Archivio di Febbraio, 2008

Una farsa. Così l’opposizione liberale russa, tenacemente boicottata anche oggi nonostante il monito di Amnesty International, dipinge le presidenziali del 2 marzo. Elezioni che consentiranno a Vladimir Putin di mantenere un ruolo di potere nelle nuove vesti di premier lasciando il suo fidatissimo delfino, e presidente di Gazprom, Dmitri Medvedev val Cremlino.
L’opposizione comunista, l’unica in parlamento, partecipa ritualmente alla corsa presidenziale, rassegnata ma attenta ad non entrare in rotta di collisione reale con la leadership e accontentandosi di difendere le posizioni, come nelle ultime elezioni legislative. Obiettivo peraltro non facile contro un candidato che appare “più di sinistra” per il suo sbandierato impegno nel welfare, ma agevolato dalla mancanza di concorrenti liberali.
Putin sarà il mio premier: l’annuncio di Medvedev
L’inossidabile comunista Ghennadi Ziuganov, 63 anni, leader del Kprf dal 1993, è stabilmente accreditato tra il 10% e il 15% in quelle che saranno le sue terze presidenziali. Una percentuale che dovrebbe garantirgli il secondo posto, ma non certo il ballottaggio che strappò a Boris Eltsin nel 1996 o i consensi del 2000 (quasi 30%). E che comunque lo tiene a grande distanza da un Medvedev dato intorno al 70%.
Il partito comunista, nonostante le sue critiche alla smantellamento dello stato sociale, alle privatizzazioni e agli oligarchi, appare ancora troppo legato al passato in un Paese che cambia velocemente.
La multiforme opposizione liberale, spesso ancora associata al caos degli anni eltsiniani, ha invece mancato l’obiettivo minimo per tentare di partecipare alla corsa per il Cremlino, ossia concordare un candidato comune dopo i fallimentari risultati delle legislative di dicembre. Boris Nemtsov, candidato dell’Unione delle forze di destra (Sps), ha annunciato il suo ritiro a fine anno invitando i colleghi dell’opposizione a fare altrettanto, per delegittimare un voto “farsa” che consacra solo la prassi del delfinato. Iabloko (La mela), altro partito riformatore liberale, ha rinunciato a presentare un proprio esponente, mentre l’ex campione mondiale di scacchi Garry Gasparov, l’oppositore numero uno di Putin, non ha neppure potuto tenere il congresso per essere candidato, denunciando un boicottaggio nella ricerca della sede a Mosca. Oggi si è visto negare dalle autorità di Mosca il permesso per una marcia del dissenso il 3 marzo, all’indomani dell’annunciato trionfo presidenziale di Medvedev.
Rifiuti che sembrano dar ragione al rapporto con cui oggi Amnesty international denuncia il giro di vite sui diritti civili nella Russia putiniana, con una “offensiva sulle libertà di riunione e di espressione particolarmente visibile”. L’unico candidato dell’opposizione liberale che sembrava avere qualche speranza di partecipare al voto presidenziale, nonostante fosse accreditato solo dell’1%, era l’ex premier Mikhail Kasianov, poi però escluso con il pretesto di un numero eccessivo di firme irregolari raccolte. “Il paese sta scivolando verso un totalitarismo ladresco: Non c’è alcun dubbio che la decisione di non registrare la mia candidatura è stata presa personalmente da Vladimir Putin”, ha accusato, invitando anche lui a boicottare il voto.
In compenso correrà per il Cremlino il massone dichiarato Boris Bogdanov, oscuro leader dell’altisonante Partito democratico, ritenuto una marionetta del Cremlino per dare una parvenza di pluralismo al voto.

Per essere reali bisogna essere sempre più virtuali. Un’equazione che, negli ultimi tempi, sembra valere soprattutto per la politica. E così su Second Life, l’universo parallelo creato per la rete nel 2003 dalla società statunitense Linden Lab, sbarcano adesso anche gli spagnoli, pronti alle elezioni del 9 marzo prossimo. Gli avatar di José Luis Rodríguez Zapatero del Psoe, cioè il partito socialista, di Mariano Rajoy del Partito Popolare e di Gaspar Llaamzares di Izquierda Unida (un raggruppamento di ex comunisti e ambientalisti ndr) si sono, infatti, incontrati sulla piattaforma virtuale per il loro primo dibattito, ancora prima di affrontare il primo faccia a faccia televisivo lunedì 25 febbraio. A proporre l’insolita iniziativa il partito di Izquierda Unida che è stato escluso, invece, dal dibattito in programma in tv. Così il presidente del Governo e candidato alla rielezione Zapatero si è confrontato per circa un’ora e mezza in uno studio virtuale con i suoi sfidanti.
