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Campo profughi Djabal, nell’est del Ciad
Per gli esperti non vi è il minimo dubbio: l’offensiva dei ribelli ciadiani sulla capitale N’Djamena per rovesciare il regime di Idriss Déby non è soltanto la risposta spontanea di una popolazione ridotta allo stremo da diciotto anni di dittatura.
La fuga degli espatriati occidentali, l’esodo di decine di migliaia di civili e l’accerchiamento militare della capitale del Ciad sono il frutto della politica espansionista del Sudan che sta cercando con ogni mezzo di impedire l’arrivo della forza europea Eufor in Ciad e Repubblica centraficana.
Annunciati il 1° febbraio, i primi soldati irlandesi e austriaci dovranno quindi aspettare ancora prima di vedere un tramonto africano. “Una questione di giorni” sostiene Bruxelles, rinfrancata dal cessate il fuoco accettato oggi dai ribelli. Il rinvio, a dire il vero, era nell’aria. Nel settembre 2007, la risoluzione 1788 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato in novembre l’invio di 3.700 soldati europei (di cui 2.100 francesi) nell’est del Ciad per proteggere circa 450.000 civili in fuga dal Darfur e garantire anche la distribuzione degli aiuti umanitari ad altre migliaia di sfollati ciadiani e centrafricani.
Protagonista assoluta è la Francia di Nicolas Sarkozy e del suo ministro degli Esteri Bernard Kouchner. Per entrambi, la necessità di soccorrere le vittime di un conflitto che in Francia è stato ipermediatizzato non è affatto un capriccio: di mezzo c’è la necessità di ricostruire l’immagine un po’ appannata di Parigi nel continente africano. Una necessità che, associata alla sensibilità di Kouchner per i drammi umani, si scontra però con la dura realtà del terreno.
Da mesi il regime sudanese sta ingaggiando un braccio di ferro con la comunità internazionale per ritardare sine die l’arrivo dei soldati europei in Ciad. Per Khartoum, infatti, la presenza di truppe europee nel paese confinante sarebbe una iattura, quanto quella del possibile dispiegamento in Darfur della forza “ibrida” composta da 20.000 militari e 6.000 poliziotti Onu e dell’Unione africana. Il motivo è semplice: il Sudan non ha mai fatto mistero di nutrire ambizioni egemoniche su un’area nel cui sottosuolo potrebbero esserci ingenti risorse petrolifere. A fare le spese della volontà di potenza regionale di Khartoum, non è soltanto Bruxelles, costretta ancora una volta all’impotenza, ma anche Parigi che, per voce del suo ministro della Difesa, Hervé Morin, ha denunciato la presenza di milizie janjaweed (sostenute da Khartoum in Darfur e note per i loro crimini efferrati) tra i ribelli ciadiani.
A loro volta i ribelli accusano il governo francese di sostenere il presidente del Ciad e di vincolare lo sbarco dell’Eufor alla permanenza al potere del capo di Stato ciadiano. Un’accusa che ha fondamento: la Francia è già presente nella capitale con 1.300 militari in forza ad una missione (”Sparviero”) chiamata non soltanto a evacuare espatriati, ma anche a garantire “un appoggio logistico” all’esercito ufficiale del Ciad. Un’assistenza di parte che cozza contro la presunta neutralità dell’operazione “Eufor Ciad-Centrafica” a cui parteciperanno 2.100 soldati francesi.
Da Bruxelles a Parigi, l’imbarazzo è ormai palpabile. L’emittente radiofonica d’oltralpe France-Info parla addirittura di una chiara presa di distanza da parte dell’Ue nei confronti dell’Eliseo. La trappola ciadiana si sta rivelando fatale per l’Europa.
- Martedì 5 Febbraio 2008

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