Sotto Vladimir Putin la Russia è diventata un paese da Terzo mondo. Il presidente ha reintrodotto la censura sovietica. Negli otto anni dei suoi due mandati la corruzione ha raggiunto i massimi livelli. La giustizia è sotto il controllo del Cremlino. Le basi della nostra costituzione sono state distrutte». È impietoso Boris Nemtsov, 48 anni, vicepremier ai tempi di Boris Eltsin, che lo aveva prescelto come suo successore in alternativa proprio a Putin. Quando parla con Panorama, giovedì 22 novembre, Nemtsov ha appena ricevuto l’investitura ufficiale a candidato alle elezioni presidenziali del marzo 2008. Lo ha nominato il piccolo partito di cui è stato uno dei fondatori, l’Sps, l’unione delle forze di destra d’ispirazione liberaldemocratica.
L’ex enfant prodige della politica russa ha poco tempo a disposizione. Deve partire per San Pietroburgo, dove ha in programma di guidare una manifestazione in vista del voto del 2 dicembre per eleggere la quinta Duma, la camera bassa del parlamento russo.
La vigilia non promette niente di buono. Una marcia anti Cremlino promossa a Mosca, sabato 24 novembre, è finita con l’arresto di centinaia di dimostranti, fra cui Garry Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi, diventato il leader di Altra Russia, la coalizione dei partiti di opposizione. L’indomani la scena si ripete a San Pietroburgo: Nemtsov non fa in tempo a entrare nella piazza del Palazzo d’inverno, il luogo simbolico prescelto dai dissidenti. La polizia antisommossa lo carica su un furgone e lo tiene in arresto per due ore assieme al presidente dell’Sps Nikita Belykh, 32 anni.
Qualche giorno prima lo stesso Belykh, incontrando l’inviato di Panorama nella sede del suo partito, nel centro di Mosca, aveva riassunto con una freddura le ambizioni dello zar del Cremlino: «Per i russi Aleksandr Pushkin (il grande poeta e drammaturgo dell’Ottocento, ndr) è tutto. Lo scultore Zurab Tsereteli è dappertutto. Putin invece è per sempre».
Nei giorni della sfida al potere assoluto non rimane agli oppositori che evocare lo spirito di Nikolai Gogol, il grande maestro del realismo russo, capace di raffigurare situazioni comico-mostruose in un clima di complessiva mediocrità umana. Ma può bastare?
Certamente no. Occorrerebbero una politica alternativa, un leader forte e ben riconoscibile, un nuovo patto con gli elettori. Tutto questo oggi non c’è e non si capisce nemmeno perché la repressione, sicuramente ispirata dal Cremlino, sia così violenta, con l’ausilio della polizia ma anche dei gruppi paramilitari di Nashi, il movimento giovanile filogovernativo.
I sondaggi accreditano a Putin l’80 per cento dei consensi. Il partito che l’ex colonnello del Kgb ha creato a sua immagine e somiglianza, Russia unita, si accinge a vincere le elezioni con una maggioranza dei due terzi della Duma. L’unica forza di opposizione che dovrebbe superare lo sbarramento del 7 per cento è il partito comunista. Tutti gli altri sembrerebbero fuori dal parlamento.
«Putin è strapopolare. Chiunque gli mettiamo a confronto non supera il 5 per cento dei consensi» assicura Valery Fedorov, il direttore generale del Vciom, l’istituto di sondaggi preferito dal Cremlino. «A questo punto il problema del presidente è come tradurre la popolarità in una nuova configurazione del potere nel periodo postelettorale».
È questo oggi il vero punto interrogativo di una Russia che l’Occidente potrebbe perdere definitivamente. Dopo aver costruito un sistema pervasivo e fortemente centralizzato che controlla ogni aspetto della vita politica ed economica, dopo aver rimesso ordine nel paese secondo uno schema autocratico che i sofisticati amministratori del Cremlino definiscono con un eufemismo «democrazia sovrana», Putin, a 55 anni, ha bisogno di ritagliarsi un nuovo ruolo per far sopravvivere la sua creatura e il suo clan.
Ma quale? La cerchia ristretta dei collaboratori del presidente ha commissionato un sondaggio su un’ipotesi precisa, emersa nelle ultime settimane: trasformare Putin nel «leader nazionale», privo di qualsiasi incarico istituzionale, ma allo stesso tempo capo del maggiore partito della Duma; kingmaker del successore, che potrebbe essere il brillante vicepremier Dmitri Medvedev, 42 anni, secondo le indicazioni più recenti dei sondaggi, ma allo stesso tempo suo guardiano per conto del popolo, di cui gode la massima fiducia. «Credo che Putin alla fine approverà questa soluzione» si dice sicuro Fedorov. «È una formula nuova, più complicata da gestire ma più forte».
Chiosa il noto commentatore politico Evgeny Kiselev: «Il presidente avrà bisogno di questo status, che solo apparentemente è simbolico, come una forma di assicurazione politica, come una garanzia per la sua personale incolumità e quella del suo clan».
Poco importa che negli ultimi 90 anni ci sia stato già un «leader nazionale». Era Stalin, nella prima parte della sua spietata dittatura.
