Una farsa. Così l’opposizione liberale russa, tenacemente boicottata anche oggi nonostante il monito di Amnesty International, dipinge le presidenziali del 2 marzo. Elezioni che consentiranno a Vladimir Putin di mantenere un ruolo di potere nelle nuove vesti di premier lasciando il suo fidatissimo delfino, e presidente di Gazprom, Dmitri Medvedev val Cremlino.
L’opposizione comunista, l’unica in parlamento, partecipa ritualmente alla corsa presidenziale, rassegnata ma attenta ad non entrare in rotta di collisione reale con la leadership e accontentandosi di difendere le posizioni, come nelle ultime elezioni legislative. Obiettivo peraltro non facile contro un candidato che appare “più di sinistra” per il suo sbandierato impegno nel welfare, ma agevolato dalla mancanza di concorrenti liberali.
Putin sarà il mio premier: l’annuncio di Medvedev
L’inossidabile comunista Ghennadi Ziuganov, 63 anni, leader del Kprf dal 1993, è stabilmente accreditato tra il 10% e il 15% in quelle che saranno le sue terze presidenziali. Una percentuale che dovrebbe garantirgli il secondo posto, ma non certo il ballottaggio che strappò a Boris Eltsin nel 1996 o i consensi del 2000 (quasi 30%). E che comunque lo tiene a grande distanza da un Medvedev dato intorno al 70%.
Il partito comunista, nonostante le sue critiche alla smantellamento dello stato sociale, alle privatizzazioni e agli oligarchi, appare ancora troppo legato al passato in un Paese che cambia velocemente.
La multiforme opposizione liberale, spesso ancora associata al caos degli anni eltsiniani, ha invece mancato l’obiettivo minimo per tentare di partecipare alla corsa per il Cremlino, ossia concordare un candidato comune dopo i fallimentari risultati delle legislative di dicembre. Boris Nemtsov, candidato dell’Unione delle forze di destra (Sps), ha annunciato il suo ritiro a fine anno invitando i colleghi dell’opposizione a fare altrettanto, per delegittimare un voto “farsa” che consacra solo la prassi del delfinato. Iabloko (La mela), altro partito riformatore liberale, ha rinunciato a presentare un proprio esponente, mentre l’ex campione mondiale di scacchi Garry Gasparov, l’oppositore numero uno di Putin, non ha neppure potuto tenere il congresso per essere candidato, denunciando un boicottaggio nella ricerca della sede a Mosca. Oggi si è visto negare dalle autorità di Mosca il permesso per una marcia del dissenso il 3 marzo, all’indomani dell’annunciato trionfo presidenziale di Medvedev.
Rifiuti che sembrano dar ragione al rapporto con cui oggi Amnesty international denuncia il giro di vite sui diritti civili nella Russia putiniana, con una “offensiva sulle libertà di riunione e di espressione particolarmente visibile”. L’unico candidato dell’opposizione liberale che sembrava avere qualche speranza di partecipare al voto presidenziale, nonostante fosse accreditato solo dell’1%, era l’ex premier Mikhail Kasianov, poi però escluso con il pretesto di un numero eccessivo di firme irregolari raccolte. “Il paese sta scivolando verso un totalitarismo ladresco: Non c’è alcun dubbio che la decisione di non registrare la mia candidatura è stata presa personalmente da Vladimir Putin”, ha accusato, invitando anche lui a boicottare il voto.
In compenso correrà per il Cremlino il massone dichiarato Boris Bogdanov, oscuro leader dell’altisonante Partito democratico, ritenuto una marionetta del Cremlino per dare una parvenza di pluralismo al voto.
- Mercoledì 27 Febbraio 2008


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Commenti
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Il 27 Febbraio 2008 alle 18:35 Corrado Buccieri ha scritto:
Ma la Russia è la Russia….mica è
Sanremo.
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