Archivio di Gennaio, 2008

Nelle primarie sul web non sono in prima linea i candidati, ma i loro sostenitori. Anche in famiglia. Mitt Romney ha arruolato i suoi cinque figli per scrivere il blog della sua campagna elettorale nelle primarie. Sul sito di Hillary Clinton invece campeggia un gran bottone rosso al centro e la scritta “contribuisci”: anche lei ha un diario online, ma è affidato al suo team di professionisti. Stessa linea seguita dal senatore repubblicano dell’Arizona John McCain. Ma è Barack Obama il più internettiano dei candidati: ha creato una webtv, fotografie e social network. Eppure i suoi sostenitori l’hanno di gran lunga superato.
Sono loro stessi a spiegare perché votarlo con un breve video su Youbama, un sito non ufficiale lanciato da due studenti di Stanford. L’idea è quella di promuovere una campagna fatta dagli stessi cittadini per spiegare le motivazioni della loro scelta alle urne. Un tentativo di democratizzare la partecipazione politica con gli strumenti del web interattivo.
Youbama ha già raccolto decine di video di star e gente comune schierata a favore del senatore afroamericano. “È il miglior candidato che abbia mai visto” dice convinto George Clooney. Ted Kennedy, fratello dell’ex presidente degli Stati Uniti, spiega in video perché appoggiare la corsa dell’avversario di Hillary Clinton. Dicono la loro anche studenti e supporter con filmati girati nelle case, per strada, nelle università. E alla fine si può votare il messaggio più convincente. Finora quello più votato è stato proprio George Clooney che con un discorso di appena mezzo minuto si è aggiudicato quasi quattromila voti.
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Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

“Ho subito così tanti attentati e francamente non ho più paura. Credo nel destino”, afferma il presidente pachistano Pervez Musharraf in un’intervista a Panorama in edicola dal 1° febbraio. Il presidente pachistano si dice convinto che l’esercito non gli volterà mai le spalle: “Ho guidato le forze armate per 9 anni. Mi hanno sempre seguito. Gli obiettivi dei militari sono anche i miei. Ecco perché l’esercito rimarrà sempre leale nei miei confronti e il Pakistan non si disintegrerà mai”.
L’ex generale è durissimo con Iftikhar Muhammad Chaudhry, il presidente della corte suprema rimosso dall’incarico a novembre, dopo un lungo braccio di ferro. “Per mesi il primo ministro ha raccolto le prove della corruzione di questo alto magistrato. Io ho deciso per il suo allontanamento. Ho agito contro la legge? No. Poi tutto è stato politicizzato”. Musharraf esprime anche dubbi sull’aiuto promesso dagli americani per domare le tribù ribelli nelle aree dove si annida Al Qaeda. “Davvero pensate che le forze armate degli Stati Uniti abbiano la bacchetta magica? Le condizioni ambientali sono peggiori di quelle dell’Afghanistan”.

“Se Israele si ritira, se riconosce Gerusalemme e il ritorno del nostro popolo e se smantella le colonie che ci occupano, noi siamo pronti a una tregua di dieci anni almeno” lo afferma Khaled Meshaal, il leader di Hamas in un’intervista esclusiva a Panorama in edicola dal 1° febbario, nella quale torna ad accusare Israele e il presidente dell’autorità nazionale palestinese Abu Mazen “Israele si nutre dell’agonia dei nostri per esistere politicamente. Il male è che oggi è aiutato da chi fra i nostri fratelli lo appoggia con il silenzio e la complicità”.
Meshaal assicura, infine, che il soldato israeliano Gilad Shalit, rapito nel giugno del 2006 al confine di Gaza: “È vivo, sta bene ed è anche trattato con i guanti bianchi”.

