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L’Africa che mangia l’Africa. Reportage tra le fiamme del Kenya

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  • Tags: Daniel-Arap-Moi, etnia, Kenya, Kibera, Kikuyu, Korococho, luo, Malindi, nairobi, Raila-Odinga, scontri, slum
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[i]3 gennaio 2008[/i] - Sostenitori dell'Orange Democratic Movement manifestano a Nairobi contro le forze di polizia.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]<br />

di Stella Pende

“Li hanno fatti bruciare vivi. Hanno buttato dalla finestra uno straccio intriso di benzina, i bambini e le donne erano indietro, vicino all’altare di legno. Sono caduti come mosche. Non gli è bastato dare alle fiamme le loro case. Hanno voluto punirli perché erano di etnia kikuyu. Ma questa strage accenderà altre stragi. I fratelli taglieranno a pezzi i figli dei fratelli. Sarà un Ruanda kenyota”. Padre John Tnunga, pastore di rito wakorino, chiesa di riti ancestrali dell’etnia kikuyu, è uno dei pochi sopravvissuti all’ultima feroce strage africana che commuove il mondo. Quella di Eldoret, dove i nemici dei kikuyu hanno incendiato la chiesa di Kiambo e devastato negozi e case.
Non basta, dalle terre rosse del Kenya occidentale scappano, terrificati dai machete dei ribelli, più di 70 mila uomini, donne e piccoli. Sono 350 i morti delle ultime ore di questa nuova odissea africana. Guerra di fratelli. Kikuyu contro luo, etnia contro etnia. Film dannato che si ripete: quello dell’Africa che mangia l’Africa.
E questo orrore proprio in quel Kenya che era vetrina dorata di giraffe e di elefanti. Oggi invece il paradiso kenyota rischia di cadere negli inferi. Per chi ci vive. Per 45 mila italiani e i nostri 3.500 turisti che tutti gli anni riempiono le sue spiagge color della luna.
Tutta colpa dell’elezione beffa del 27 dicembre scorso che ha montato una guerra fra il presidente Mwai Kibaki, leader del partito arcobaleno sostenuto dai kikuyu, e Raila Odinga, uomo dell’opposizione di etnia luo e padre del Movimento democratico arancione. Dopo giorni di notizie intermittenti e uno scrutinio palesemente avvelenato (”Gli è costato più caro comprare le elezioni che la sua campagna elettorale” si sente dire) Kibaki viene riconsacrato come padrone del Kenya con 4.584.721 voti contro i 4.352.993 di Odinga.
“Kibaki hai rapinato le elezioni, ma noi ti ruberemo il cuore per mangiarlo tutti insieme”: così recita il grazioso murale della stazione di Nairobi, col panciuto Kibaki truccato da porcellino già bello e pronto in tavola. Immagine fedele alla rabbia dei tifosi di Odinga, candidato sognato e voluto dall’etnia luo e da tutti quei piccoli gruppi che rappresentano la gente povera. Una sorta di Bertinotti keniota.
Intellettuale, studi nella Germania dell’Est, una confessata passione per le bretelle, aveva prima militato accanto a Kibaki per affondare il vecchio regime di Daniel Arap Moi, guidando il Kenya dalla vecchia dittatura del partito Kanu durata 24 anni alla novella democrazia. Poi nel 2005 il referendum che li divide, quello per il cambio della costituzione contestato da Odinga ma fortemente voluto da Kibaki, che si trasforma per quest’ultimo in un boomerang. “Quel referendum lanciava il ruolo del primo ministro, eterno sogno di Odinga, senza dargli però alcun potere, vietava la terra agli stranieri, concedeva l’eredità alle donne, bandiva l’aborto e il matrimonio fra persone dello stesso sesso” spiega padre Giulio Albanese, esperto africanista. “C’erano buoni motivi per votarlo e altrettanti per respingerlo. Ma i kenyoti lo hanno bocciato, trasformandolo in un plebiscito contro Kibaki”. Ottima occasione offerta a Odinga per diventare il leader dell’opposizione scegliendo per rappresentarsi il colore arancione, quello del sole. Fino a queste elezioni di fuoco. “Gente del Kenya, aiutatemi a regalarvi un’elezione illuminata dalla stella della giustizia” ha detto. “Non arrendetevi”.
Dieci minuti dopo la proclamazione di Kibaki si incendiano gli slum di Kibera e di Korococho, polveriere umane cariche di armi e di milioni di poveracci impestati di miseria e aids. Notti insanguinate. “State tappati nelle vostre baracche. I figli sotto il letto” aveva detto Paolino, padre cattolico di Kariobanghi, considerata in Kenya una parrocchia di frontiera. “E invece non potrò più dimenticare quell’alba del 30 dicembre”: la prima istantanea che gli resterà tatuata negli occhi è quella di due fratelli crocefissi alla loro capanna. “I kikuyu e i luo vivono mischiati: il Kenya è una macedonia di etnie. Se si mettono l’una contro l’altra, questo paese diventerà una polveriera”.
