Dunque Obama, il bambino nato alle Hawaii e cresciuto in Indonesia, è riuscito a fermare la corsa di Hillary, la teenager occhialuta allevata in una famiglia benestante di Chicago che, prima dell’infatuazione per John Fidgerald, militava nelle fila del Partito Repubblicano. Ma c’è qualcosa di più, al di là del dato statistico, che rende questo Super-Martedì elettrizzante quanto e più di una finalissima di football americano tra Giants e Patriots. Ed è, nel Partito democratico, il modo in cui tra Hillary e Obama nessuno perde e nessuno vince, un pari e patta che lascia aperte per entrambi le ambizioni presidenziali, ma che in realtà segna un punto a favore dell’outsider afroamericano.
L’ex First Lady, dopo la legnata iniziale dell’Iowa, ha confermato di avere una fragilità di cui a bassa voce cominciano a discutere con preoccupazione anche i superdelegati non elettivi che saranno chiamati a scegliere, insieme a quelli eletti nelle primarie, il candidato alle presidenziali nella Convention agostana di Denver: Hillary non riesce a sfondare nell’élite e nell’elettorato maschile che in maggioranza, in quasi tutti gli Stati, le ha voltato le spalle. Persino in California, dove, non fosse stato per il soccorso rosa, sarebbe uscita perdente per cinque o sei punti percentuali. Anche qui, a metterle le ali è stato quel meccanismo di mobilitazione che ha portato a iscriversi alle liste democratiche una percentuale di donne (55-60%) che, ricordiamolo, non rispecchia affatto la composizione dell’elettorato americano, il vero terreno di caccia finale dei due Partiti.
Il punto è, per i democratici, scegliere il candidato più giusto e con meno fianchi scoperti per battere i repubblicani: non è un caso, che finora, per quanto attendibili a otto mesi dall’X Day presidenziale, quasi tutti i sondaggi segnalino che un’ipotetica sfida McCain-Clinton si concluderebbe con la vittoria del repubblicano, al contrario di quanto accadrebbe con Obama. C’è poi un altro punto debole della senatrice, che mette sul chi-va-là i superdelegati di Devenver (il 20% di quelli complessivi): proprio perché si chiama Clinton, e proprio perché certa stampa continua a dipingerla come una signora inacidita, salottiera e potentissima, attira le viscerali antipatie dei repubblicani, dei maschi (anche bianchi), dei giovani (infatuati di Obama) e degli indecisi. Insomma: pur confermandosi molto forte, anche in questo Supertuesday, tra i latinos (grazie alla potente azione di lobbying di suo marito Bill) e le donne, e pur difendendosi bene nella comunità afroamericana delle grandi città, la Clinton rischia di non conquistare quell’elettorato fluttuante che deciderà, spostandosi di qui e di là, l’esito della battaglia finale. Un gruppo che si conferma molto più attratto dall’enfasi per il cambiamento e dall’entusiasmo di Obama. Se a questo quadro si aggiunge che, per numero degli Stati conquistati in questa tornata (13 a 8) e distribuzione del consenso a livello nazionale (clicca qui), la Clinton è ancora parecchio indietro rispetto al suo rivale, quella che è una possibile vittoria (ammesso che lo sia) potrebbe trasformarsi in un handicap, nel giorno in cui dovesse davvero ottenere l’incoronazione.
E i repubblicani? McCain (che pure non può ancora cantare vittoria) ha dimostrato di essere la vera sorpresa del campo conservatore, l’outsider che ha saputo imporsi in grandi Stati quali la California, la Florida e Ny (clicca qui) nonostante l’ostilità dello zoccolo duro del partito: che, di fatto, continua a considerarlo, sui temi sociali e sui diritti civili, troppo filo-democratico e più in generale colpevole di avere parzialmente preso le distanza dall’amministrazione Bush e dalla destra cristiana. Ma la forza del senatore dell’Arizona è proprio quella di saper parlare alla pancia degli elettori indipendenti e non embedded, quelli che magari scelgono (come hanno fatto in queste primarie) sulla base della faccia: non fosse stato per loro - avvertono i politologi americani - non solo McCain non avrebbe vinto in questa tornata, ma nemmeno, a causa degli scarsi sostegni finanziari di cui ha goduto finora, sarebbe mai uscito dal dimenticatoio. Troppo schiacciante la superiorità economica di Mitt Romney, vincente nel suo Massachussets, in Nevada, nel Michigan e in Alaska. E troppo debole negli Stati del Sud, quali la Georgia, Alabama, Tennesse, Arkansas, dove, non caso, ha vinto Mike Huckabee, il più tradizionalista e rassicurante (per la base del partito) dei candidati repubblicani. E forse, proprio per questo, inadatto a vincere contro un democratico. Insomma, leader politici dai contorni tanto definiti da essere polarizzanti (o li si ama o li si odia) rischiano, al momento delle presidenziali, di essere controproducenti. Ma è presto per dirlo: l’ex First Lady, neo-convertita alla lacrima elettorale, in realtà ha pantaloni ben attillati (al contrario di suo marito) e artigli acuminati. Lo ha dimostrato anche in questo Super-Martedì.
- Mercoledì 6 Febbraio 2008
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Commenti
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Il 7 Febbraio 2008 alle 9:05 cuauhtemoc ha scritto:
Anche lì come da noi comincia la discussione infinita sul riconteggio. Tutto il mondo è paese.
Il 7 Febbraio 2008 alle 11:14 Primarie Usa: candidato, dove vai se Youtube non ce l’hai » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Supertuesday: Hillary, la candidata con i pantaloni che non piace agli uomini [...]
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