Archivio di Gennaio, 2008

Mugabe Were, deputato dell’ opposizione, è stato ucciso la scorsa notte a Nairobi poco dopo la mezzanotte (le 22 di ieri sera in Italia) da due killer mentre rientrava a casa: freddato con colpi alla testa, un’esecuzione.
Un omicidio che ha immediatamente scatenato una nuova ondata di violente proteste, partite dallo slum di Kibera (poco distante da dove Were abitava), dove si contano almeno sette morti. Nella Rift Valley, epicentro degli scontri negli ultimi giorni, gli uccisi sono una decina, e molto numerosi i feriti. Anche in altre città sono esplosi disordini, i più drammatici dei quali a Naivasha (Rift Valley) una splendida località turistica a 90 km a nord ovest di Nairobi, divenuta un campo di battaglia. Lì sono intervenuti elicotteri militari per ‘disperdere’ gruppi di manifestanti. Ed hanno sparato: ufficialmente pallottole di gomma, ma molti testimoni hanno parlato di tiri nel mucchio con munizioni vere. Comunque, per ora, nessuna notizia di vittime a seguito di questo intervento.
Ma l’azione di elicotteri governativi appare un’escalation preoccupante, e sembra confermare la voce secondo cui si starebbe preparando l’intervento dell’esercito. Una deriva estremamente rischiosa, per la maggioranza degli osservatori.
Inviti alla calma sono stati lanciati dal presidente Mwai Kibaki (la cui elezione, molto contestata, ha scatenato le violenze che hanno causato un migliaio di morti ed oltre 260.000 sfollati nell’ultimo mese), e dal leader dell’opposizione Raila Odinga. Che però vede anche la mano degli avversari politici nell’assassinio del deputato, e denuncia la deriva anarchica in cui sta precipitando il Paese.
Nel pomeriggio, inizieranno i colloqui tra le parti alla ricerca di una soluzione politica, mediati da Kofi Annan. L’ultimo, labile, filo di speranza.
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Tra i bersagli dell’offensiva talebana c’è anche il neonato sistema scolastico afghano. I dati forniti dal governo di Kabul sono drammatici: dal marzo 2007 a gennaio 2008 sono stati uccise 147 persone tra studenti e insegnanti, il triplo rispetto ai 46 dei dieci mesi precedenti. Nell’ultimo anno 590 scuole (contro le 350 del 2006) sono state chiuse a causa degli scontri tra milizie talebane e soldati internazionali. E tra il 2005 e il 2006 sono state date alle fiamme almeno 183 scuole in ogni parte del Paese.
Un rapporto di Amnesty International del 2007 ha rivelato che la “Laheya” (il manuale militare dei talebani) prevede espressamente non solo gli attacchi contro i civili, ma anche qualcosa di più inquietante e preciso. La regola 25 scrive testualmente che un insegnante che continui a svolgere la propria professione dopo aver ricevuto un ammonimento dai talebani dev’essere picchiato; e se continua a insegnare in modo contrario ai principi dell’Islam deve essere ucciso. A sua volta, una fatwa (ordinanza religiosa) ordina la morte di chiunque, anche dalle cattedre, sostenga l’intervento militare guidato dagli Usa.
Ma vediamo quali sono le conseguenze di un’offensiva talebana che è anche offensiva culturale contro chiunque si batta per innalzare il livello di alfabetizzazione dei bambini afghani. L’anno scorso oltre 300.000 studenti, concentrati tutti nelle calde province meridionali di Kandahar, Oruzgan, Zabul e Helmand, non hanno potuto completare l’anno scolastico a causa delle operazioni belliche e degli attacchi dei guerriglieri. Secondo il Ministro dell’Educazione, Mohammad Atmar Anif, i talebani “vogliono chiudere le scuole in modo che ai bambini e soprattutto agli adolescenti non resti scelta che unirsi a loro. Oppure attraversare il confine per frequentare le madrasse dell’odio dove vengono addestrati come terroristi”.

