sondaggi. Il presidente palestinese Abu Mazen che appare incapace di tenere sotto controllo le bande armate. Sono le figure-chiave della conferenza di pace di Annapolis, nel Maryland, che si è conclusa ieri, tra speranze e scetticismi, con l’obiettivo ambizioso di “giungere a un accordo tra israeliani e palestinesi entro la fine del 2008″ e di ridisegnare la mappa del Medioriente (leggi il testo della dichiarazione congiunta, ndr). Ne abbiamo parlato con una delle più famose giornaliste israeliane, la “scandalosa” Amira Hass (nella foto).
Figlia di due sopravvissuti della Shoah, voce fuori dal coro, la Hass, 56 anni, è l’unica corrispondente israeliana che ha scelto di trasferire la sua residenza nei Territori (prima a Gaza e dal 1997 a Ramallah) per raccontare come vivono i palestinesi. Una scelta controcorrente (per una giornalista ebrea) che a Panorama.it spiega con una domanda: “Se devo fare la corrispondente per l’Italia, ditemi, mi trasferisco a Berlino oppure a Roma?”. Penna di punta del quotidiano israeliano Haaretz e del settimanale Internazionale, la Hass si trova in questi giorni a Roma dove leggerà un suo scritto teatrale all’Auditorium Parco della Musica (nell’ambito dello spettacolo Al Kamandjati - leggi qui) ispirato alla vicenda umana di un musicista palestinese di fama internazionale, Ramzi Aburedwan, che ha fondato una scuola di musica per bambini di Ramallah ma che prima, nel 1987, grazie a uno scatto che fece il giro del mondo, divenne il bambino-simbolo dell’Intifada delle pietre.
Parliamo di Annapolis?
Quella del Maryland non è neanche una conferenza di pace.
Eppure si è conclusa con la lettura di un documento congiunto. Ma lei crede che due leader considerati deboli possano firmare una pace forte?
La debolezza non conta: i leader israeliani possono anche essere deboli sul piano politico , e Olmert lo è, ma la forza di Israele è talmente soverchiante sul piano militare da potersi permettere anche un premier senza sostegno popolare come Olmert. La verità è che c’è stato un disegno israeliano - portato avanti da tutti i governi e di qualsiasi tendenza politica - che ha come obiettivo la sistematica colonizzazione dei Territori. Per mettere i palestinesi di fronte al fatto compiuto e impedire una pace basata sulle risoluzioni internazionali. No, su Annapolis non posso proprio essere ottimista.
Una pacifista disfattista, Amira Hass?
Negli ultimi quindici anni ho cominciato a trovare ipocrita la parola pace, a trovarla un odioso sinonimo di pacificazione. Forse che nei Paesi dell’Unione sovietica non c’era la pace? No, guardi, la pace senza giustizia è ormai una parola vuota. E se rimangono i coloni israeliani in Palestina non ci può essere alcuna pace autentica e condivisa.
Olmert però ha dichiarato di essere disposto a ritirare le colonie illegali dalla West Bank e di sospendere le nuove costruzioni.
Israele farà qualche piccolo aggiustamento ma non ha intenzione di smantellare le colonie. Punto.
Perché sotto ricatto dell’estrema destra religiosa?
Ma quale ricatto! La colonizzazione israeliana dei Territori dopo la guerra del 1967 non è stata voluta dai coloni ma da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. La verità è che, di qualsiasi colore fosse il governo, non sono loro, i coloni, che hanno creato il problema, ma le autorità
Ad Annapolis non ci sono stati né Hamas né Teheran: scelta obbligata o disegno strategico?
Ovvio che non ci siano: da quando gli uomini di Hamas hanno vinto le elezioni, israeliani, americani e palestinesi di Abbas hanno fatto di tutto per screditarli. E l’effetto è stato un disastroso abbraccio tra Hamas e Teheran.
I palestinesi guardano con speranza ad Annapolis?
I palestinesi non credono né in Abbas, né in Hamas, né nel vertice. La gente dei Territori, per come la vedo io, vive la sua battaglia personale per mantenersi viva e crescere i propri figli ma ha totalmente perso la fiducia.

