Pakistan, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Darfur. Di crisi politiche e umanitarie l’agenda internazionale è piena. Talmente piena che gli ultimi, disperati appelli lanciati da ong e agenzie Onu a favore della Somalia rischiano di cadere nel vuoto, complice la relativa marginalità della questione del Corno d’Africa nell’agenda delle grandi potenze. Secondo l’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), quasi due milioni di persone, la metà delle quali sfollate, sono costrette a sopravvivere in condizioni di estrema vulnerabilità. Per 90.000 bambini, l’Unicef parla addirittura di vita appesa a un filo: “Se la Comunità internazionale non trova fondi extra entro le prossime due settimane” ha dichiarato alla Bbc Christian Balslev-Olesen, “da qui al prossimo mese dovremo chiudere le nostre attività”.
Una crisi dimenticata. Per molti esperti, quella somala lo è da oltre 15 anni. A dire il vero, politici e signori della guerra locali fanno di tutto per scoraggiare chiunque voglia trasformare la Somalia in un territorio di pace. L’ultimo attacco al quale è scampato il presidente somalo Abdullahi Yusuf sabato scorso è la dimostrazione che gli scontri che oppongono le forze governative di Baidoa, sostenute dalle truppe etiope e dalla diplomazia americana, ai gruppi ribelli rimangono all’ordine del giorno.
Nel gennaio 2007, militari etiopi e soldati del governo nazionale transitorio erano riusciti a espellere da Mogadiscio i Tribunali islamici. Da allora, il paese è purtroppo diventato teatro di una guerra larvata in cui le alleanze effimere rendono particolarmente difficile qualsiasi tentativo di risoluzione pacifica. L’anno scorso le violenze hanno fatto circa 6.500 vittime, mentre dall’inizio di questo mese, il bilancio è di oltre 300 morti.
- Giovedì 28 Febbraio 2008
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Il 1 Aprile 2008 alle 18:35 La Somalia sprofonda nel caos: rapiti due operatori umanitari » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Si torna a parlare di Somalia. Questa volta a fare notizia è il sequestro di due operatori umanitari rapiti da bande armate non identificate lungo la strada che collega Sikow a Buale, a nord di Chisimayu, nella regione meridionale del Medio Giuba. Stamane, fonti Onu avevano menzionato due esperti in forza alla Fao, ma nel pomeriggio l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione ha precisato che le due persone sequestrate (un cittadino keniota e un britannico) “non sono dipendenti della Fao nè dell’Onu”, bensì membri della Genesys International Corporation, un’azienda basata in India e attiva in Somalia “sotto contratto con la Fao” con l’incarico di “raccogliere informazioni sulle popolazioni più colpite in caso di inondazioni dei fiumi Juba e Shabelle” nel sud del Paese. Con questo sequestro emerge la chiara sensazione che per il mondo umanitario la Somalia si sta rivelando una missione impossibile. Nonostante una presenza di 16 anni in territorio somalo, nel febbraio scorso Medici senza frontiere ha deciso di ritirare il suo personale espatriato dopo che tre dipendenti erano stati uccisi nell’esplosione di una bomba a Kismayo. Il ritiro di Msf può essere letto alla luce di una situazione politica e umanitaria somala mai così drammatica. Gli scontri tra le forze governative e i ribelli islamici non sembrano infatti conoscere sosta. Basta un clic su google.news per scoprire le conseguenze nefaste di una guerra che va avanti dal gennaio 2007: prima Mogadiscio, poi la città di Buulo Barte (200 chilometri a nord della capitale) sono stati teatri di combattimenti violentissimi che avrebbero fatto decine di vittime. L’ultimo attacco sferrato dai ribelli contro il palazzo del presidente Abdullahi Yussuf dimostra inoltre l’incapacità delle forze governative di Baidoa e dei loro alleati etiopi a sconfiggere i movimenti islamici. A farne le spese sono ovviamente le popolazioni civili: secondo l’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha), sono quasi due milioni le persone, la metà delle quali sfollate, che sopravvivono in condizioni disumane. Per 90 mila bambini l’Unicef parla addirittura di “vita appesa a un filo”. [...]
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