Secondo i dati ufficiali confermati dall’Unicef l’anno scorso sono andati a scuola in Afghanistan, 6.080.260 bambini e ragazzi, cioè la metà dei bambini e ragazzi in età scolare, un numero comunque sei volte maggiore di quello durante gli anni del regime dei talebani (1996-2001). Un dato ancor più significativo se si considera l’istruzione femminile. Un terzo degli alunni che frequentano le scuole oggi sono bambine, contro il 3% stimato nel periodo dei talebani.
Ombre ma anche tante luci. Nel corso degli ultimi anni l’istruzione in Afghanistan ha registrato una crescita straordinaria iniziata nel 2002, quando ben 3 milioni di bambini afghani fecero ritorno a scuola dopo anni di guerra. Per aiutare i bambini delle regioni remote privi d’accesso alla scuola,
l’Unicef ha istituito in quattro anni 5.000 scuole a base comunitaria, che hanno permesso a oltre 200.000 bambini e bambine l’accesso all’istruzione.
Nel 2006 sono state distribuite 460 tende-scuola nate per rispondere alle esigenze dell’istruzione di base e oggi i progetti della missione dell’Onu
in Afghanistan (Unama) prevedono di fornire materiali d’insegnamento a oltre 100.000 maestri e formare gli insegnanti, incluse le donne, su nuove
metodologie di insegnamento. Gli obiettivi dell’Unicef per il 2007 prevedono
l’iscrizione scolastica di ulteriori 400.000 bambine, la fornitura di materiali didattici per 5,4 milioni di scolari.


George Bush durante il discorso sullo Stato dell’Unione. Alle spalle Dick Cheney
Nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, durato cinquantatre minuti e interrotto settanta volte dagli applausi dei parlamentari repubblicani, George W. Bush ha giocato la carta del pragmatismo e usato toni rassicuranti. Invitando il Congresso a superare le divisioni, ha puntato il focus soprattutto sui temi caldi dello scacchiere internazionale (Iraq, dossier iraniano, questione israelo-palestinese), ribadendo quanto va ripetendo da mesi ma senza soffiare sul fuoco del confronto militare. Alle questioni della crescita, che “preoccupano le famiglie americane”, il presidente uscente ha dedicato invece solo pochi minuti - secondo il New York Times - facendo un appello bipartisan al Congresso: “Approvate al più presto il nostro pacchetto di aiuti fiscali da 150 miliardi di dollari”, senza snaturarlo.
Dossier iraniano
Ricordando l’incidente tra le vedette dei pasdaran e navi da guerra Usa dello stretto di Ormuz, Bush si è detto pronto a rispondere colpo su colpo a Teheran, accusata di finanziare il terrorismo in Libano e in Palestina: “Affronteremo coloro che minacceranno le nostre truppe, saremo al fianco dei nostri alleati e difenderemo i nostri interessi vitali nel Golfo Persico”. Ma uno spiraglio per una trattativa che appare complicata è stato comunque lasciato aperto: “Il nostro messaggio al popolo iraniano è chiaro: ‘Non abbiamo alcun dissenso con voi, rispettiamo le vostre tradizioni e la vostra storia e non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui sarete liberi’. Anche il nostro messaggio ai leader iraniani è chiaro: “Sospendete l’arricchimento nucleare in modo che sia verificabile, allora i negoziati potranno iniziare”.
Questione israelo-palestinese
“Guardate cosa vi ha portato Hamas. Vi ha consegnato miseria”. Con queste parole si è rivolto ai palestinesi della Striscia di Gaza e della Cigiordania per chiedere loro di sostenere il governo dell’Autorità palestinese di Ramallah.
