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Bosnia sull’orlo della secessione

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  • Tags: Balcani, Bosnia, Kosovo, Repubblica-Srpska, Sarajevo
  • 3 commenti

Il capo della comunità wahhabita di Bocinja, Semin Rizvic, con la moglie e i figli - foto di Francesco Cito
di Franca Roiatti da Sarajevo

Il fantasma scuote delicatamente la neve che macchia di bianco il burqa color pece, poi varca la soglia dell’enorme moschea dedicata allo scomparso re saudita Fahd per la preghiera del venerdì. Difficile dire se si tratti di un giovane spettro o di uno vecchio. Un velo di stoffa nera copre il volto, cancellando lo sguardo e nascondendo il sorriso. A Sarajevo prima della guerra donne fantasma non c’erano, e neppure uomini troppo barbuti. I wahhabiti, come sinteticamente vengono etichettati da queste parti i radicalisti islamici, sono arrivati in Bosnia durante il lungo conflitto che ha lacerato il paese tra il 1992 e il 1995.
Erano mujaheddin che a centinaia hanno combattuto a fianco dei musulmani, o membri di organizzazioni umanitarie che hanno cominciato a fare proseliti. Ora, in un momento di forte nervosismo a causa della questione Kosovo, fanno soprattutto paura. La stampa della Republika Srpska (la Repubblica Serba di Bosnia) da mesi punta l’attenzione sul «pericolo wahhabita», elencando moschee dove viene diffuso il verbo fondamentalista e ipotizzando l’esistenza di campi di addestramento di Al Qaeda nel paese.
«Gli esperti di terrorismo serbi sostengono l’esistenza in Bosnia di 400 mila musulmani radicali» commenta Ahmet Alibasic, docente all’Università di studi islamici di Sarajevo. «Qui ci sono a malapena 400 mila persone che praticano l’Islam con una certa periodicità. Ma questo è il tipo di propaganda psicologica che portò al genocidio dei musulmani negli anni Novanta. Al tempo si parlava di fondamentalisti, ora di wahhabiti. La sostanza non cambia. Perché i giornali serbi non scrivono dei rifugiati bosniaci che tornano a casa e vengono insultati o presi a fucilate dai radicali serbi? O del fatto che i due criminali di guerra Radko Mladic e Radovan Karazdic sono ancora liberi?» conclude Alibasic, riassumendo efficacemente la tensione etnica che a 12 anni dall’accordo di pace di Dayton serpeggia ancora nel paese, paralizzando le istituzioni.
Le recenti dichiarazioni del premier di Belgrado Vojslav Kostunica («Proteggere il Kosovo e la Republika Srpska sono i nostri obiettivi politici più importanti») hanno riacceso tentazioni separatiste a Banja Luka, capitale dei serbi di Bosnia, contribuendo a surriscaldare il clima.
Ai primi di novembre il presidente del consiglio dei ministri della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric (serbo), si è dimesso per protesta contro l’alto commissario internazionale Miroslav Lajcak, che ha deciso di mettere fine a veti incrociati, cambiando il regolamento dell’esecutivo di Sarajevo. Subito dopo alcuni sondaggi hanno indicato che il 77 per cento degli abitanti della Republika Srpska è a favore di un divorzio dalla federazione croato-bosniaca, se il Kosovo diventa uno stato.
Prospettiva che ha innescato «voci sull’esistenza di gruppi pronti a prendere le armi» secondo il numero due di Lajcak, l’americano Raffi Gregorian. Il comandante dell’Eufor, Hans-Jochen Witthauer, si era già affrettato a precisare che le «truppe sono pronte a intervenire nel caso scoppi un nuovo conflitto». Un quadro poco rassicurante che ha spinto Bruxelles a intensificare l’azione diplomatica, per porre fine alla crisi e avvicinare la Bosnia all’Ue.
«La gente qui ha paura per il proprio futuro più che per una nuova guerra. Mancano investimenti, la disoccupazione è al 40 per cento» smorza il generale dei carabinieri Vincenzo Coppola, che guida la missione di polizia dell’Unione Europea a Sarajevo (Eupm). A preoccupare Coppola è piuttosto il crimine organizzato, specializzato in traffico di droga, armi ed esseri umani, oltre al riciclaggio del denaro, perché «le forze dell’ordine sono frammentate, con pochi mezzi, troppo dipendenti dal potere politico».
Il paese ha 15 diversi corpi di polizia che operano per lo più su base locale, rispondono ai governi cantonali, hanno risorse limitate e procedure differenti. Con conseguenze nefaste. Forze che per mesi lavorano allo stesso caso senza saperlo, o si scontrano sulle competenze, agenti malpagati più inclini a cedere alla corruzione. A cui si somma, troppo spesso, una sospetta inerzia della magistratura. I serbi che a lungo si sono opposti alla riforma della polizia, considerata fondamentale da Bruxelles, sembrano aver finalmente dato il loro assenso, ma la strada da fare è ancora molta.
