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Archivio di Febbraio, 2008

Iraq del Nord: il ritiro a sorpresa dell’esercito turco

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  • Tags: Ankara, curdi, iraq, Pkk, Turchia
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Un soldato turco al confine con l'Iraq
Un soldato turco al confine con l’Iraq

Da Istanbul - Metin guarda perplesso il televisore e non smette di cambiare canale: Ntv, Cnnturk, Skyturk, i principali network turchi, continuano a fornire dettagli sulla fine della “Kara harekati”, l’operazione di terra che l’esercito turco ha condotto per oltre una settimana nel Kurdistan iracheno, dove hanno le loro basi logistiche i guerriglieri curdi del Pkk.

Col passare delle ore la notizia del ritiro si arricchisce di dettagli e numeri, bilanci e commenti ma continua a stridere con quanto riportano oggi tutti i giornali turchi. Metin, militare di marina ormai in pensione, uomo “cresciuto a pane e analisi strategica”, mi mostra sghignazzando una copia del quotidiano Sabah. In prima pagina ci sono le parole del capo delle forze armate, il generale Yasar Buyukanit, che non meno di 24 ore fa ribadiva che non potevano essere posti limiti temporali all’operazione, come invece chiesto da Stati Uniti, Iraq e da un po’ tutta la comunità internazionale.

Lungo il confine turco-iracheno: sminatori in azione


Tra un sorso di tè e l’altro l’interlocutore non spiega il perché di quel suo strano sorriso, ma una cosa sembra chiara: la Nazione è stata presa in contropiede dal ritiro. Per giorni gli analisti turchi avevano continuato a parlare di un’operazione militare destinata a durare mesi. Nel primo pomeriggio però è arrivato, con un comunicato sul sito delle Forze armate, il colpo di scena: “Quasi tutti i militari sono rientrati in patria. La decisione di mettere fine all’operazione - viene precisato - è stata presa indipendentemente dalle pressioni estere”.

I dubbi, però, restano tutti. E certo non basta la spiegazione data, secondo la quale “l’obiettivo, e cioè dimostrare che il nord dell’Iraq non è un rifugio sicuro per i terroristi, è stato raggiunto”. Che cosa è davvero successo negli incontri di Baghdad e di Ankara dei giorni scorsi? Quanto hanno pesato le parole del presidente americano George W. Bush, che ieri è tornato a invitare i turchi a raggiungere in fretta il proprio obiettivo e ad andarsene il prima possibile? Il tempo aiuterà a capire. Ma una cosa è certa: “La lotta contro il terrorismo del Pkk - si legge ancora nella nota - continuerà”. Secondo fonti turche, in 8 giorni di scontri, 27 militari e 240 ribelli hanno perso la vita.

Una manifestazione di curdi iracheni contro l'operazione bellica turca
Una manifestazione di curdi iracheni contro l’operazione bellica turca

  • tiziana.prezzo
  • Venerdì 29 Febbraio 2008

Dopo trent’anni riapre la linea ferroviaria tra India e Bangladesh

OkNotizie

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  • Tags: Bangladesh, Calcutta, India
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Una famiglia attraversa a piedi il confine ferroviario a Gede, lungo la frontiera tra India e Bangladesh
Al più tardi entro fine aprile dovrebbe essere ripristinato il collegamento ferroviario tra l’India e il Bangladesh, sospeso nel 1975 a seguito del colpo di stato che ha portato il Paese nelle mani dei militari – rimasti al governo, in Bangladesh, fino al 1990.

Il ministro delle comunicazioni bengalese Mahbubur Rahman ha dichiarato al China Daily che “l’ultimo ostacolo per la riapertura del servizio di trasporto passeggeri da Dhaka (la capitale) a Calcutta è stato rimosso”, avendo il Bangladesh accettato di costruire una serie di strutture nella “terra di nessuno” che separa i due Paesi per assicurare le sicurezza dei convogli in transito e ridurre il traffico bilaterale di immigrati irregolari. Di fatto, mentre dal Bangladesh gli immigrati si spostano nella speranza di trovare condizioni di vita migliori in India, molti commercianti e artigiani indiani, riferisce la Bbc, attraversano quotidianamente il confine senza essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.

L’accordo è stato raggiunto in occasione della visita in India del comandante in capo dell’esercito del Bangladesh, il generale Moeen U. Ahmed, che ha incontrato a Nuova Delhi la sua controparte indiana, il generale Deepak Kapoor. I due ufficiali rimarranno insieme fino a sabato, nell’intento di allentare le tensioni tra due Paesi tra cui da decenni non scorre buon sangue. Dal gennaio 2007, ovvero da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza, il Bangladesh è guidato da un governo ad interim sostenuto dai militari.