Con tanto di email in tempo reale mandate dagli spettatori per fare domande ai loro politici. Il dibattito, a differenza di quello televisivo è stato pacato e sereno. E moderato, ovviamente, dall’avatar di un giornalista. Da Sarkozy alle elezioni Usa, insomma, il mondo virtuale di Second Life sembra essere sempre più decisivo per far comprendere il mondo reale, se non addirittura ad attuare veri e propri cambiamenti.
Youtube pare, in questo senso, l’altra grande piazza virtuale a disposizione dei politici. Il partito a vocazione indipendentista della Catalogna, l’Erc, ha inserito una clip di appena 30 secondi nel quale appare la seguente scritta “quando questo annuncio finirà sarà mezzo minuto in meno al raggiungimento dell’indipendenza”. Anche i portali dei vari gruppi politici sembrano essere in pieno fermento. Proprio in occasione di questa campagna elettorale spagnola, infatti, il sito del Partito Popolare ha inserito una finestra video in cui a parlare è il leader stesso Rajoy seguito poi dalla grafica che indica i click che ha ottenuto in rete. Fino ad oggi 11 milioni. Un successo per il candidato dell’opposizione che spera di scalzare Zapatero dalla Moncloa.

Provate a immaginare che cosa accadrebbe se Benjamin Netanyahu, il leader del Likud che tutti i sondaggi indicano come il prossimo premier israeliano, dichiarasse apertamente di tifare per il candidato repubblicano alla Casa Bianca e esprimesse qualche dubbio sui due democratici in lizza. Cosa che si è guardato bene dal fare, almeno finora.
E ora riflettete su quanto ha dichiarato due giorni fa Barack Obama, nel tentativo di corteggiare il voto dell’elettorato ebraico-americano in Ohio: “Penso che, all’interno della comunità ebraica, ci sia un pregiudizio del tutto errato. Che suona più o meno così: se un candidato alla Casa Bianca non è vicino alle posizioni del Likud (il partito della destra ndr) significa che è anti-israeliano. Ebbene, devo dire che la vicinanza con il Likud non è la misura della nostra amicizia con Israele”.
Nulla di grave, ma secondo Samuel Rosner, corrispondente molto liberal di Haaretz, Obama ha sbagliato. Perché ha dato l’impressione di voler interferire negli affari interni di Israele, dichiarando indirettamente il proprio sostegno a uno dei due Ehud, quello del centrista Kadima (Olmert) e quello del progressista Labour (Barack). I commenti indignati di molti israeliani di destra, a margine dell’articolo di Rosner, sono lì a dimostrare che c’è una parte di Israele che tende a considerare una presidenza Obama come fumo negli occhi. E che il senatore non sia visto di buon occhio da una fetta dell’opinione pubblica israeliana lo dimostra, giusto un mese fa, un articolo scritto di suo pugno dall’ex ambasciatore israeliano Ayalon sul Jerusalem Post: “Chi sei, Barack Obama?”. Chi è, non lo sappiamo. Ma sappiamo che un eventuale incontro Obama-Netanyahu, precondizione a una pace coi palestinesi, potrebbe nascere sotto il segno della diffidenza reciproca.
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A Hong Kong sembra che lo scandalo sessuale più chiacchierato dell’anno abbia trovato finalmente trovato il suo epilogo. Tutto è iniziato quando, a fine gennaio, una serie di foto molto compromettenti degli attori più giovani e famosi dell’isola, tra cui Edison Chen, Gillian Cheung, Bobo Chan e Cecilia Cheung, hanno iniziato a circolare sulle prime pagine della stampa di Hong Kong e su alcuni siti internet cinesi.
Nel giro di un paio d’ore, più di 2000 persone hanno scoperto, cliccato e commentato le fotografie che ritraevano gli attori in pose plastiche. Se inizialmente si era pensato si trattasse di fotomontaggi, grazie a un’intervista registrata nell’abitazione di Edison Chen, è stato possibile dimostrare l’autenticità delle immagini, scattate per sua stessa ammissione dall’attore nei momenti di intimità con le attrici.
Secondo una versione più realistica dei fatti, sembra che le foto – circa 1300 - siano state “rubate” o dal cellulare che la star ha dichiarato di aver perso pochi giorni o dal suo computer, portato a riparare da un tecnico fidato che, invece, ha preferito vendere le immagini bollenti di Chen al miglior offerente.