Iraq
Toni da “presidente di guerra” e orgoglio per risultati ottenuti sul terreno, “che sarebbero stati inimmaginabili soltanto un anno fa”: “Qualcuno qui in America può negare che la nostra strategia sta funzionando ma tra i terroristi non ci sono dubbi. Al Qaeda è in rotta in Iraq e questo nemico sarà sconfitto”. È grazie a questi risultati, secondo Bush, che nei prossimi mesi “potranno tornare a casa ventimila nostri soldati”. Questo significa che l’amministrazione americana uscente sta pensando a un piano per il ritiro? La risposta di Bush è chiara: “Uomini del Congresso”, ha detto, “avendo ottenuto questi risultati, sarebbe irresponsabile favorire proprio ora il ritiro delle nostre truppe”. Se accadesse questo, tutti i progressi fin qui ottenuti - ha fatto intendere Bush - sarebbe stati inutili e l’Iraq rischierebbe di precipitare nuovamente in una nuova e sanguinosa guerra fratricida.
Bocciatura democratica
“Lo Stato dell’Unione è pieno della stessa vuota retorica che il popolo americano ha finito per aspettarsi da questo presidente”, è il commento a caldo di Obama. E delle “solite politiche fallimentari che hanno portato alla trasformazione di un avanzo di bilancio da record in un deficit profondo” ha parlato anche Hillary Clinton, la sua rivale.
Il VIDEO servizio:

La caffetteria di Amargi, libreria femminista in Turchia
Nel cuore della Istanbul europea, poco lontano dalla chiassosa Istikal Caddesi, ha aperto da poco i battenti una libreria unica nel suo genere: la prima che al proprio nome affianca l’aggettivo “femminista”. Trovarla non è certo difficile: bisogna abbandonare il viale principale e avventurarsi nelle strette strade limitrofe, dove a nessuno dei commercianti presenti la sua apertura è passata inosservata.
Sulla porta d’ingresso campeggia la scritta “Amargi“, che è anche il nome di un’organizzazione fondata nel 2001 dalla sociologa 35enne Pinar Selek per sviluppare le teorie e la pratica femministe. La libreria, che è anche una caffetteria, è stata pensata come punto di incontro per i membri dell’associazione e tutte le lettrici che vogliono addentrarsi nel mondo della letteratura femminista. Dalla prossima settimana si alterneranno scrittrici che leggeranno testi di autrici giudicate importanti, a partire da Virginia Woolf. Tra le ospiti illustri anche la poetessa turco-cipriota Nese Yasin, il cui libro “Üzgün Kizlarin Gizli Tarihi” (”Storia segreta di ragazze tristi”) è stato messo al bando.
Sugli scaffali sono appoggiati con cura non solo libri e riviste nuove di zecca, ma anche testi di seconda mano e calendari prodotti dall’associazione “perché servono soldi per tenere questo posto aperto”, spiega la fondatrice, con un sorriso che non nasconde l’orgoglio per un’iniziativa che si sostiene esclusivamente con i soldi della cooperativa. “Amargi” è un nome sumero che significa “libertà” ma anche “ritorno alla madre”. L’ambiente è piccolo, ma accogliente e colorato. A tutte le ore c’è un via-vai di donne di tutte le età e di tutte le tipologie: da quella che si definisce anarchica (”non membro ma simpatizzante dell’associazione” ) e veste con un look da centro sociale, a quella che appare come una perfetta madre di famiglia. Ogni volta che una di loro fa l’ingresso in libreria, viene subito calorosamente abbracciata da altre due o tre e così restano avvinghiate per qualche secondo. Come se non si vedessero da mesi.
A una cittadina europea, il termine “femminista” può sembrare inattuale, ed è Pinar a spiegarne il valore. “Sviluppiamo il pensiero e le politiche femministe attraverso l’analisi dei problemi attuali - dice - che in una società fortemente maschilista come questa non sono di certo pochi”. Benché alcune associazioni femminili sostengano che importanti passi avanti siano stati fatti negli ultimi anni, molto resta ancora da fare soprattutto nelle aree a prevalenza curda, dove i delitti d’onore e i test per la verginità sono ancora troppo diffusi. E la situazione curda, nel suo complesso, è ben conosciuta a questa sociologa che in passato ha trascorso oltre due anni in prigione per essere stata ingiustamente accusata di aver preparato un attentato terroristico nel cuore di Istanbul attribuito al Pkk. Solo dopo molto tempo è emersa la verità: l’esplosione era stata il frutto di un incidente. Ma Pinar è una turca che ha sposato la causa curda, e questo è bastato per attirare su di sé il sospetto e il risentimento degli inquirenti.