Ogni volta che il Partito Comunista Cinese allenta la presa, il Paese si evolve. E questa volta le novità riguardano le leggi sul matrimonio e sul divorzio. Fino al 2003, le giovani coppie che sceglievano di unirsi in matrimonio dovevano presentare a un ufficio comunale le autorizzazioni dei rispettivi datori di lavoro e un certificato di buona salute. Oggi, ai futuri sposi, basta presentare la carta di identità e un’autocertificazione che conferma lo stato libero di entrambi.
Le procedure che regolano il divorzio hanno subito la stessa evoluzione. Oggi basta un’amichevole constatazione delle due parti per decretare il fallimento della loro unione e rendere effettivo il divorzio. In ventiquattr’ore e pagando una tassa di dieci yuan, l’equivalente di un euro. Prima della riforma, invece, le coppie avevano bisogno dell’autorizzazione dei rispettivi datori di lavoro e degli amministratori comunali, nella maggior parte dei casi poco inclini a concederla.
Gli effetti della riforma si sono concretizzati essenzialmente in un aumento drastico del numero di divorzi nel Paese. In realtà, le separazioni di giovani sposi sono in aumento sin dagli anni ’80, quando se ne contavano una media di 341.000 ogni anno. Da allora i valori sono quadruplicati e le riforme del 2003 non hanno fatto altro che esacerbare una tendenza già in atto. Tra il 2003 e il 2006, i numeri si sono assestati su 1.2 milioni, ma i dati più eloquenti sono quelli registrati nel 2007: 1.4 milioni di divorzi, +18,2% rispetto all’anno precedente, a fronte di 9.5 milioni di matrimoni. Un dato sottostimato, afferma il China Daily, che trascura tutti divorzi ottenuti in tribunale.
Tante le ragioni che i sociologi orientali attribuiscono a questa nuova tendenza.
Anzitutto l’incapacità dei ragazzi nati negli anni della politica del figlio unico, educati come “imperatori del focolare”, a gestire in maniera equilibrata le relazioni con l’altro sesso. Allo stesso tempo, i lunghi periodi trascorsi per lavoro lontano da casa, da impiegati e da dirigenti, finiscono per trasformarsi, nel lungo periodo, in una minaccia per l’equilibrio della coppia. Infine, non va trascurato il processo di emancipazione femminile nella società cinese, che permette alle donne delle classi meno povere non solo di diventare “finanziariamente e mentalmente indipendenti”, ma anche di aspirare, come le cugine dall’altra parte dell’oceano, a un “matrimonio di qualità” piuttosto che a uno imposto dai familiari.


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“Prevenire è meglio che curare”. Soprattutto durante il Carnevale, festa simbolo per un paese con quasi 200 milioni di abitanti come il Brasile. E così ecco arrivare ben 20 milioni di preservativi. Saranno distribuiti da oggi fino ai primi di febbraio quando feste, sfilate e balli saranno finiti, grazie all’intervento del Ministero della Sanità del governo Lula e del suo ministro José Gomes Temporão. In omaggio anche un numero imprecisato di pillole del giorno dopo. Obiettivo porre un freno alla diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, prime fra tutte l’Aids, il cui virus ha già infettato 600mila brasiliani.
“La società deve essere consapevole dell’importanza della prevenzione”, ha detto Temporão, definendo “strategici” i milioni di condom che il governo Lula distribuirà gratuitamente per il Carnevale. Ma, come era già accaduto durante la visita di Benedetto XVI a San Paolo, lo scorso maggio, il ministro della Salute è entrato in rotta di collisione con alcune autorità della Chiesa cattolica. All’epoca le critiche a Temporão arrivarono perché il ministro aveva definito la legislazione esistente in Brasile sull’aborto “restrittiva”, spiegando che non si possono “prescrivere dogmi e precetti di una determinata religione a tutta la società”. Oggi, i 20 milioni di preservativi del Carnevale, cui si aggiunge la distribuzione in farmacia della pillola del giorno dopo, hanno addirittura portato la diocesi di Recife a minacciare di citare in tribunale il ministero della salute dello stato del Pernambuco, tra i più poveri del Paese. Temporão ha replicato definendo “deplorevole” l’atteggiamento della Chiesa cattolica. Al di là delle polemiche, comunque, quel che è certo è che anche quando il Carnevale lascerà il passo alla Quaresima la politica di pianificazione familiare del governo brasiliano non intende fermarsi e proseguirà, tra gli elogi delle Nazioni Unite e le critiche della Chiesa cattolica.