  • claudia astarita
  • Venerdì 29 Febbraio 2008

Countdown per salvare Ingrid Betancourt

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  • Tags: Colombia, Farc, Hugo-Chavez, Ingrid Betancourt, Manuel-Marulanda
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“Ognuno deve capire e, in modo particolare le Farc, che tutto il mondo condannerà le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia se Ingrid Betancourt non sarà liberata. Questa donna è malata, molto malata e noi lo sapevamo da mesi. Adesso la sua morte potrebbe essere questione di settimane”. Queste parole, dure come un macigno, sono state pronunciate ieri dal primo ministro francese Francois Fillon e dimostrano come Parigi, dopo anni di trattative, abbia davvero rotto gli indugi sulla questione. E, forse, perso anche la pazienza.

Questa sorta di ultimatum implicito, “poche settimane, meglio se pochi giorni per liberare Ingrid”, è strettamente legato a un altro episodio che, in molti, avevano letto come l’ennesima dimostrazione di “buona volontà” da parte del gruppo guerrigliero colombiano d’ispirazione marxista leninista. E cioè l’annunciata liberazione, la seconda in poco più di un mese, di quattro parlamentari - Gloria Polanco de Lozada, Luis Eladio Pérez, Orlando Beltrán e Luis Eduardo Gechem - da parte delle Farc avvenuta mercoledì 27 febbraio e celebrata, grazie alla mediazione del presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías.

Al di là del messaggio implicito di “buona volontà” che le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia stanno cercando in tutti i modi di far passare l’ultimo “rescate” ha brutalmente riportato alla ribalta il dramma che da sei anni e sei giorni vive la famiglia di Ingrid Betancourt. E, soprattutto, ha ribadito l’urgenza di un suo rilascio immediato. Le prime dichiarazioni di Luis Eladio Pérez e di Gloria Polanco, due dei parlamentari liberati, hanno confermato quanto già si poteva desumere dal video che le Farc avevano girato come “prova in vita” della donna: “Bisogna fare qualcosa perché la Betancourt ha problemi fisici ed è molto maltrattata dalla guerriglia. Sta malissimo, è fisicamente e moralmente esausta, dobbiamo fare una campagna imponente per liberarla il prima possibile. Le Farc si sono accanite contro Ingrid e le condizioni in cui è costretta a sopravvivere sono subumane. Soffre di epatite cronica di tipo B. L’ultima volta che l’ho vista era lo scorso 4 febbraio”.

Oltre alle reazioni francesi, ieri è intervenuto anche Chávez che sulla mediazione con le Farc per liberare Ingrid si sta giocando la faccia con Parigi. E lo ha fatto lanciando un appello diretto al comandante in capo dei guerriglieri colombiani, Manuel Marulanda: “Mentre continuiamo le trattative sulla liberazione di Ingrid”, ha detto il presidente venezuelano, “ordina che sia trasferita in un luogo più vicino a te. È urgente perché la sua condizione è molto delicata”. La speranza è che Tirofijo gli dia ascolto. Del resto è proprio Chávez l’unico presidente che le Farc hanno dimostrato più volte di rispettare ed ascoltare.

La Betancourt è malata: il video-SERVIZIO

  • paolo.manzo
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

Ostaggi rilasciati in Colombia: per le Farc è una crisi senza ritorno

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  • Tags: Colombia, Farc, Ingrid Betancourt, ostaggi, rilascio, Unione-Europea
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Un passante davanti a un poster che accusa il paraguayano Fernando Lugo di connessioni con la guerriglia colombiana

Meno quattro. Con il rilascio degli ex parlamentari Gloria Polanco, Luis Eladio Perez, Orlando Beltran e Jorge Eduardo Gechem, sotto sequestro da sei anni, il numero degli ostaggi in mano alle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) è sceso a quaranta. Ma non è solo una questione di numeri. Man mano che gli ostaggi vengono consegnati (nel gennaio scorso avvenne un’altra liberazione, quella di Clara Rojas e Consuelo Gonzalez de Perdomo ndr) le Farc dimostrano sempre più quello che secondo gli esperti internazionali è qualcosa più di un’ipotesi: sono in crisi.
Guarda caso, infatti, quest’ultimo rilascio, è arrivato dopo che l’Fbi ha assestato meno di una settimana fa un duro colpo ai marxisti-leninisti del loro leader Marulanda, alias Tirofijo, grazie alle intercettazioni telefoniche. 39 arresti in 7 paesi, compresi gli Stati Uniti: tra di loro anche un ex carceriere di Ingrid Betancourt, la quale secondo la testimonianza dei quattro ex parlamentari appena liberati, verserebbe in gravi condizioni di salute. In concomitanza con la liberazione degli ostaggi la polizia colombiana ha arrestato a Saboyá, nel dipartimento di Boyacá nell’area centro-orientale del paese, Helí Mejia Mendoza, meglio conosciuto come “Martin Sombra”, guerrigliero storico, dalla fine degli anni ’60. Un durissimo colpo per le Farc reso possibile grazie alle indicazioni di un informatore che adesso riceverà 1, 7 miliardi di pesos, l’equivalente di poco più di 600 mila euro.