«La Bosnia è al centro delle rotte balcaniche lungo le quali viaggiano droga, immigrati clandestini, contrabbando» spiega Alfredo Vacca, capo del dipartimento anticrimine organizzato dell’Eupm. «A gestire i traffici sono per lo più piccoli gruppi locali, ma anche un paio di clan mafiosi legati all’Albania e al Sangiaccato (l’enclave musulmana di Serbia, ndr). Lungo i 1.600 chilometri di confine ci sono 89 valichi legali e circa 350 illegali, in aree remote dove la popolazione è sfruttata dai criminali perché ha bisogno di soldi».
Si stima che ogni anno arrivino in Europa circa 50 tonnellate di eroina, per buona parte prodotta in Afghanistan, e portata in Austria, Germania o Italia attraverso i Balcani. In Bosnia l’anno scorso ne sono stati sequestrati solo 72 grammi.
I confini colabrodo e la facilità nell’ottenere armi ed esplosivo in un paese che è stato l’arsenale della Iugoslavia allarmano gli esperti internazionali di terrorismo, già preoccupati dall’esistenza di comunità radicali in Bosnia.
Su pressioni degli Stati Uniti, una commissione sta riesaminando le cittadinanze attribuite senza troppi controlli ai combattenti stranieri durante la guerra. Il passaporto bosniaco è stato tolto a 613 persone, molte delle quali già fuori dal paese, alcune ricercate per terrorismo. Circa 300 sono ancora in Bosnia, molti finiranno per essere espulsi. Come Abu Hamza, ex mujaheddin siriano, ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale. «Se hanno delle prove, le portino» tuona. E promette: «Se loro infrangono la legge buttandomi fuori, la infrangerò anch’io».
«Finora il terrorismo non ha attecchito, grazie all’atteggiamento della gente» puntualizza Brian Donley, consulente dell’Eupm per la Sipa, l’Fbi bosniaco. Ma, avverte, «mancano detective addestrati, servizi segreti e polizia non si fidano gli uni degli altri e non c’è una banca dati sui criminali».
Nel 2005 a Sarajevo è stata smantellata una cellula che si preparava a un attacco suicida. «Avevano 20 chili di esplosivo» racconta Zlatko Miletic, direttore della polizia federale. «E una capacità tecnologica superiore alla nostra, se si considera che io mando un’email all’anno» ammette amaro. «I gruppi radicali in Bosnia cercano di attrarre giovani disagiati, agiscono nei centri culturali e sociali collegati a luoghi di preghiera e questo rende molto difficile ottenere dal tribunale un’autorizzazione per indagare».
Sembra l’identikit del complesso sportivo-ricreativo annesso alla moschea Re Fahd di Sarajevo, finanziato dall’ambasciata saudita, che offre corsi gratuiti di computer e inglese. Da molti è ritenuto uno dei cuori wahhabiti della Bosnia, insieme al villaggio simbolo di Bocjnia, dove i mujaheddin stranieri occuparono le case lasciate libere dai serbi dopo la guerra. Ora algerini, siriani ed egiziani se ne sono andati. E 400 serbi sono tornati ad abitare accanto a 14 famiglie di wahhabiti bosniaci, in una tesa convivenza tra allevamenti di maiali e sharia.
Qui, afferma la polizia, scontri non ci sono stati, ma in altri posti della Bosnia nei mesi scorsi le due anime dell’Islam si sono confrontate. A Kalesija, presso Tuzla, un piccolo gruppo di wahhabiti ha occupato la sala di preghiera dei musulmani locali ed espulso l’imam, provocando la reazione dei fedeli. A febbraio la moschea dello Zar di Sarajevo è stata chiusa a chiave per la prima volta in 500 anni di storia, per evitare che si ripetesse lo stesso copione di Kalesija. A Gornja Maoca (Tuzla) si è insediato un manipolo di discepoli del takfir, la dottrina che considera apostata e quindi punibile con la morte chiunque viva secondo le leggi dell’uomo e non di Dio.
Ideologicamente dipendono da un imam estremista di Vienna, Muhamed Porca, che mantiene legami con i Balcani attraverso una ong che offre aiuti economici e predica la rinuncia all’alcol e alle discoteche.
La comunità islamica di Bosnia, accusata di aver reagito tiepidamente alla minaccia dei fondamentalisti, «è preparata e forte» secondo Juan Carlos Antúnez, analista dell’Eufor. «I recenti scontri con i wahhabiti dimostrano che la gente comune è pronta a reagire contro le derive radicali».
Rimane il rischio che i fondamentalisti continuino a operare in silenzio, sfruttando le debolezze dello stato, grazie a soldi che arrivano dal Medio Oriente e dalla diaspora bosniaca.
«Questo paese ha fatto enormi progressi nella sicurezza» ribatte Alida Vracic, dell’ong Populi di Sarajevo. «È tempo che la comunità internazionale smetta di pensare alla polizia e investa per migliorare la situazione sociale ed economica».