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Quando il governatore dello stato di Guárico in Venezuela, Eduardo Manuitt, si è alzato come tutte le mattine per andare a lavorare non immaginava proprio che quella sarebbe stata una giornata diversa dalle altre.
Marlene Martín Brito, 36 anni, venezuelana ma con passaporto spagnolo, invece, aveva da qualche giorno come un presentimento. Non tanto per lei, quanto per le sue due figlie Kimberly e Giorleana, rispettivamente nove e sei anni. E così ha finito con il non staccarsi da loro, come per proteggerle. Ma in banca ci doveva proprio andare per un bonifico che ormai non poteva più rimandare. Quella di Altagracia de Orituco era la sua banca, non aveva nulla da temere. E allora le ha portate con sé. Eduardo invece ad Altagracia de Orituco e alla banca del BBVA, filiale venezuelana del Banco Provincial proprio non ci pensava. E neanche a Marlene di cui ignorava perfino l’esistenza. Ma le loro storie si sono intrecciate insieme a quelle di una quarantina di altri innocenti e 6 bambini. Per 36 ore, fino a rimanere impresse nella memoria. Oltre a Marlene infatti si stava dirigendo in banca un pugno di malviventi, pronti a tutto pur di assaltare il Banco Provincial di Altagracia de Orituco. Armi alla mano, volti mascherati, l’operazione scatta in un attimo e quando si accorgono che qualcuno ha dato l’allarme il gioco si trasforma in un incubo. I banditi si asserragliano dentro, clienti e impiegati si trasformano in ostaggi. Ma i malviventi non vogliono il panico e così offrono succo e cibo per tenere buona l’intera banca. E addirittura parlano al telefono con radio e televisioni.
Le interviste dei banditi a Radio Caracol
È solo più tardi, con la situazione ormai fuori controllo, che i banditi si trasformano mostrando aggressività e ferocia. “Hanno sparato colpendo un vetro, il terrore si è stampato sui volti dei sequestrati” racconta Marlene che dice anche di aver approfittato del delirio generale per chiudersi in bagno con le bambine. Ma un bandito la vede ed entra nel bagno armato. Le bambine si stringono alla madre fortissimo piangendo e gridando “non vogliamo morire”. Poi arriva finalmente l’ambulanza chiesta dai banditi per scappare insieme a cinque ostaggi. Marlene non è fra di loro e solo quando vede il pulmino perdersi lontano e trasformarsi in un punto capisce che l’incubo è finito.
La liberazione degli ostaggi
I banditi, loro, avrebbero terminato la loro corsa impazzita ad un posto di blocco in autostrada due ore dopo.
La cattura dei banditi da parte della polizia
“Ero tesissima, ora grazie a Dio sto meglio” dichiara adesso Marlene alle telecamere di mezzo mondo accorse sul posto per raccontare la vicenda. Ma un rimprovero la giovane spagnola-venezuelana ce l’ha “perché le autorità hanno ritardato così tanto ad inviare l’ambulanza quando è dalle 8 della sera che era stata richiesta? Ancora non riesco a crederlo.” A Marlene, come a tutti gli altri ostaggi, il governatore Eduardo dovrà dare delle risposte. Per il momento si limita a dichiarare: “La cosa più importante era salvare le vite degli ostaggi. E in questo, almeno ha avuto ragione”.
L’arrivo degli ostaggi all’ospedale
Il sequestro in banca ha cambiato la vita del governatore Eduardo: ha temuto una strage e con essa anni di onorata carriera andare in fumo, nelle polemiche. Quanto a Marlene, dopo quanto accaduto ha giurato a se stessa che in Venezuela non rimarrà un giorno di più. Entro la fine di febbraio si trasferirà in Spagna. Le figlie ancora sotto choc annuiscono: la seguiranno. Da lì sperano che sarà più facile dimenticare questa brutta storia.

Nella foto scattata dall’Fbi il portafoglio firmato Gucci è in bella posa, insieme ai 56 mila dollari introdotti clandestinamente negli Stati Uniti.
Solo che adesso, da quando alle sue spalle si sono chiuse le porte del carcere di Talhalase (Florida), Sonia Hernandes, di quel portafoglio, non saprà cosa farsene. Almeno sino al 7 giugno, quando avrà finito di scontare la sua pena comminata dalla giustizia americana. Le potrebbe invece essere molto più utile l’epiteto brasiliano con cui è ormai conosciuta in tutto il mondo: “bispa”, vescova, un appellativo che nei momenti del bisogno torna sempre comodo. Anche perché lei, la signora con i tacchi a spillo e la pelliccia di visone e almeno un paio di operazioni di chirurgia estetica nel curriculum, ha nientemeno che Gesù, almeno secondo quando va telepredicando, dalla sua parte. Oltre ai milioni di fedeli della Igreja Renascer che ha fondato ventidue anni fa insieme al marito Estevam Hernandes, autonominatosi per l’occasione apostolo.
Finisce così, in un carcere della Florida, l’avventura di una donna che dal niente è riuscita a costruire in poco più di venti anni un impero, prima in Brasile poi in tutto il mondo. Perché la scatola di bispa Sônia e apostolo Estevam è diventata nel corso degli anni una perfetta macchina per fare soldi, regolata con meccanismi di marketing studiati a tavolino grazie ai consigli dello stesso Estevam, che prima di “sfondare” come predicatore ha ricoperto ruoli di responsabile commerciale di aziende come la Xerox. Il giochino è riuscito così bene da annoverare tra i banchi delle sue chiese, moltiplicatesi ovunque, perfino un testimonial d’eccezione come il Pallone d’oro Kakà.