«Ma la Russia di oggi non può essere equiparata all’Urss. Non c’è l’ideologia di stato. Non abbiamo il partito unico» mette le mani avanti il sondaggista Fedorov, anticipando le critiche che si leveranno non solo in Russia se questa sarà la scelta finale.
Sarebbe un altro passo verso l’allontanamento dai valori dello stato di diritto. «Se si centralizza a tal punto il potere, devi giustificarti davanti alla tua opinione pubblica con la minaccia esterna, con la parola d’ordine che la Russia è tornata, ma c’è chi non ama la nostra sovranità. È la dottrina del nemico alle porte che in campagna elettorale viene ancora più accentuata» analizza Lilia Shevtsova, la più accreditata e indipendente politologa russa, autrice del saggio La Russia di Putin.
Shevtsova è convinta che «tutte le politiche d’ingaggio della Russia stiano fallendo e nessun leader europeo o americano sappia trovare la formula giusta, che non può essere la Realpolitik alla Henry Kissinger, né la separazione degli interessi nazionali dai valori propri dell’Occidente, come spesso fanno i governanti italiani e francesi, che comprano gas ma non si preoccupano della nostra democrazia».
Il nemico, o meglio l’antagonista, appare essere di nuovo la Nato e l’America in particolare. «Le regole del gioco sono cambiate rispetto agli anni Novanta, quando la Russia era debole» spiega un altro politologo, Sergei Karaganov, già consigliere di Putin e attuale direttore del consiglio per la politica estera e di difesa. «Ora non lo è più, anche per effetto dei prezzi delle risorse naturali, mentre appaiono deboli sia l’Europa, spero temporaneamente, sia, in modo ancora più drammatico, gli Stati Uniti».
Putin alza la voce su qualsiasi tema di politica estera, dall’Iran al Kosovo, e anche di politica energetica, aggiunge Karaganov, non perché voglia ricreare una superpotenza: «Gli basta fare della Russia una grande potenza, rispettata e ascoltata». Per capire se le intenzioni corrispondono alla realtà bisogna varcare gli uffici moderni di Troika dialog, una delle più attive banche di affari russe. «Quando Putin è entrato al Cremlino, nel 1999, il pil era sotto i 200 miliardi di dollari. Oggi è 6 volte. Questo significa che la Russia è più visibile come potere economico, tanto da occupare il nono posto nella classifica mondiale. Anche il reddito pro capite cresce e oggi è di 8.790 dollari, 5 volte rispetto al 2000» afferma il capo-economista di Troika dialog Evgeny Gavrilenkov. «Allo stesso tempo sta cambiando il modello di sviluppo: da un’economia basata sulle esportazioni si passa a un’economia guidata dalla domanda interna grazie alla rivalutazione del rublo».
Ma se questi e altri successi economici hanno rafforzato il carisma di Putin ci sono altri dati che fanno pensare a un gigante dai piedi di argilla. È sempre Gavrilenkov a elencare le debolezze dell’economia: «L’inflazione sta accelerando e a fine 2007 potrebbe toccare il 12 per cento. Anche la crescita del pil negli ultimi mesi sta rallentando. Il periodo elettorale ha fatto aumentare le spese pubbliche grazie al tesoro prodotto dal gas e dal petrolio. Ma la maggiore debolezza è un’altra ancora: è l’espansione vertiginosa dei burocrati, il 9 per cento in più ogni anno. Questo si traduce nell’inefficienza dell’amministrazione e nella grande corruzione».
Sono stati 37 mila i casi di corruzione scoperti dal ministero dell’Interno nel periodo gennaio-ottobre 2007. Nello stesso arco di tempo 8.500 russi sono stati incriminati. Le forze armate sono le più esposte a questo tipo di reati, come ha denunciato, a metà novembre, un sorprendente dossier dell’Istituto di strategia nazionale.
«L’esercito russo non è mai stato così debole come in questa fase» dichiara a Panorama Stanislav Belkovsky, direttore del centro studi. «Il Cremlino è interessato a creare un’immagine forte dell’esercito russo e questo conviene anche all’Occidente per rafforzare i propri budget e progetti militari. Sotto Putin le forze armate si sono degradate ulteriormente, tanto che la quantità degli armamenti è diminuita del 15 per cento e il numero delle testate strategiche, con le quali il Cremlino spaventa l’Occidente, si è ridotto da 79 a 50. L’esercito usa armi che risalgono al 1985. I soldi stanziati dai vari governi per l’ammodernamento sono spariti a causa dell’alta corruzione».
Che razza di Russia è dunque questa di fine 2007, alla vigilia di due cruciali appuntamenti elettorali? Mostra senza dubbio diversi punti di forza, che esaltano l’orgoglio nazionale, ma anche tante vulnerabilità, che potrebbero minarne le fondamenta nei prossimi anni.
Secondo Ivan Safranchuk, il direttore del World security institute di Mosca, la verità è una diversa percezione che non promette nulla di buono per il futuro. «La Russia sente se stessa come se fosse una potenza abbastanza grande. Il mondo non è della stessa idea.
Di qui il conflitto latente». Nei prossimi mesi, con Putin che continuerà comunque a dominare la scena politica, bisognerà vedere chi cambierà opinione prima.
(ha collaborato Francesca Mereu)
- Domenica 2 Dicembre 2007


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