  • redazione
  • Lunedì 10 Dicembre 2007

Vedi anche:

  • Sarajevo: vent'anni fa l'inizio dell'assedio
  • Ratko Mladic alla sbarra: il "boia di Srebrenica" è accusato di genocidio
Kosovo: i negoziati sono falliti. La Ue cerca una soluzione »
« Colombia, parla la madre di Ingrid Betancourt

Commenti

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Il 10 Dicembre 2007 alle 11:38 turismoinalbania ha scritto:

ma cosa scrivete come fate a sapere che sono legati all’ Albania.. spero che lei abbia dei dati certi e concreti..

«A gestire i traffici sono per lo più piccoli gruppi locali, ma anche un paio di clan mafiosi legati all’Albania e al Sangiaccato…

http://www.turismoinalbania.bl.....ogspot.com

Il 12 Dicembre 2007 alle 13:54 BELGRADO ha scritto:

NOMEN EST OMEN (Kosovo e Metohija)

Perché non posso non dirmi Serba

Buongiorno,
Mi chiamo Sandra, ho 30 anni, sono nata a Belgrado. Non sono particolarmente intelligente, ma ho avuto una buona educazione scolastica e famigliare. Non sono né bella né brutta, quindi sarei simpatica. Sono particolarmente orgogliosa, dignitosa, leale e testarda. Sono anche impulsiva ed emotiva. Devo seguire la legge, ma credo più nella giustizia (quale legge morale non scritta). Sono melanconica e utopista.
Sono esattamente come il mio paese, Srbija.
Per questo motivo penso di dover condividere ed assumermi la responsabilità di tutte le cose che ha vissuto e che vive il mio paese.
Questo vuol affermare che mi devo vergognare quando il mio paese sbaglia e cercare di imparare per evitare futuri errori, ma questo vuol dire anche che devo essere orgogliosa del mio paese quando fa le cose giuste e cercare di proteggerlo quando è minacciato.
Una parte del mio paese si chiama Kosovo e Metohia. Kosovo e METOHIJA..
Il nome Metohija deriva dalla parola greca metòchio - comune terra dei monasteri.
Spesso mi chiedo perché i paesi occidentali, soprattutto i loro rappresentati politici e i loro media non la pronunciano mai per intero. E’ il suo nome da sempre, o almeno dal 1180 quando il Kosovo divenne parte dello stato Serbo.
Nel 1219, la città kosovara Pec divenne la sede della Chiesa Serbo-Ortodossa.
Fino all’occupazione turca (‘400) il Kosovo e Metohija era il centro religioso e culturale della Serbia. Furono costruiti più di 200 edifici sacri.
Solo nel periodo fra il Giugno ed il Novembre 1999 più di settanta chiese e monasteri sono stati vandalizzati, bruciati e distrutti.
Potete immaginare quale è la situazione attuale?
Vi ho già spiegato che l’unico motivo per il quale mi permetto di parlarvi della situazione del Kosovo e Metohia è perché sono pronta anche a vergognarmi del mio paese.
Ci fu una data, un giorno, di cui si sono vergognati milioni di Serbi.
1989. Luglio. Slobodan Milosevic viene eletto Presidente della Serbia.
1990 Milosevic cancella l’autonomia del Kosovo e gli Albanesi si rifiutano di lavorare per uno stato in cui non si riconoscono. Bisogna affermare che la maggioranza degli Albanesi (anche i Kosovari albanesi) sono mussulmani.
Come si è arrivati a questo?
Il 15 giugno 1389, Lazar, principe della Serbia, che si estendeva allora fino alla Bulgaria e alla Grecia del Nord, fu ucciso dai Turchi nella battaglia del Kosovo, ed insieme con lui l’intero esercito venne annientato.
Inizia l’occupazione turca che durerà 500 anni.
Il governo ottomano favoriva le persone convertite all’Islam. La conversione ebbe maggior successo in Bosnia (fra i Serbi Bosniaci ed altre popolazioni della Bosnia) ed in Kosovo (Albanesi).
Col passare del tempo, i convertiti divennero padroni di latifondi sempre più’ estesi, su cui vivevano i servi della gleba cristiani, che nel caso della Bosnia e del Kosovo erano per lo più’ Serbi.
Nel 1690, una cospicua parte della popolazione serba del Kosovo sotto la guida del patriarca Arsenije III si vide costretta a lasciare il paese, sotto le pressioni di pulizia etnica dei turchi e delle popolazioni kosovare privilegiate.