L’associazione “Armargi” pubblica una rivista quadrimestrale, in vendita in molte librerie, ma certo il ricavato non basta a coprire da solo tutte le spese. “I sacrifici da fare sono molti - spiega - ma sono molte le donne che avevano bisogno di un posto così, che vengono qui con i loro saggi in mano e vorrebbero che fossero pubblicati o semplicemente letti”. Chissà che da questa piccola libreria, in futuro, non passi anche una nuova Virginia Woolf.


La pubblicità che ha fatto infuriare Sarkozy
Infuriato, schiumante rabbia, pronto a ricorrere a tutte le sedi giudiziarie possibili per difendere il suo diritto alla privacy. Così è apparso questa mattina Nicolas Sarkozy quando, aprendo le pagine di ‘Le Parisien‘, si è trovato di fronte una pubblicità di Ryanair con la sua foto sorridente in compagnia di Carla Bruni: “Con Ryanair - è scritto sul paginone promozionale - tutta la mia famiglia può venire alle mie nozze”.
La compagnia aerea low-cost, interpellata dalle agenzie francesi, ha negato in un primo momento di aver compiuto un’intrusione nella vita privata dell’inquilino dell’Eliseo. Ma di fronte all’ira del presidente, dopo qualche iniziale schermaglia a mezzo stampa, è dovuto intervenire, con la coda tra le gambe, il direttore marketing Francia di Ryanair, Matthieu Glasson. Che ha ufficialmente fatto macchina indietro: “Ci dispiace e presentiamo ufficialmente le scuse se abbiamo fatto un torto all’uno e all’altro: non era davvero il nostro scopo”.
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Una foto risalente al 13 dicembre 1990 dell’ex presidente francese nell’atto di acquistare alcune caldarroste a Roma
La motivazione è nobile: rimpinguare le casse della fondazione per i diritti umani France Libertés. I fatti invece si velano di malinconia perché, a finire all’asta al celebre Hotel Drouot, sono poco più di 350 oggetti appartenuti all’ex Presidente della Repubblica francese morto a Parigi l’8 gennaio 1996. E non sono pezzi qualunque. Se nel 2004 erano stati battuti i crus migliori e una gran parte del mobilio dell’ex leader del Partito Socialista francese, stavolta sono destinati alla vendita i suoi effetti personali, cioè la parte più intima, privata e quotidiana. Ogni pezzo è accompagnato da un certificato di autenticità rilasciato dalla moglie Danielle, ideatrice dell’asta. E non servirà svenarsi per portarsi a casa un cimelio del Presidente che ancora oggi detiene il record di permanenza all’Eliseo: 14 anni.
Piccoli gioielli, come le pantofole in velluto nero ricamate con una rosa rossa e firmate Church’s sono stati stimati tra i 150 e i 250 euro così come le adorate sciarpe rosse, non si superano i 120 euro. Una stanza dell’appartamento della moglie in rue de Bièvre è stata già svuotata: sono stati tolti dall’asta solo l’abito che Danielle indossava quel famoso 10 maggio 1981, giorno dell’investitura presidenziale e qualche tovaglia colorata che invece si è già presa il figlio.Tra i pezzi in vendita anche una serie di doni offerti a Mitterrand durante i suoi innumerevoli spostamenti in giro per il mondo. Una borsa in coccodrillo marrone è l’oggetto più caro, valore stimato tra i 1500 e i 2000 euro. Merito del coccodrillo o del fatto che a donarla al Presidente fu Fidel Castro in persona? La casa d’aste prevede un successo, nel dubbio ha già inviato alle segreterie dei vari partiti socialisti sparsi per l’Europa un invito a partecipare e a comprare. In totale se le previsioni sono corrette e tutti i pezzi verranno venduti, Madame Mitterrand riuscirà a risollevare le casse della sua fondazione per un massimo di 90 mila euro. Nulla, sostengono i nostalgici, se comparato all’unicità di quei pezzi. Capaci di scattare, tutti insieme, una fotografia lieve ma perfettamente a fuoco di un tempo ormai tramontato.