Ma a spiegare la crisi dei guerriglieri colombiani a livello internazionale non è solo la strategia di repressione culminata nella sequela di arresti. Da quando, infatti, sono state inserite nella lista delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea, le Farc hanno perso automaticamente interesse e fascino anche tra le frange più radicali della sinistra del Vecchio Continente. Dai governi alle Ong è stato un graduale fuggi fuggi. Secondo i dati dell’intelligence colombiana, in Europa attualmente i rappresentanti ufficiali delle Farc sarebbero circa una trentina, distribuiti tra Svizzera, Belgio, Spagna, Germania, Svezia e Danimarca con l’obiettivo, tra gli altri, di rinvigorire un proselitismo ormai infiacchito. Da qui la scelta, completamente nuova rispetto agli anni ‘80 e ‘90, di scegliere nuove strategie di comunicazione. Dalla rete delle organizzazioni di rifugiati ad Internet. Il portale delle Farc è così diventato una delle quindici pagine web più visitate della Colombia. Ma non basta evidentemente a sostenere un movimento che perde sempre più colpi.

La Betancourt è malata: il video-SERVIZIO

  • paolo.manzo
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

Kalashinikov e cellulari a Mogadiscio

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  • Tags: Africa-orientale, Corno-dAfrica, Padre-Giulio-Albanese, qat, sistema-bancario, Somalia
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Una donna a Mogadiscio in fila per gli aiuti

C’è la Somalia che muore, divisa e che sprofonda nell’anarchia. Quella dove manca tutto: il cibo, l’acqua e l’elettricità. Poi c’è poi la Somalia che prospera, quella del mercato nero. Sono bastati uno stato inesistente, un caos onnipresente e dogane a forma di colabrodo per trasformare il territorio somalo - attraversato da una guerra che dura dal 1991 - nel “più grande duty-free del mondo”. La definizione è di Padre Giulio Albanese, fondatore dell’agenzia di stampa missionaria Misna e analista italiano tra i più attenti dei fatti e misfatti che attanagliano il Corno d’Africa.

Basta un aneddoto risalente al 1997: “Durante quel periodo, in Kenya i cellulari si contavano sulle dita di una mano. In Somalia, invece no. Li trovavi ovunque”. Ti chiedi il perché ed ecco la risposta: “Negli anni ‘90″, racconta Padre Albanese a Panorama.it, “il Paese è diventato un no man’s land che ha favorito tutti i traffici possibili e inimmaginabili tra il Corno d’Africa, l’Africa orientale e quella centrale. Droga, armi leggere, munizioni, carte sim e trasferimenti bancari, tutto passava per la Somalia. I cellulari erano il modo migliorare per far girare i soldi in tutta tranquillità”.

Dieci anni dopo, che cos’è cambiato? L’inviata speciale del quotidiano polacco Tygodnik Powszechny sostiene che il traffico illegale vada a nozze con la guerra. “Benvenuto in Somalia”, annuncia Anna Husrsaka, “il Paese dello Stato decaduto”. Ma non del tutto. “Il commercio del qat (un’eccitante molto diffusa nella penisola arabica e l’Africa orientale ndr) funziona straordinariamente. Così come le reti di telefonia mobile funzionano o il sistema dei bonifici bancari”. Sul fronte opposto, “l’acqua potabile è pressoché inesistente, mentre la sanità pubblica e l’educazione non funzionano”.