Altre migrazioni avvennero nel 1735-39 a causa della guerra fra la Russia e il Regno Asburgico contro l’Impero Ottomano.
Nel Kosovo queste migrazioni lasciarono effetti duraturi. Cambiò la composizione etnica perché ora gli Albanesi non solo popolavano i villaggi abbandonati della pianura, ma anche le città.
La Serbia ottenne la sua autonomia dall’Impero Ottomano con due rivoluzioni: nel 1804 e nel 1815, sebbene le truppe turche continuassero a presidiare la capitale, Belgrado, fino al 1867.
Le due guerre balcaniche segnarono il tramonto di ogni influenza turca sulla Penisola Balcanica. Nei Balcani si rafforzarono i giovani stati nazionali (Serbia, Montenegro, Bulgaria, Romania, Grecia), mentre anche l’Albania ottenne l’indipendenza.
All’inizio della guerra dei Balcani l’esercito serbo, appoggiato dalla Russia e dalla Francia, rioccupa tutto il Kosovo.
1919. Nell’accordo di Versailles il Kosovo e la Macedonia vengono assegnati al regno dei Serbi, Croati e Sloveni, dal 1929 “Jugoslavia”.
La Seconda Guerra Mondiale vide il Kosovo diviso tra Germania, Italia, e Bulgaria.
L’Italia formò unita’ albanesi, che furono usate nella “pacificazione” della Grecia. L’alleata delle SS, la Divisione Skanderbeg, un’unità albanese con ufficiali tedeschi, la quale si occupo’ della soluzione finale del problema serbo e del problema ebraico.
Nel luogo di Serbi e degli Ebrei uccisi o espulsi, vennero 70,000 coloni dall’Albania.
Repubblica Federativa di Jugoslavia. La nuova Costituzione approvata il 31 gennaio 1946 prevedeva l’unione di sei repubbliche e due regioni autonome (Kosovo e Vojvodina). Con la riforma costituzionale del 1971 e la nuova carta del 1974 le repubbliche federali ottennero la sovranità statale, il Kosovo lo status di provincia autonoma con proprie istituzioni indipendenti da quelle serbe.
La lingua albanese viene riconosciuta come una delle lingue nazionali della Jugoslavia. Serbi e montenegrini costituiscono ancora la maggioranza dell’élite politico-economica e delle forze di polizia
1980. Muore Tito.
Dopo la morte di Tito il Kosovo ebbe diritto di veto su tutta la legislazione serba che lo riguardava, mentre la Serbia non aveva il veto sulle leggi in vigore nel Kosovo, che ora aveva il suo proprio governo, il suo parlamento, la sua polizia, il suo potere giudiziario e la sua corte suprema.
La letteratura albanese e la cultura prosperarono, ma una laurea in albanologia o in studi islamici non offre opportunità.
Gli albanesi del Kosovo erano scontenti e trovarono un colpevole, quello sbagliato.
Così il 26 marzo, 1981 a Pristina i bersagli furono Serbi e Montenegrini, i quali vennero assaliti e bastonati, le loro case e negozi saccheggiati ed incendiati. L’esercito intervenne e forse cento albanesi furono uccisi. A Pristina anche i poliziotti vennero uccisi.
Come gli albanesi ottennero il controllo della polizia, la vita divenne difficile per le minoranze nel Kosovo.
Gli anni novanta. Furono i separatisti albanesi dell’UCK (”Esercito di liberazione del Kosovo”), finanziati dai traffici di armi e stupefacenti, ad iniziare le ostilità con attentati terroristici ed uccisioni ai danni di cittadini serbi e non albanesi, contro le loro proprietà e contro le entità statali. Successivamente ci fu una repressione sempre più dura da parte della polizia e, più tardi, da parte di forze paramilitari ispirate da estremisti serbi.
1999. Intervento NATO contro la Serbia.
A proposito della decisione NATO riporto il commento di Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, che definì il testo:
« Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe NATO in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma (The Rambouillet text, which called on Serbia to admit NATO troops throughout Yugoslavia, was a provocation, an excuse to start bombing. Rambouillet is not a document that an angelic Serb could have accepted. It was a terrible diplomatic document that should never have been presented in that form) »
(Henry Kissinger al Daily Telegraph, 28 giugno 1999)