Cassandra africana. In quattro giorni 250 morti a Kisumu, est di Nairobi, dove l’obitorio non accetta più i cadaveri. A Nakuru, raccontano, le case dei kikuyu sono state marcate con una parola sola: morte. A Nairobi i professori di politica dicono che la sola speranza è in un accordo: Odinga ha vinto le elezioni parlamentari, dunque potrebbe spartirsi la torta col presidente. Scenario possibile: Odinga primo ministro con grandi poteri, quello che in Kenya, repubblica totalitaria, non è mai accaduto, e a Kibaki la poltrona presidenziale.
“Sarebbe l’unica speranza, ma è un accordo lunare: Odinga si è già conquistato 90 uomini in parlamento e Kibaki ne ha solo 30. Odinga ha tutto il diritto di voler essere presidente. Il paese rischia di diventare una furia se non saranno i padroni della comunità internazionale ad aiutarci”. A parlare è il bocciato Tiboko Pastore, consigliere comunale di Odinga a Watamu. “Le elezioni parlamentari dimostrano del resto la truffa di Kibaki” aggiunge Albanese. “Perché un popolo che da poco ha votato compatto per Odinga per il parlamento non avrebbe dovuto votarlo anche per le presidenziali?”.
Idea, a quanto pare, condivisa dalla comunità internazionale: quella europea, che ha fortemente protestato per queste elezioni, e perfino gli amici di Kibaki nell’amministrazione Bush che lo avevano appoggiato. Le ultime notizie danno una sorpresa: potrebbero essere Arap Moi e George W. Bush i padrini di un accordo tra i duellanti kenioti. Qualcuno addirittura vede Barack Obama, di radici keniote, come apostolo della nuova pace.
L’ipotesi da scartare è quella di nuove elezioni. “Il paese non ce la farebbe a sostenere economicamente una nuova campagna elettorale” dice Pastore. Comunque andrà, non sarà certo il povero presidente della commissione elettorale, Samuel Kivuito, a proclamare il nuovo leader. “Per dare l’annuncio della vittoria di Kibaki ha dovuto nascondersi in una saletta lounge del Kicc (Kenyatta international conference center) con i pochi giornalisti fedeli a Kibaki” racconta ancora Pastore. “Davanti alla truffa e al veto di trasmettere notizie in diretta, come nelle più sane delle dittature una folla infuriata lo aspettava urlando. Per uscire ha dovuto farsi scortare con rottweiler e auto blindate dal capo della polizia, il generale Hussein Ali”.
Quando è arrivato nella sala della State House, il tapino ha trovato una triste festicciola per pochi eletti. Nulla a che vedere con il trionfo del 2002, dove tra il baobab dell’Uhuru Park di Nairobi migliaia di kenyoti cantarono la gloria del nuovo presidente cavaliere di democrazia e di nuove ricchezze. “Queste elezioni violente, la chiusura dei negozi, il blocco dei trasporti hanno fatto perdere allo stato almeno 31 milioni di dollari: un tonfo per il business”. Betty Maina, direttore dell’Associazione manufatturiera, foulard rosso fuoco intonato al tema, racconta: “Tutto questo bloccherà investimenti e affari”.
Se ne sono accorti gli italiani in vacanza sulle spiagge incantate della costa. Serpenti di auto davanti ai distributori di Malindi, supermercati poveri di rifornimenti e di spaghetti a Mombasa. Poca Coca-Cola e molto panico a Watamu, dove gli albergatori predicano il “non è cambiato niente” (”I miei clienti continuano ad arrivare diligentemente dall’Italia” giura Maurizio Vaccarella, tycoon del Blue Bay) e le piccole agenzie sono tempestate di richieste singolari: “Quanto costa un jet privato per andare da Watamu al casinò di Malindi senza pericolo?” racconta Tunda Vuka dell’agenzia Tunda investment: “Ho ricevuto perfino richieste di elicotteri privati da 30 posti per andare da Watamu a Malindi”.
Sulle spiagge e nei villaggi le voci galoppano: “D’Alema ha detto di non muoversi”. “L’aeroporto di Mombasa è chiuso”. “No, è aperto. Però ci sono i posti di blocco”. “Sulla strada per Malindi è stato avvistato un pulmino di guerriglieri”. “No, erano raccoglitori di mais”… Sopra tutto e tutti arriva la voce di Elisabetta Belloni, laeder dell’unità di crisi alla Farnesina: “Abbiamo pregato i tour operator di fermare i viaggi dall’Italia. Ma tranquilli: in caso di pericolo la Farnesina aumenterà i voli di ritorno”. Nel Kenya della verità, mentre scrivo, a Ngong road a Nairobi hanno appena ammazzato un ragazzo di 15 anni. Aveva addosso una maglietta arancione. Quella di Raila Odinga. Quella del colore del sole.

Il VIDEO servizio:

  • redazione
  • Sabato 5 Gennaio 2008
Per trecento milioni di cristiani ortodossi… È Natale »
« Kenya: secondo il Daily Telegraph stuprati donne e bambini

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