C’è la Somalia che muore, divisa e che sprofonda nell’anarchia. Quella dove manca tutto: il cibo, l’acqua e l’elettricità. Poi c’è poi la Somalia che prospera, quella del mercato nero. Sono bastati uno stato inesistente, un caos onnipresente e dogane a forma di colabrodo per trasformare il territorio somalo - attraversato da una guerra che dura dal 1991 - nel “più grande duty-free del mondo”. La definizione è di Padre Giulio Albanese, fondatore dell’agenzia di stampa missionaria Misna e analista italiano tra i più attenti dei fatti e misfatti che attanagliano il Corno d’Africa.
Basta un aneddoto risalente al 1997: “Durante quel periodo, in Kenya i cellulari si contavano sulle dita di una mano. In Somalia, invece no. Li trovavi ovunque”. Ti chiedi il perché ed ecco la risposta: “Negli anni ‘90″, racconta Padre Albanese a Panorama.it, “il Paese è diventato un no man’s land che ha favorito tutti i traffici possibili e inimmaginabili tra il Corno d’Africa, l’Africa orientale e quella centrale. Droga, armi leggere, munizioni, carte sim e trasferimenti bancari, tutto passava per la Somalia. I cellulari erano il modo migliorare per far girare i soldi in tutta tranquillità”.
Dieci anni dopo, che cos’è cambiato? L’inviata speciale del quotidiano polacco Tygodnik Powszechny sostiene che il traffico illegale vada a nozze con la guerra. “Benvenuto in Somalia”, annuncia Anna Husrsaka, “il Paese dello Stato decaduto”. Ma non del tutto. “Il commercio del qat (un’eccitante molto diffusa nella penisola arabica e l’Africa orientale ndr) funziona straordinariamente. Così come le reti di telefonia mobile funzionano o il sistema dei bonifici bancari”. Sul fronte opposto, “l’acqua potabile è pressoché inesistente, mentre la sanità pubblica e l’educazione non funzionano”.
La guerra, si sa, fa miracoli. Al punto che se “gli aerei delle organizzazioni umanitari atterrano e decollano a orari incerti, i voli che trasportano il qat raccolto in Kenya arrivano sempre puntuali”. Se ne contano sei al giorno: tre a destinazione di Mogadiscio e altri tre per Galcayo e Kismayo. Il tutto sotto la stretta protezione di “uomini armati fino ai denti”. Ancora più sorprendente è il sistema della telefonia mobile: l’indicativo di ogni numero telefonico corrisponde a un clan. “A Galcayo” scrive Husrsaka, “ci sono due reti che riflettono la suddivisione del territorio. Nel sud della città, i numeri del clan Hawriye cominciano con il 4, mentre quelli del clan Darode, a nord, con il 7″. Infine il sistema bancario.
L’inviata speciale racconta la disperazione di uno sfollato somalo per la mancanza di scuole e di dispensari nel campo profugo dove vive. Eppure, “l’uomo riesce a vivere grazie ai soldi mandati dalla moglie residente a Nairobi”. Come? “Con trasferimenti di denaro tipo quelli garantiti dalla hawala”, un sistema informale di circolazione del denaro fondato sui compensi tra commercianti costretti a vivere in luoghi distanti fra loro. Secondo la Banca mondiale, questo sistema consente il trasferimento tra l’estero e la Somalia di circa un miliardo di dollari ogni anno.
- Giovedì 28 Febbraio 2008


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