[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/primarie-usa/normal_hillary-clinton3.jpg)
Santa o diavolessa, sincera o calcolatrice, di destra o di sinistra: dipende a chi si chiede. Nella politica americana era dagli anni di Franklin Delano Roosevelt o di John F. Kennedy che mancava una figura polarizzante come Hillary Clinton.
Sessanta anni, la senatrice di New York in corsa per la nomination democratica nel 2008, ha passato la vita con gli occhi sulla Casa Bianca: un obiettivo da riconquistare in partnership con il marito Bill, l’altra metà di una alleanza politica fondata sul matrimonio che è resistita ad attacchi di ogni genere e alla bufera del Sexgate con Monica Lewinski. Un Bill che oggi aleggia come presenza ingombrante sulla corsa della moglie.
Hillary Diane Rodham Clinton nasce in una famiglia metodista e repubblicana il 26 ottobre 1947 a Park Ridge, sobborgo middle class di Chicago. A metà anni ‘60 i compagni della Maine High School, la più grande scuola solo bianca d’America frequentata con risultati mediocri anche dall’attore Harrison Ford, la eleggono la liceale con più possibilità di far strada. Da ragazza voleva fare l’astronauta, oggi Hillary ha serie chance di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti grazie a un incontro nel 1969 nella biblioteca della Law School di Yale: lei gli aveva fatto gli occhi dolci e Bill Clinton le rivolse la parola.
A posteriori, nelle agiografie di santi e presidenti, sono momenti di questo tipo che contano. Per un Bill Clinton diciassettenne la decisione di entrare in politica sbocciò nel 1963 con la stretta di mano di JFK nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. Hillary a 14 anni, ascoltando Martin Luther King, uscì dal copione di ragazza bianca repubblicana e decise di aiutare il mondo. Nella biografia ufficiale della senatrice democratica l’episodio è centrale: dovrebbe permetterle di agganciare il voto dei neri che altrimenti potrebbe andare, come già accaduto in South Carolina, al rivale mezzo africano Barack Obama.
Il padre di Hillary, Hugh Rodham, era un piccolo imprenditore tessile, misantropo e avaro. La madre Dorothy, figlia di un vigile del fuoco di 17 anni e di una quindicenne, aveva avuto un’infanzia difficile, abbandonata dai genitori. Sempre prima della classe, girl scout, la futura First Lady si fece strada in fretta (mai barricadiera: “Sono conservatrice nel cuore, progressista di testa”, scrisse a un amico ai tempi del college, con una frase che ancora oggi la descrive). Dopo la laurea a Wellesley e alla Law School di Yale, lavora prima nel settore non profit, al servizio dei diritti dei bambini, poi allo studio legale Rose di Little Rock.
Nel 1980 Hillary diventa mamma, ma continua a lavorare. È lei che mantiene la famiglia mentre Bill, sposato nel 1975, insegue la politica. Per due volte entra nella lista dei cento avvocati piú potenti d’America: nel 1992, in piena corsa alla Casa Bianca, viene investita dal primo scandalo sessuale e difende il marito che le ha messo le corna con la soubrette Gennifer Flowers. Quando sostiene di non essere come la rivale Barbara Bush e le casalinghe che “infornano solo dolci e invitano ai te” si fa odiare da molte donne. First Lady a sua volta, viene subito incaricata dal marito di una missione impossibile, la riforma della sanità. È il primo fiasco della coppia ‘Billary’ e dello slogan da supermercato: ne compri uno, ne prendi due. Uno slogan che si sta ripetendo nel 2008, ma a ruoli scambiati. (Alessandra Baldini, Ansa)
LA SCHEDA
Professione: senatrice, ex First Lady
Data di nascita: 26 ottobre 1947, Chicago (Illinois)
Famiglia: sposata con Bill Clinton nel 1975, una figlia, Chelsea (1980)
Religione: metodista
Casa: Chappaqua, New York
IL PROGRAMMA
IRAN - Hillary è contro una “corsa alla guerra” e favorevole a sanzioni economiche e diplomazia per dissuadere Teheran dai piani atomici ma ha votato a favore di una risoluzione del Senato per la definizione dei Guardiani delle Rivoluzionaria iraniana come entità terroristica: una formula che apre la porta al presidente Bush per l’uso della forza.
IRAQ - Hillary vuole porre fine alla guerra e ritirerà le truppe ma non si pone scadenze e dice che alcuni soldati resteranno in Iraq per proteggere l’ambasciata e combattere al Qaida.
PREVIDENZA - Va riformata nel lungo periodo, ma non a spese della middle class o degli anziani. Se eletta creerà una commissione bipartisan per una riforma meditata all’insegna della “responsabilità fiscale”.
TASSE - Vuole abolire gli sgravi fiscali decisi da Bush per i super-ricchi (250.000 dollari e oltre) per pagare per una mutua universale. Ma non è pronta a imporre una super-tassa sui ricchi. E’ anche pronta a tagliare la ‘alternative minimum tax’, imposta nata per penalizzare i ceti abbienti, ma che a causa dell’inflazione si è abbattuta sulla middle class.
COMMERCIO - Propone una revisione del Nafta, l’accordo per il liberio scambio in Nord-America varato nel 1993 quando il marito era presidente: favorisce i ricchi e danneggia i lavoratori.
IMMIGRAZIONE - È favorevole alla legge di Bush bocciata dal Congresso con una sorta di amnistia parziale per i ‘clandestini residenti’. Dopo il tonfo del dibattito a Filadelfia, in cui è apparsa zigzagare senza posizioni chiare, Hillary ha sposato la proposta del governatore di New York Elliot Spitzer per dare un tipo limitato di patente di guida - che equivale a un documento di identità - agli illegali.
