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Iraq e Afghanistan: antropologi al fronte

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  • Tags: Afghanistan, donald-rumsfeld, guerra, iraq
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Soldati Usa sul luogo di un attentato in Iraq
Oltre centocinquanta antropologi, sociologi ed esperti di cultura locale spediti al fronte. Nel tentativo di gestire meglio due conflitti sfuggiti di mano in molte zone dell’Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha pensato di integrare le unità militari impegnate nei contesti più caldi con 26 Human Terrain Teams (qui un video del New York Times) chiamati a fornire consigli per favorire il dialogo con le popolazioni locali. Perché ora più che mai, la vera battaglia da vincere non riguarda il controllo del territorio, ma il superamento delle reciproche differenze (e diffidenze) culturali.
Un cambiamento di strategia che segna anche la sconfitta del paradigma tecno-centrico con cui gli Stati Uniti pensavano di poter conquistare i due paesi mediorientali, secondo Noah Shachtman, autore di un bel reportage su Wired (”Come la tecnologia ha finito col perdere la guerra: i network critici in Iraq sono umani, non elettronici”).
Dove per tecnologia è da intendersi la dottrina del “network-centric warfare” (Ncw) a cui si sono ispirate tutte le operazioni militari americane dell’ultimo decennio (qui un ricco speciale interattivo del Washington Post). Era il 1998 e due vice ammiragli statunitensi davano alle stampe “Network-Centric Warfare” (qui in versione pdf), volume destinato a far scuola e ad essere sposato in toto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld negli anni successivi. Alla base la convinzione che la guerra è tutta una questione di gestione e organizzazione delle informazioni. Di qui la necessità di adottare il modello della rete e interconnettere tutti gli attori (umani e artificiali) impegnati al fronte. Decine di migliaia di unità sparse sul territorio avrebbero così agito in maniera coordinata ed efficace. Come un unico organismo. Il tutto attraverso una robusta dotazione tecnologica: telecamere, sensori, ricevitori Gps, satelliti-spia, mappe tridimensionali, computer e via dicendo. “Afghanistan, Iraq e Libano - scrive l’autore del reportage - sono stati i primi conflitti pianificati, lanciati ed eseguiti con le tecnologie e l’ideologia del network. Dovevano essere le guerre del futuro. E il futuro ha perso”.
O, meglio, è stata vinta la battaglia per la conquista del territorio, ma si sta rischiando di perdere quella ben più importante del nation-building. Ecco perché gli antropologi sono stati inviati al fronte: ora si tratta di interconnettere e ricostruire anche le reti sociali e umane. “Le guerre continueranno ad essere incentrate sui network - dice Wired - Ma alcuni network saranno sociali. Non collegheranno computer, aerei telecomandati e Humvee, ma tribù, sette, partiti politici e culture intere”.

  • nicolabruno
  • Venerdì 14 Dicembre 2007
La Dichiarazione dei diritti compie sessanta anni »
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Il 11 Gennaio 2008 alle 16:27 Al Qaeda, se la propaganda dei terroristi arriva sui cellulari » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Se è vero - come vanno ripetendo gli analisti del settore hi-tech - che il 2008 sarà l’anno del boom di massa per l’Internet mobile, ancora una volta Al Qaeda non si farà trovare impreparata. Il movimento fondamentalista islamico ha annunciato un nuovo upgrade tecnologico per la sua macchina propagandistica: i militanti sparsi per il mondo ora potranno scaricare i video-messaggi di Osama Bin Laden in un formato più leggero e predisposto per la visualizzazione sui cellulari. In rete già si trovano otto filmati pronti per il download e lo scambio via infrarossi o Bluetooth. Tra questi anche un tributo ad al-Zarqawi, il leader della resistenza terroristica in Iraq ucciso durante un raid americano del 2006. L’annuncio dei nuovi video per cellulari è stato diffuso su diversi siti jihadisti attraverso As-Sahab (Le Nuvole), braccio mediatico di Al-Qaeda, che si occupa di realizzare e distribuire in tutto il mondo (e su qualsiasi media) i video-messaggi di Bin Laden&co con tanto di sottotitoli in più lingue. I telefonini multimediali di ultima generazione si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente. E Al Qaeda ne ha subito intuito il potenziale propagandistico. Il discusso video con l’esecuzione di Saddam Hussein circolò fin da subito nel mondo arabo soprattutto attraverso il tam-tam via cellulare. Poche settimane fa Ayman al-Zawahiri, guida ideologica di Al Qaeda, ha invitato “giornalisti, agenzie e semplici cittadini” occidentali a inviargli domande via web. Secondo il settimanale Newsweek si è trattato solo di un’altra astuta mossa pubblicitaria. Certo è che, al di là delle motivazioni propagandistiche, al Qaeda deve molto del suo successo a Internet. Utilizzata per comunicare in maniera anonima e criptata, pianificare operazioni, condividere guide e materiali informativi, sedurre nuovi adepti. Forse sfruttata anche meglio rispetto a quanto hanno saputo fare gli americani con il loro costosissimo (e criticato) progetto di guerra network-centric. [...]

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