Insomma, stava filando tutto liscio, nonostante le decine di processi intentati dalla giustizia brasiliana: i fedeli aumentavano e le casse personali della coppia si infoltivano, dato che per regola di Renascer i fedeli devono versare la decima parte del loro salario. Tutto perfetto: Sonia sempre più bella, perfino un programma quotidiano da lei condotto su rete Gospel, il canale tv ufficiale di Renascer, con tanto di ricette di cucina e cantanti ospiti in mezzo alle parabole del vangelo.
Tutto perfetto, tanto che qualcuno alla fine aveva finito con il credere che realmente l’iniziativa fosse benedetta da Dio, se non ci si fosse messa l’FBI, o meglio il “diavolo” secondo la definizione dei diretti interessati. Perché il “diavolo” ha fatto le cose in grande. Nel gennaio 2007 blocca la coppia mentre tenta di entrare negli Stati Uniti con i 56 mila dollari non dichiarati. L’accusa? Frode fiscale e riciclaggio. Non è bastato ai due coniugi nascondere i soldi dentro una Bibbia con falso fondo: le porte del carcere, o dell’inferno, si sono spalancate per la coppia, che comunque, a causa di un figlio minore adottato, sconterà la pena alternandosi dietro le sbarre. Da allora in poi per Renascer solo problemi: un’emorragia di fedeli che, evidentemente, non hanno mandato giù l’accusa della polizia Usa e perfino una richiesta di interrogatorio a Kakà da parte della giustizia brasiliana. Insomma per bispa Sonia e apostolo Estevam è arrivato il momento di cominciare a pregare davvero.
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Più che una vittoria, un’ipoteca sulla nomination repubblicana in vista del voto di fine 2008. John McCain ha sconfitto in Florida Mitt Romney (36 vs 31) e sta per incassare anche il sostegno chiave di Rudy Giuliani. L’ex sindaco della Grande Mela, inchiodato al 15%, solo un punto sopra Micke Huckabee, sta infatti meditando il ritiro e avrebbe già manifestato l’intenzione di consegnare in dote allo stesso McCain i voti decisivi del suo feudo: lo Stato di New York.
Quella di McCain, eroe della guerra del Vietnam, è una vittoria del “parlar chiaro” da veterano. Premiato da pensionati dell’esercito e cubani in esilio del Sunshine State, il senatore dell’Arizona può guardare ora all’appuntamento chiave del 5 febbraio (quando si recheranno alle urne i cittadini di oltre venti Stati) con il vento in poppa. Con il profilo da front-runner, il superfavorito nel campo repubblicano. Promette una guerra senza quartiere al terrorismo islamico, ribadisce la necessità di rimanere in Iraq fino alla vittoria finale, si presenta agli elettori come il più determinato sostenitore dei soldati al fronte e della nuova strategia di stabilizzazione del generale Paetrus.
Ma diversamente dai neocon, il suo essere a fianco degli uomini in armi non ha venature messianiche o ideologiche. Molti big del suo partito, il Gran Old Party, infatti lo guardano con diffidenza, lo considerano un repubblicano atipico, pronto persino a collaborare con i senatori democratici su una proposta di legge sull’immigrazione che piace ai liberal. Insomma, un repubblicano che, sui temi delle politiche sociali, assomiglia ai democratici: favorevole all’estensione delle polizze sanitarie finanziate dallo Stato, non ossessionato dal taglio delle imposte, e persino sostenitore di un programma di salvaguardia dell’ambiente che è considerato una bestemmia dalla destra del suo partito.
A garantire per lui, di fronte ai suoi colleghi di partito, c’è però un passato, durato cinque anni, in un carcere di Hanoi. McCain, che fu torturato e da quell’esperienza è uscito ancora più temprato: è tutto fuorché un traditore.
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