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McCain e Mitt Romney, i due favoriti
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Con Rudy Giuliani fuori gioco e in caduta libera nei sondaggi, la battaglia per la nomination repubblicana in Florida che potrebbe definire gli equilibri nel Gran Old Party (GOP) in vista del supertuesday del 5 febbraio è diventata una partita a due tra il senatore John McCain, l’eroe del Vietnam che punta tutto sulla guerra al terrorismo “islamofascista”, e l’ex-governatore del Massachussets Mitt Romney, il manager mormone che punta tutte le sue carte sul rilancio economico e sulle questioni domestiche in un momento in cui spirano forti, in America, i venti della recessione e della crisi sociale.
A decidere le sorti della partita del GOP nel Sunshine State, in programma martedì 29 gennaio, potrebbero essere ancora, a quarantasette anni dall’invasione della Baia dei Porci, gli ottocentomila cittadini di origine cubana che, nelle elezioni politiche generali, si recano in massa alle urne per sostenere il Partito repubblicano e già nel 2000 consentirono a Bush di vincere, per poche migliaia di voti, contro Kerry. Per garantirsene il sostegno non c’è candidato che non si sia recato al Centro per la Resistenza contro la dittatura (Miami) per mostrare le sue credenziali anticomuniste e promettere un futuro di “libertà e benessere” nell’Isola caraibica. Il punto è però che i figli dell’esilio si sentono ormai cittadini americani, e a differenza dei loro genitori, non sentono più sulla propria pelle, come parte di un passato che non passa, la crisi dei Missili del 1962, le espropriazioni forzate degli inizi degli anni 60 o le tragedie della repressione postrivoluzionaria. Guardano altrove e, quando si recheranno alle urne, non voteranno pensando al destino politico dell’Isola caraibica ma a quello economico e sociale degli Stati Uniti, convinte come sono che il castrismo stia per implodere a causa delle sue contraddizioni interne, non già a causa di una resistenza organizzata dai loro padri della lobby di Miami.
Non sarà sufficiente insomma che McCain, che ha vinto in New Hampshire e Sud Carolina e ottenuto in Florida prestigiosi sostegni (come quello del governatore Charlie Crist), rivendichi il fatto di essere stato torturato da un agente cubano in un carcere di Hanoi per fare il pieno tra gli elettori cubani delle nuove generazioni e ricevere nelle prossime settimane, dai miliardari di Miami, quel sostegno finanziario, nelle sue casse ormai vuote, necessario per tenere testa al suo rivale. Dal canto suo Romney, dopo essersi imposto in Nevada, Wyoming e Michigan, ha bisogno di vincere in uno stato importante come la Florida per riuscire ad acquisire una popolarità a livello nazionale che secondo molti è stata gonfiata finora solo grazie a riusciti ‘blitz’ pubblicitari e all’impiego del suo immenso patrimonio personale.
La battaglia tra i due è scivolata su toni particolarmente astiosi quando McCain ha accusato il rivale di avere “alzato bandiera bianca” in Iraq stabilendo un calendario di ritiro delle truppe americane e Romney ha accusato il senatore di avere inventato di sana pianta l’accusa. L’unico pezzo da novanta che dovrebbe stare alla finestra, in questa battaglia che potrebbe decidere le sorti della nomination repubblicana, è Rudy Giuliani, l’ex-sindaco di New York che era partito favorito ma che, con un eccesso di protervia, ha scelto di non puntare un euro sui primi Stati in cui si votava per concentrarsi solo sulla Florida e sugli Stati più popolosi. Risultato: l’ultimo sondaggio Zogby gli assegna un misero 13% delle intenzioni di voto, un punto dietro a Micke Huckabee, mentre McCain e Romney, con il 30% a pari merito nel voto di domani, sono diventati gli uomini da battere.