Per quanto la polizia di Hong Kong abbia chiesto l’aiuto dell’Interpol per scovare il colpevole del reato, quest’ultimo non è ancora stato identificato. Un blogger di Hong Kong che aveva scaricato le foto di Chen è stato fermato ma immediatamente rilasciato per insufficienza di prove. Altre dieci persone sono state arrestate a Shenzhen (la città immediatamente al di là del confine) per essere state sorprese nell’atto di riprodurre DVD contenenti le immagini compromettenti. A Baidu, il motore di ricerca più popolare in Cina, à invece stato chiesto di presentare pubbliche scuse all’attore, ma a questa richiesta non è stato ancora dato seguito.
A differenza di quello che succede per gli scandali a sfondo sessuale nostrani, l’immagine di Edison Chen, 27 anni, coprotagonista della trilogia di successo dell’industria cinematografica locale, Infernal Affairs, ne esce fortemente penalizzata. In una recente conferenza stampa, la star ha reso nota la propria intenzione di ritirarsi dalla vita pubblica per un periodo di tempo indefinito, per aver fallito nel proprio ruolo di modello per i giovani. L’attore ha poi voluto scusarsi pubblicamente con tutti coloro che sono rimasti coinvolti nello scandalo, e ha concluso dicendo di voler prendere spunto dagli errori compiuti per “guarire la propria anima”.
![[i]21 febbraio 2008[/i] - La manifestazione di protesta convocata dal governo di Belgrado per urlare il proprio sdegno contro l'indipendenza kosovara si è trasformata in una giornata di guerriglia urbana, con decine tra feriti e contusi, per mano di gruppi di giovani hooligan inneggianti alle più importanti squadre di calcio serbe. All'ambasciata americana è stato anche appiccato un incendio e un cadavere, probabilmente appartenente a uno degli assalitori, è stato ritrovato all'interno della sede diplomatica.<br /> [url=http://blog.panorama.it/mondo/2008/02/21/serbia-proteste-per-il-kosovo-il-giallo-di-un-morto-allambasciata-usa/]LEGGI L'ARTICOLO[/url] </p> <p>[i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/febbraio08/serbia/normal_03.jpg)
Durante le proteste contro l’indipendenza del Kosovo che il 22 febbraio hanno infiammato Belgrado, c’era chi, in evidente estasi patriottica, ha approfittato del caos per fare shopping senza pagare il conto. Come queste due ragazze serbe, riprese durante un assalto holligan a un negozio mentre cercano di portare via più merci possibili, naturalmente griffate. Si chiamano Maja e Jovana e all’indomani della diffusione del video su Youtube, cliccato da milioni di utenti, hanno telefonato a una televisione serba per dare la loro versione dei fatti. “Abbiamo rubato come chiunque altro”, “Non si capisce perché la polizia ce l’abbia con noi: non abbiamo ucciso nessuno”, “Abbiamo rubato perché non possiamo permetterci di comprare queste cose”. E infine, per mettere in chiaro le cose, una spiegazione sul motivo per cui si trovassero lì: “Eravamo lì per fare sapere che il Kosovo è serbo e tale deve restare”.
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È stato un duello televisivo senza esclusione di colpi quello che è andato in onda ieri sera a Madrid, davanti a più di 10 milioni di telespettatori (cifre da far impallidire le partitissime della Liga, con il 70% di share), fra il premier socialista José Luis Zapatero e lo sfidante conservatore Mariano Rajoy, leader del Partido Popular, in vista delle elezioni politiche del 9 marzo. Per quasi due ore, in uno studio dove ogni particolare, persino la temperatura dell’aria, era stato concordato con minuzia dai due rispettivi staff, i due leader si sono scambiati critiche e colpi bassi, con Rajoy sempre all’attacco, molto tonico, pronto ad accusare Zapatero di aver offeso le “vittime del terrorismo”, avviando sotto banco immorali trattative con gli indipendentisti dell’Eta. Una strategia ben congeniata, quella del leader del Pp (ancora leggermente indietro nei sondaggi), che sembrava volersi prendere la rivincita sulle stesse accuse che il premier socialista aveva mosso ad Aznar e a Rajoy all’indomani dell’11-M 2004, quando il Pp scelse di indicare troppo frettolosamente (e secondo il Psoe strumentalmente) nell’Eta, e non in Al Qaeda, i responsabili della strage alla stazione di Atocha.