Lei è una giornalista ebrea filopalestinese che vive a Ramallah da molti anni. Solo curiosità giornalistica o, come dicono i suoi avversari, anche sindrome di Stoccolma?
Estremista, pazza, traditrice: gli israeliani mi hanno definito in tutti i modi. Per quanto riguarda gli arabi ho appena intervistato un pezzo grosso dell’Anp. Mi ha detto: sei troppo dura coi palestinesi. Io gli ho risposto: non sono dura coi palestinesi, sono dura con voi dell’Autorità palestinese. La verità è che, se ho scelto di vivere nei Territori, è per raccontare come vive la gente ai tempi dell’occupazione.
Come hanno accolto i palestinesi una giornalista ebrea?
Quelli che mi conoscono mi apprezzano. Le racconto una storia: il grossista delle verdure di Ramallah mi ha fatto il più bel complimento che potessi aspettarmi come giornalista: mi ha detto, “Amira, mi piace quello che scrivi perché non sei interessata ai leader dell’Anp, ma alle persone”. Quel complimento mi ha commosso.
Quello israelo-palestinese è un problema religioso o nazionale?
E’ un problema coloniale classico. Con la differenza che Israele non è uno stato colonialista come ce ne sono stati altri nella Storia perché l’origine dello Stato ebraico è legato alla persecuzione di cui gli ebrei sono stati vittime durante la II guerra mondiale. Lo stato di Israele è nato da questa tragedia: questo i palestinesi lo devono capire. Mi chiede anche se potrebbe diventare un problema religioso? Certo che sì. Fu l’ex premier Barak nel 2000 (attuale ministro della Difesa laburista di Israele, ndr) a parlare per primo di conflitto religioso. E va detto anche che sono sempre più anche i palestinesi che percepiscono il conflitto in chiave religiosa. Un bel guaio: del resto non puoi chiedere direttamente a Dio che cosa intendeva esattamente nella Bibbia. (ride)
Amira Hass è sionista?
No, il sionismo dice che Israele è la patria degli ebrei. Io, ebrea, penso che almeno emozionalmente la diaspora sia la naturale condizione degli ebrei ed è per questa che dobbiamo lottare. Questo non significa che io sostenga che Israele non debba esistere, chiaramente.
Addirittura: il sionismo come negazione dell’identità ebraica?
Fin lì non mi spingo. L’identità ebraica è molteplice. Ma oggi, senza rinunciare alla mia identità, posso tranquillamente dire che i palestinesi sono la mia gente quanto lo sono gli israeliani.
Ultima domanda: chi è il violoncellista Aburedwan cui ha dedicato il testo dello show con Moni Ovadia che andrà in scena a Roma?
Quella di Ramzi è la storia di una persona straordinariamente creativa cresciuta nei Territori occupati. Un talento individuale ma anche un simbolo per migliaia di palestinesi meno fortunati cui l’occupazione ha impedito di sviluppare talento e sogni. Vedete, le operazioni israeliane in Palestina non pongono solo un problema di terra, di spostamenti o di passaporti. Pongono anche un problema di creatività inespressa, di libertà creativa conculcata, per migliaia di cittadini.

Il musicista palestinese Ramzi Aburedwan oggi e nell’immagine simbolo della prima Intifada
LEGGI ANCHE: Ramzi, dalle pietre al violino - Pace entro il 2008: conclusa la Conferenza - Il testo dell’accordo — Il FORUM
- Mercoledì 28 Novembre 2007

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Commenti
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Il 29 Novembre 2007 alle 10:21 cuauhtemoc ha scritto:
complimenti alla hass, per la voglia di dire le cose che pensa senza farsi intimidire
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