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GLI SPECIALI: New York Times, Cnn, Washington Post, Youtube, Myspace
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Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

Di Walter Rahue
“Dove c’è pizza c’è mafia”. Con titoli come questo, i tabloid scandalistici tedeschi avevano reagito agli omicidi di Ferragosto 2007 nel ristorante Da Bruno a Duisburg. E persino parte della stampa più seria e impegnata, come il settimanale Der Spiegel, non aveva esitato a scomodare gli stereotipi nei confronti degli italiani definendo i 530 mila immigrati in Germania come cittadini che “vivono in un mondo parallelo dominato da clan familiari” e particolarmente esposti a infiltrazioni mafiose.
Indignata dalla carneficina della ‘ndrangheta (sono stati uccisi sei immigrati originari di San Luca in Calabria), come dalle reazioni che ne sono seguite sulla stampa, una giovane italiana residente a Berlino si è sentita in dovere di lanciare un segnale, di dimostrare ai tedeschi e all’opinione pubblica internazionale che l’Italia è un’altra cosa. Laura Garavini, 41 anni, laureata in scienze politiche a Bologna che da 18 anni vive in Germania, ha costituito 3 giorni dopo la strage di Duisburg il comitato Mafia? Nein danke! (Mafia? No grazie).
“Chi come me ha scelto di vivere in Germania è stanco di confrontarsi ogni giorno con i soliti pregiudizi ed è spaventato della presenza ormai globale delle organizzazioni mafiose” racconta a Panorama Garavini.
Da anni attiva come sindacalista nella Uim, l’Unione degli italiani nel mondo, e unico membro del coordinamento nazionale del Partito democratico non residente in Italia, Garavini non si era mai occupata di mafia. Tutto è cambiato con gli omicidi di Duisburg. “Normalmente mi dedico ai problemi legati all’immigrazione, all’organizzazione di corsi di formazione per gli italiani in Germania, alla condizione delle donne”, spiega Garavini. Dopo Duisburg la politologa ha deciso che era tempo di agire. Con la sua iniziativa antipizzo è diventata una sorta di “madre coraggio” e, per molti tedeschi, un simbolo dell’Italia che tutti desiderano e rispettano.
Più di 100 tra ristoratori e piccoli e medi imprenditori italiani hanno sottoscritto il suo appello, impegnandosi a non assumere personale con precedenti mafiosi e a denunciare alla polizia tedesca i tentativi di estorsione.
Ma l’iniziativa di Laura Garavini non si è fermata ai semplici appelli e alle dichiarazioni di buona volontà. Lo scorso dicembre tre presunti camorristi hanno chiesto soldi a un’ottantina di ristoranti italiani di Berlino, tra cui i rinomati Bacco, Aroma, Muntagnola, Malatesta, Anna e Bruno. Contro uno dei locali è stato compiuto anche un attentato incendiario. Eppure, 44 ristoratori hanno deciso di rivolgersi alla battagliera connazionale e di sporgere denuncia alle autorità tedesche, che nella notte di San Silvestro sono riuscite ad arrestare tre pregiudicati, due italiani e un turco.
“È stato un enorme successo e la dimostrazione che unendosi e mobilitandosi assieme si può vincere la sfida contro la mafia” sostiene Garavini, che ora pensa di trasformare la sua iniziativa in una vera e propria associazione: una rete di imprenditori, gastronomi, semplici immigrati e istituzioni in stretto contatto tra loro.
Il capo della polizia di Berlino si è congratulato personalmente con Garavini, la commissione parlamentare Antimafia italiana ha incontrato la settimana scorsa nella capitale tedesca gli aderenti al comitato fondato dalla coraggiosa italiana e il settimanale Die Zeit le ha dedicato una colonna nella rubrica “Esempio della settimana”. Un esempio da seguire.
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