
Il funerale di Hrant Dink, giornalista turco-armeno colpevole di aver offeso la “turchicità ” dello Stato
Tra i cinquanta fermati dalla polizia ci sono avvocati sulla breccia, noti opinionisti e pezzi da novanta dell’eversione ultranazionalista annidata nell’esercito. Tra questi l’ex comandante delle forze speciali Veli Kucuk e il colonnello in pensione Fikri Karadag, leader riconosciuto di una fazione di estrema destra (Forze Nazionali) che, per difendere “la purezza del sangue turco”, ha stilato in passato una macabra black list di 13.500 ‘traditori della patria’ da passare per le armi. Tra cui c’era anche lo stesso giornalista turco-armeno Hrant Dink, il direttore di Agos assassinato il 19 gennaio scorso a Istanbul per aver evocato quel “genocidio armeno” di cui nessuno in Turchia, per la rete estremista e nazionalista, deve osare parlare.
L’inchiesta è nata ufficialmente a seguito del ritrovamento di un arsenale di armi ad alto potenziale in un appartamento del quartiere di Umranye di Istanbul ma promette anche di gettare nuova luce sui mandanti dell’assassinio di Dink colpendo così al cuore il cosiddetto Stato parallelo turco. Tra le personalità fermate c’è anche la signora Sevgi Erenol, portavoce del patriarcato della Chiesa ortodossa turca a Istanbul (anch’essa perquisita dalla polizia) nonché Guler Komurcu, opinionista del quotidiano ‘Aksam‘, legata sentimentalmente ad un uomo in odore di mafia (Sedat Peker) e fiera oppositrice della visita di Benedetto XVI in Turchia.
Ne emerge un quadro oscuro e inquietante dove personalità eccellenti e ben annidate dentro i gangli del potere si uniscono, in un patto eversivo, per mandare all’aria qualsiasi progetto di apertura verso l’Europa e intimidire tutte le voci contro, come lo stesso Dink. Secondo gli osservatori è molto probabile che la retata di oggi risponda anche all’obiettivo di prevenire possibili azioni terroristiche in vista della presentazione in parlamento del nuovo articolo 301 del codice penale (come chiesto anche dall’Ue) che attualmente punisce chiunque offenda la “turchicità” dello Stato.

Sei minuti, secondo più, secondo meno: è il tempo impiegato dalla giustizia israeliana, in media, per processare i detenuti palestinesi. Lo rivela un rapporto datato dicembre 2007 e reso pubblico il 6 gennaio scorso dall’ong israeliana Yesh Din secondo la quale in Cisgiordania i tribunali di Gerusalemme dedicano in media meno di quattro minuti a ogni presunto colpevole palestinese, mentre le condanne a pene detentive sono pronunciate in meno di due minuti.
A differenza dei civili israeliani, i palestinesi sono processati da tribunali militari che spesso vengono accusati di violare il diritto internazionale. Dopo un anno di ricerca effettuato attraverso la raccolta di 800 testimonianze incrociate, Lior Yavneh, l’autore del rapporto, è convinto che “i diritti più elementari sono violati a pressoché tutti gli stadi della procedura giudiziaria, con pressioni enormi sui giudici”. Dei 43.000 atti d’accusa pronunciati tra il 2002 e il 2006, secondo Yesh Din, oltre il 95% sono stati fondati sulla sola base delle testimonianze a carico dei detenuti. Il 2006, anno di altissima tensione tra le autorità israeliane e palestinesi, si è poi chiuso con 23 assoluzioni, cioè lo 0,29% delle sentenze complessive (8.854). Yesh Din è solitamente nota per la sua discrezione e per il livello profilo professionale dei suoi responsabili, tra cui l’ex sindaco di Tel Aviv Shlomo Lahat del Likud e l’ex procuratore generale Michael Ben Yair.