La guerra, si sa, fa miracoli. Al punto che se “gli aerei delle organizzazioni umanitari atterrano e decollano a orari incerti, i voli che trasportano il qat raccolto in Kenya arrivano sempre puntuali”. Se ne contano sei al giorno: tre a destinazione di Mogadiscio e altri tre per Galcayo e Kismayo. Il tutto sotto la stretta protezione di “uomini armati fino ai denti”. Ancora più sorprendente è il sistema della telefonia mobile: l’indicativo di ogni numero telefonico corrisponde a un clan. “A Galcayo” scrive Husrsaka, “ci sono due reti che riflettono la suddivisione del territorio. Nel sud della città, i numeri del clan Hawriye cominciano con il 4, mentre quelli del clan Darode, a nord, con il 7″. Infine il sistema bancario.

L’inviata speciale racconta la disperazione di uno sfollato somalo per la mancanza di scuole e di dispensari nel campo profugo dove vive. Eppure, “l’uomo riesce a vivere grazie ai soldi mandati dalla moglie residente a Nairobi”. Come? “Con trasferimenti di denaro tipo quelli garantiti dalla hawala”, un sistema informale di circolazione del denaro fondato sui compensi tra commercianti costretti a vivere in luoghi distanti fra loro. Secondo la Banca mondiale, questo sistema consente il trasferimento tra l’estero e la Somalia di circa un miliardo di dollari ogni anno.

  • joshua.massarenti
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

Somalia, l’emergenza dimenticata

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  • Tags: Abdullahi-Yusuf, Corti-islamiche, Etiopia, Mogadiscio, Somalia
  • Un commento

[i](Credits: Ansa)[/i]

Pakistan, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Darfur. Di crisi politiche e umanitarie l’agenda internazionale è piena. Talmente piena che gli ultimi, disperati appelli lanciati da ong e agenzie Onu a favore della Somalia rischiano di cadere nel vuoto, complice la relativa marginalità della questione del Corno d’Africa nell’agenda delle grandi potenze. Secondo l’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), quasi due milioni di persone, la metà delle quali sfollate, sono costrette a sopravvivere in condizioni di estrema vulnerabilità. Per 90.000 bambini, l’Unicef parla addirittura di vita appesa a un filo: “Se la Comunità internazionale non trova fondi extra entro le prossime due settimane” ha dichiarato alla Bbc Christian Balslev-Olesen, “da qui al prossimo mese dovremo chiudere le nostre attività”.

Una crisi dimenticata. Per molti esperti, quella somala lo è da oltre 15 anni. A dire il vero, politici e signori della guerra locali fanno di tutto per scoraggiare chiunque voglia trasformare la Somalia in un territorio di pace. L’ultimo attacco al quale è scampato il presidente somalo Abdullahi Yusuf sabato scorso è la dimostrazione che gli scontri che oppongono le forze governative di Baidoa, sostenute dalle truppe etiope e dalla diplomazia americana, ai gruppi ribelli rimangono all’ordine del giorno.

Nel gennaio 2007, militari etiopi e soldati del governo nazionale transitorio erano riusciti a espellere da Mogadiscio i Tribunali islamici. Da allora, il paese è purtroppo diventato teatro di una guerra larvata in cui le alleanze effimere rendono particolarmente difficile qualsiasi tentativo di risoluzione pacifica. L’anno scorso le violenze hanno fatto circa 6.500 vittime, mentre dall’inizio di questo mese, il bilancio è di oltre 300 morti.

  • joshua.massarenti
  • Giovedì 28 Febbraio 2008

Sorpresa: su Cuba Miami la pensa come Obama

OkNotizie

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  • Tags: Barack Obama, cuba, elezioni, florida, Miami, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Una manifestazione di cubani anticastristi

Lo sanno anche le pietre. I cubani di Miami, gli irriducibili di Calle Ocho, hanno sempre votato repubblicano, a differenza del resto dei “latinos” statunitensi, che tradizionalmente votano democratico in un rapporto di due a uno. La storia, tuttavia, non sempre si ripete e, questa volta, in vista delle presidenziali Usa, potrebbero esserci molte sorprese. Soprattutto se il candidato che uscisse vincitore dalle primarie democratiche dovesse essere Barack Obama. L’uomo del turbante, come ormai lo chiamano affatto amichevolmente i supporter di Hillary Clinton, ha infatti chiarito che, se dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, farebbe subito “due primi passi” assai graditi alla comunità di Miami: togliere le restrizioni ai viaggi aerei e navali verso l’Avana e azzerare le limitazioni all’invio di rimesse in denaro dagli Usa verso l’isola caraibica introdotte dall’amministrazione Bush nel 2004 e considerate come fumo negli occhi dai cubani in esilio.
Gli esuli del castro-comunismo che oggi risiedono e votano negli States non sono del resto gli stessi di 45 anni fa: circa il 60 per cento di loro è arrivato sulle coste della Florida dopo il 1980 e, in base a due sondaggi (condotti il primo dalla Florida International University e dal quotidiano Sun-Sentinel e l’altro da Bendixen & Associates) per questi “new comers” prima di tutto viene la famiglia: le politiche che aumentano la “tensione” con l’isola caraibica e le sofferenze dei loro famigliari (e sono tanti) rimasti a Cuba sono ritenute dannose. Più che impedire i voli aerei (uno ogni tre anni in base alla legge attuale) e porre barriere all’invio di rimesse in denaro verso la madrepatria (adesso il limite massimo è di 100 dollari al mese) come è stato fatto nel 2004, moltissimi esuli cubani desiderano esattamente il contrario. E per questo oggi sarebbero disposti, in controtendenza con il passato, persino a votare per un presidente democratico anche se finora la nomina di Raúl Castro e degli altri dirigenti è avvenuta chiaramente nel segno della più assoluta continuità politica.

