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Chi ha detto che il “socialismo bolivariano” del presidente venezuelano Hugo Chávez (che ha avuto il plauso internazionale per la riuscita della mediazione per la liberazione di due ostaggi colombiani da cinque anni nelle mani delle Farc) non porti benessere nel Paese? Certo, forse non tra i quartieri poveri di Caracas che domenica 2 dicembre gli hanno voltato le spalle nel referendum per riformare la Costituzione in senso socialista (ma tanto, Chávez dixit, quella del “No” è stata “una vittoria di m…”). Di sicuro, però, il ristretto gruppo di imprenditori che da qualche anno ha preso ad appoggiare la sua Revolución di soldi ne ha fatti, tanti.
Ma chi sono e come si sono arricchiti questi capitalisti che appoggiano la rivoluzione bolivariana?
Il caso più paradigmatico di quella che a Caracas è stata ribattezzata “boliborghesia” (mixando le parole bolivariano e borghesia) è quello di Wilmer Ruperti Perdomo, impresario di origine italiana che, prima dello storico sciopero dell’azienda petrolifera statale Pdvsa tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, era un illustre “Don Nadie” (Signor nessuno) o, se preferite, un semplice capitano della marina mercantile venezuelana. La svolta arriva quando Ruperti mette a disposizione del caudillo una flotta di navi che esportano e importano petrolio e beni di prima necessità per forzare il blocco causato dallo sciopero della Pdvsa. Da quel momento, nel giro di poche settimane, l’azienda petrolifera venezuelana viene rivoltata come un calzino: vengono licenziati in tronco i circa 18mila dipendenti in sciopero e i fedelissimi di Chávez vengono paracadutati, per volontà del caudillo, in tutte le postazione strategiche e di comando dell’azienda. Anche la vita di Ruperti viene “rivoltata” come un calzino ma in meglio: vestiti di Gucci, gioielli di ogni tipo, molte donne e tanto glamour, comprese un paio di pistole di Simón Bolívar acquistate per 1,6 milioni di dollari. Insomma, in meno di un anno diventa uno dei massimi rappresentanti della nuova boliborghesia e la sua azienda “Trafigura Beheer B.V.” comincia a fare affari d’oro con la nuova Pdvsa bolivariana. Nel luglio del 2005 un’inchiesta giornalistica del Nuevo Herald di Miami dimostra, carte alla mano, una doppia fatturazione dell’azienda petrolifera nei confronti dell’impresa di Ruperti per la “modica” somma di 14 milioni di dollari. Tutto finisce lì, nonostante l’enormità sospetta della cifra, e oggi l’ex capitano della marina mercantile è diventato anche il magnate proprietario di Canali, il primo canale filogovernativo di news 24 ore su 24.
Anche il caso di Arne Chacón, un tenente di fregata in pensione con nessuna esperienza d’economia, è emblematico: nel giro di qualche anno arriva a detenere il 49% delle azioni della banca privata Baninvest. Come abbia fatto a diventare banchiere acquistando le azioni da Pedro Torres Ciliberto, amico dell’ex ministro della Difesa di Chávez José Vicente Rangel, è un mistero: “Non avevo i soldi per pagarlo”, ha candidamente ammesso in tv facendo per capire, con perifrasi degne di miglior sorte che il debito a Ciliberto sarà rimborsato grazie a consulenze milionarie e sostegni di altra natura. Alleato della prima ora di Chávez nel golpe del 4 febbraio 1992, fratello dell’ex ministro degli Interni bolivariano Jesse Chacón, Arne si sarebbe trasformato da anonimo tenente di fregata a banchiere proprio grazie, secondo molti, a queste alleanze politiche.
E che dire di Nelson Ramiz? Quando nell’aprile 2002 Chávez fu deposto per 48 ore dal golpe di Carmona, quest’imprenditore di origini cubano-libanesi e di passaporto Usa disse all’Associated Press: “Chávez era contro la gente d’affari perché aveva idealità comuniste. I tre anni che abbiamo passato con lui sono stati come un grande velo nero che ha ricoperto tutto il paese”. Oggi Ramiz sopravvive alle sue parole perché non partecipa al mega-sciopero di fine 2002 e, come per Ruperti, i suoi conti e le sue attività esplodono. Prima tra tutte, Aeropostal che, oggi, è una delle compagnie aeree più forti dei Caraibi.
L’ultimo esempio di imprenditore arricchitosi con la rivoluzione è quello di Gustavo Cisneros, proprietario del canale televisivo privato Venevisión e tra i più ricchi uomini d’affari del Sud America. Da quando nel 2004 è giunto ad un accordo con Chávez, grazie all’opera di mediazione dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter, le cose per lui e per Venevisión non sono mai andate meglio. E in cambio della sordina alle critiche contro il caudillo, Chávez ha chiuso il principale competitor, ovvero Rctv, garantendo anche a Venevisión l’appalto di alcune strapagate trasmissioni per il Ministero delle Telecomunicazioni.
- Sabato 12 Gennaio 2008

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Commenti
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Il 12 Gennaio 2008 alle 13:07 nhico ha scritto:
Il rinascimento venezuelano ha lo stesso fetore di quello campano e la stessa matrice: socialismo per pochi intimi.
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