Clinton schiaccia una pennichella in chiesa durante una celebrazione di Martin Luther King. E il video del sonno dell’ex presidente, sotto il titolo beffardo di ‘Bill ha fatto un sogno’, suscita ironie e fa il giro della rete. Il filmato lo ha catturato con la testa ciondoloni durante un sermone in una chiesa di Harlem, proprio mentre sua moglie, in un’altra cappella del quartiere nero di New York, riceveva l’endorsment di un influente leader religioso di colore, Calvin Butts.
Bill has a dream

Un direttore d’orchestra di una banda militare al Congresso cinese
Nelle ultime settimane nuovi focolai di protesta sono divampati a Shanghai e Tianmen. È ancora presto per dire se siamo di fronte a un’inedita forma di dissidenza politica o si tratta di episodi di malumore tutto sommato controllabili al partito. Quel che è certo, secondo gli esperti interpellati, è che il passa parola in rete (ormai sempre più difficile da controllare per la polizia online) e sui media internazionali può conferire a proteste circoscritte (circa diecimila ogni anno, secondo il governo) un carattere più amplio, e dunque potenzialmente pericoloso per Pechino, in vista dei Giochi Olimpici. E questo anche se i manifestanti sono privi, come sono, di un struttura organizzata alle spalle.
Pochi giorni fa, a Tianmen, nella provincia di Hubei, è stato ucciso il primo “citizen reporter” cinese, Wei Wenhua, colpevole di aver filmato con il proprio telefono cellulare gli scontri tra una squadra di Ispettori municipali (il corpo amministrativo che fa rispettare l’ordine nelle aree urbane) e un gruppo di residenti che protestavano contro lo scarico dei rifiuti nei pressi delle proprie abitazioni. Wei è rimasto ucciso da calci e bastonate, e molti altri passanti sono finiti in ospedale. La protesta degli internauti non si è fatta attendere e su blog e forum di discussione hanno condannato duramente, sfuggendo alle maglie della censura, l’azione repressiva del governo. La stessa Zeng Junfang, vedova di Wei, ha chiesto giustizia. Risultato: il responsabile dell’ufficio dell’Amministrazione urbana di Tianmen, Qi Zhengjun, è stato arrestato per l’omicidio.
Non troppo lontano da Tianmen, a Shanghai, migliaia di cittadini si sono resi protagonisti di una manifestazione di protesta contro il prolungamento della linea ferroviaria ad alta velocità, che oggi collega il nuovo aeroporto internazionale di Pudong al centro città. In rivolta contro l’ampliamento della linea a levitazione magnetica, i manifestanti sostengono che genererebbe nuovo inquinamento acustico, atmosferico ed elettromagnetico. È stata la più grande manifestazione organizzata in Cina dai tempi delle proteste anti-giapponesi del 2005. La differenza, però, è che le contestazioni del 2005 furono tacitamente approvate dal governo, quelle di oggi sfidano le autorità. A fine giornata, le forze dell’ordine sono riuscite a far disperdere i manifestanti, ma questi ultimi hanno ribadito, anche sui blog, di non essere disposti a cedere. Ennesimo atto di coraggio in una Cina in continua evoluzione e attraversata da fermenti sociali. Ora resta da vedere se, in entrambi i casi, verrà fatta giustizia.
Un precedente positivo esiste: nel 2007, i residenti di Xiamen, cittadina del Fujian, sono riusciti a bloccare la costruzione di una fabbrica chimica vicino alle loro case. Tuttavia, ne esistono anche di negativi: pochi giorni fa è stata resa nota la sentenza contro Yu Changwu, un contadino cinese che, lo scorso dicembre, ha guidato circa quarantamila contadini di Fujing, cittadina al confine con la Russia, in una rivolta contro le autorità locali per ottenere la distribuzione dei terreni ora in mano allo Stato. Risultato: due anni di “rieducazione” nei campi di lavoro, come ai tempi della Rivoluzione culturale.
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