Ecco come (purtroppo) si è arrivati a tutto questo.
Le persone più intelligenti, più colte e più mature mi hanno spiegato che bisogna rassegnarsi e dimenticare i “vecchi” valori.
Mi hanno ricordato che oggi il mondo è cambiato e che è tornata l’antica legge della natura. Quella del più forte. Se è così, vuol dire che l’animale più piccolo, indebolito da anni ed escluso dal branco, molto probabilmente non può sopravvivere, sicuramente non può misurarsi con gli altri animali più forti e più grandi di lui.
Gli animali hanno però bisogno di dormire tranquilli e io sono uno di quelli che per dormire tranquilli doveva scrivere questa lunga lettera.

PS. Da domani, se proprio non esiste la possibilità di una soluzione pacifica ed equa per tutte le due parti, cercherò anch’io di rassegnarmi.

Il 14 Dicembre 2007 alle 13:44 surya ha scritto:

Cara Sandra,
ho letto con tanto piacere e interesse la tua mail.
Ci sono alcuni punti sui quali sono d’accordo con te e condivido le tue perplessità ed opinioni, ci sono altri punti che vorrei, invece, approfondire meglio.
Lì dove parli dei motivi per i quali non sei orgogliosa di essere serba per esempio (l’elezione di Milosevic e il fatto che abbia cancellato l’autonomia del Kosovo; ci sarebbe forse da aggiungere che Milosevic di cose di cui vergognarsi ne ha fatte anche altre.
Non si può non parlare del sostegno a quei criminali che hanno devastato la Bosnia con le loro azioni barbariche.
Non si può tutt’oggi dimenticare quello che purtroppo la Serbia ha accettato e appoggiato durante quella guerra folle.
La colpa non è tua, nè di quei tanti serbi che probabilmente erano presi in giro dai media e che vedevano solo uno spicchio della realtà e di quello che stava succedendo.
Ma purtroppo quello era l’uomo che rappresentava agli occhi del mondo la Serbia e le sue colpe sono, immancabilmente, ricadute su voi tutti.
I bombardamenti del 99 ed ora l’indipendenza del Kosovo non sono altro che un contentino della comunità internazionale per penalizzare la Serbia per gli errori commessi e un modo di sentirsi meno in colpa per quello che non si è fatto in Bosnia per evitare quella strage.
Ora la UE dice che verrà facilitato l’ingresso della Serbia nella Comunità se verrà concessa l’indipendenza al Kosovo; io non sono assolutamente d’accordo, la Serbia ha protetto personaggi come Karadic e Mladic, tutt’ora introvabili, e finchè ciò non verrà risolto, per me la Serbia non dovrà entrare nella Comunità,
finchè non verrà data anche “giustizia” alla Bosnia (la cui entrata nella Comunità è prevista nel 2010!!).
Non lo dico con risentimento nei confronti della Serbia o di nessuno, ma la storia non va dimenticata.
Un saluto
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