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 27 Febbraio 2008

L’Arcivescovo di Algeri: Stiamo lottando per sopravvivere

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  • Tags: Algeria, cristiani, Islam, Monsignor-Teissier
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Una manifestazione anticristiana a El Cairo

Un prete condannato a un anno di carcere per proselitismo. Decine e decine di visti rifiutati ad alti responsabili religiosi. E l’invito, formulato nel maggio 2007, a lasciare il paese a causa delle minacce di Al Qaeda. Dall’Algeria giungono pessime notizie per la Chiesa cattolica. A tenere banco in queste ultime ore è la condanna formulata dal tribunale di Maghnia (al confine con il Marocco) contro Pierre Wallez, prete cattolico francese accusato di aver presieduto una messa in una bidonville della città algerina per dei migranti subsahariani. Una legge approvata il 28 febbraio 2006, e giustificata con non meglio precisate “ragioni di sicurezza”, vieta infatti le riunioni religiose non musulmune in luoghi di culto non ufficiali.

Questa volta, però, la pazienza di Monsignor Teissier ha superato il limite. Profondamente rattristato, l’Arcivescovo di Algeri sostiene che “il nostro prete non ha mai ufficiato una messa, si è trattato di una visita di un cristiano ad altri cristiani”. In Algeria da ormai sessant’anni, Monsignor Tessier, figura storica della Chiesa cattolica nel Maghreb, è convinto che “questo episodio di condanna segna un passo ulteriore della minaccia che incombe sulla piccola comunità cattolica presente in Algeria”.

Perché tanta paura dei cristiani?
Noi cattolici stiamo subendo le conseguenze della lotta che le autorità algerine hanno deciso di ingaggiare contro i gruppi evangelisti, che sono finanziati dagli americani e composti da fedeli di origine musulmana che provengono dalla Kabilia, una regione tradizionalmente critica nei confronti del regime algerino. È un fenomeno assolutamente inedito che mette a rischio il rapporto di fiducia che noi cattolici abbiamo costruito con i musulmani negli ultimi decenni.

Eppure non tutti in Algeria distinguono tra varie confessioni cristiane. Non vede il rischio di una guerra di religione tra cristianità e Islam?
La legge del febbraio 2006 è stata adottata per combattere questi evangelisti, ma, è vero, ormai molti algerini non fanno più la differenza tra noi e loro. Al contrario dei cristiani evangelici, noi cattolici non ci presentiamo mai in una logica di scontro, ma di confronto. È quindi mio dovere riaffermare la nostra convinzione di voler perseguire con i musulmani un rapporto di dialogo e rispetto reciproco

C’è il rischio che la comunità cattolica scompaia dall’Algeria?
Spero di no, ma i segnali sono negativi. Subiamo pressioni che non hanno riscontro nella storia di questo Paese. Vede, dall’indipendenza dell’Algeria nel 1962, i cristiani hanno sempre rappresentato una comunità numericamente insignificante. Siamo rimasti qualche migliaio. La guerra civile degli anni ‘90 è stata poi molto pesante – basti ricordare la tragedia di Tibhirine – ma siamo sempre riusciti a dimostrare la nostra vicinanza al popolo algerino. Oggi invece ci si invita a lasciare il territorio con il pretesto che la nostra sicurezza non è più garantita. A questo si aggiungono i visti negati ai superiori delle varie congregazioni cattoliche e molti cattolici vivono sparsi tra le città, le campagne e addirittura le oasi. Siamo esposti a un isolamento che giudico molto pericoloso.

Monsignor Teissier, l'Arcivescovo di Algeri

  • joshua.massarenti
  • Mercoledì 27 Febbraio 2008
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