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- Lunedì 4 Febbraio 2008

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Il 4 Febbraio 2008 alle 15:50 Primarie Usa, gli italiani voterebbero democratico » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Informati, affascinati ed interessati alle primarie americane, gli italiani voterebbero per Hillary Clinton (39%) ma pensano che il vincitore della nomination democratica sarà Barack Obama (59%), grazie anche al sostegno pubblico che il senatore dell’Illinois ha ottenuto dalla famiglia Kennedy. [...]
Il 5 Febbraio 2008 alle 19:31 Primarie Usa, l’America con il fiato sospeso » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Quarantatre gare in 24 stati, exit poll e uno tsunami di risultati. Il trofeo più importante del Super Martedì, la California, che viene aggiudicato quando la Costa Est è andata letto. Un totale di 3.156 delegati assegnati secondo regole arcane. Metà degli Stati Uniti sono andati oggi alle urne: ecco una guida a una equazione a più incognite in cui si giocano la carriera politica i democratici Hillary Clinton e Barack Obama; tra i repubblicani John McCain e Mitt Romney. [...]
Il 6 Febbraio 2008 alle 19:32 Supertuesday: Hillary, la candidata con i pantaloni che non piace agli uomini » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Dunque Obama, il bambino nato alle Hawaii e cresciuto in Indonesia, è riuscito a fermare la corsa di Hillary, la teenager occhialuta allevata in una famiglia benestante di Chicago che, prima dell’infatuazione per John Fidgerald, militava nelle fila del Partito Repubblicano. Ma c’è qualcosa di più, al di là del dato statistico, che rende questo Super-Martedì elettrizzante quanto e più di una finalissima di football americano tra Giants e Patriots. Ed è, nel Partito democratico, il modo in cui tra Hillary e Obama nessuno perde e nessuno vince, un pari e patta che lascia aperte per entrambi le ambizioni presidenziali, ma che in realtà segna un punto a favore dell’outsider afroamericano. [...]
Il 15 Febbraio 2008 alle 10:58 Kataweb.it - Blog - latavolarotonda » Blog Archive » Favorito nei sondaggi Barack Obama ha scritto:
[...] Le vittorie degli ultimi giorni continuano a trascinare nei sondaggi Barack Obama che se si votasse oggi sconfiggerebbe sia John McCain che Mike Huckabee, mentre la rivale interna Hillary Clinton perderebbe con il primo e supererebbe il secondo di misura.È quanto emerge dall’ultimo sondaggio a livello nazionale condotto da Zogby che ha simulato lo scontro del 4 novembre abbinando i diversi protagonisti. Il senatore dell’Illinois è dato al 47%, undici punti davanti a McCain mentre stacca di 15 Huckabee. L’ex first lady otterrebbe solo il 37% contro il 42% del senatore dell’Arizona mentre contro l’ex governatore dell’Arkansas vincerebbe conquistando il 40% dei voti, appena tre punti in più dell’ex pastore battista.Dissanguata finanziariamente, tradita da uomini bianchi, donne, ispanici, pensionati, tute blu, e ovviamente da neri e giovani, e in rotta anche nei sondaggi, Hillary Clinton ha passato ieri la notte più lunga della corsa alla Casa Bianca a El Paso in Texas, lo stato che in marzo dovrebbe fare da linea Maginot della sua campagna in disfatta. Non una parola di congratulazione per il rivale: “Io vi darò soluzioni, lui vi regala promesse”, ha detto davanti a 12 mila persone che allo stadio l’hanno accolta come una rockstar. Per lei il Texas, dove ci sono in palio 193 delegati, è davvero l’ultima spiaggia. E per raggiungerla (è ancora avanti nei sondaggi di circa 10 punti) dovrà non solo sconfiggere Obama. Dovrà umiliarlo. S’intende, nei seggi. nessun tag [...]
Il 24 Febbraio 2008 alle 11:33 Primarie Usa, i democratici alla guerra dei superdelegati » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Altro che battaglia all’ultimo voto nelle primarie. D’ora in poi, la vera partita tra Hillary e Obama si giocherà tutta all’interno del partito. Complice un sistema elettorale a dir poco bizantino, Obama rischia di non raggiungere la maggioranza di delegati necessaria per una candidatura certa alle presidenziali (almeno 2025 su oltre 4000). I due contendenti viaggiano ancora a distanza ravvicinata: all’indomani delle ultime consultazioni, il senatore dell’Illinois avrebbe un vantaggio irrisorio (1117 contro i 1112 di Hillary, secondo i calcoli del New York Times; 1351 contro 1262 secondo le proiezioni di Associated Press). Certo, in palio ci sono ancora oltre 1100 delegati, ma tutto fa supporre che nessuno dei due candidati riuscirà a raggiungere la fatidica quota duemila. O quanto meno a distanziarsi in maniera netta dall’avversario, per mettersi al riparo dai trabocchetti della Convention nazionale di Denver. Ecco perché già da tempo è partita la caccia ai Superdelegati. Ovvero gli 800 elettori, espressione dell’establishment del partito: ex presidenti e vice-presidenti degli Usa, Governatori, Senatori, Rappresentanti della Camera, funzionari interni. Ad oggi gli endorsement pendono nettamente per la Clinton (189 contro i 144 di Obama), ma il bello deve ancora venire: gli appoggi saranno il frutto di una lunga contrattazione, con scambi di favori e pressioni interne, degne della politica più vecchio stampo. E che, secondo diversi osservatori, finiranno con l’avvantaggiare il candidato meglio integrato nelle logiche di partito: Hillary Clinton. [...]
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