I migliori momenti del faccia a faccia
Nella prima parte del dibattito Rajoy ha attaccato soprattutto sull’economia, in fase di rallentamento dalla fine del 2007, sull’impennata di inflazione e disoccupazione, sul costo della vita e dei mutui, e sulle trattative con l’Eta. Su quest’ultimo punto il leader del Pp ha accusato Zapatero di aver “ingannato tutti gli spagnoli” cercando per conto suo, e senza alcuna delega democratica, di “modificare per conto suo il modello dello stato e cercato di trattare con i terroristi”. Zapatero ha dapprima incassato, poi ha respinto tutte le critiche, con tono fermo, rivendicando un bilancio positivo della legislatura (a partire da ritiro dall’Iraq e dal matrimonio tra omosessuali) e affermando, con orgoglio, che la Spagna è ora l’ottava potenza economica mondiale avendo “superato l’Italia per il reddito pro capite”.
Il premier ha anche accusato il Pp di avere praticato un’opposizione sistematica durante la legislatura e di avere strumentalizzato politicamente la questione del terrorismo, “praticando l’insulto personale” e “provocando tensione, mettendo i cittadini di una comunità contro quelli di altre”. I lettori dell’edizione elettronica del quotidiano moderato El Mundo, vicino al Pp, hanno dichiarato al 58% Rajoy vincitore del duello. Per il 58% di quelli del sito di El Pais, vicino al Psoe, ha vinto invece Zapatero. Stando a un primo sondaggio reso pubblico poco dopo la fine del dibattito dalla Tv privata Cuatro, Zapatero avrebbe vinto per il 45,4% delle persone intervistate, Rajoy per il 33,4%. Secondo un altro sondaggio-flash Sigma realizzato per il quotidiano El Mundo, di centrodestra, il 45,5% degli interrogati hanno dato la vittoria al premier socialista uscente, il 42% a Rajoy. Sondaggio e titolo analogo, ”Zapatero gana por la minima” (Zapatero in vantaggio di misura), sul ‘El Pais’, vicino al Psoe. In un sondaggio Metroscopia per il quotidiano il 46% degli intervistati ritiene vincitore Zapatero, il 42% Rajoy. L’Agencia Europa Press ha affermato che gli esperti in comunicazione consultati a caldo alla fine del dibattito sono apparsi “divisi” sul vincitore. Il secondo, e ultimo, duello tv, un appuntamento che mancava in Spagna dal 1993, quando si scontrarono Gonzales e Aznar, è previsto il 3 marzo.
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Una foto di Barack Obama vestito “all’araba” ha provocato un duro botta e risposta con Hillary Clinton. Dopo gli accostamenti non sempre involontari tra Obama e Osama (Bin Laden) e le false insinuazioni su una sua fede nell’Islam, è spuntata un’immagine del senatore dell’Illinois nell’abito tradizionale degli anziani dei villaggi somali. La foto è stata diffusa dal sito Drudgereport, tradizionalmente vicino ai repubblicani, che sostiene di averla ricevuta dallo staff di Hillary Clinton. Mostra Obama che, aiutato da un anziano, si prova una veste e un turbante bianchi che richiamano il tipico abbigliamento arabo. Fu scattata durante un tour in Africa del 2006 quando Obama fece tappa a Wajir, un’area rurale nel nord-est del Kenya, il Paese di cui è originario il senatore afroamericano.
Secondo Drudgereport, un assistente di Hillary l’ha spedita con un’osservazione: “Non la vedremmo su tutte le copertina se si trattasse della Clinton?”.
Pronta la reazione dello staff di Obama. Il direttore della sua campagna, David Plouffe, ha denunciato quella che ha definito come “la più vergognosa e offensiva criminalizzazione” di queste primarie. “Questo”, ha aggiunto, “è esattamente il tipo di politica fatta per dividere che allontana gli americani da tutti i partiti e fa perdere all’America il rispetto del mondo”. “Ora basta”, ha replicato Maggie Williams, responsabile della campagna della Clinton, “se lo staff di Obama vuol far credere che una foto di lui che indossa un abito tradizionale somalo divide, si dovrebbe vergognare”. “Hillary Clinton ha indossato gli abiti tradizionali dei Paesi che ha visitato e quelle immagini sono state ampiamente pubblicizzate”, ha osservato la collaboratrice dell’ex First Lady, “questo è solo il tentativo di distogliere l’attenzione dai veri problemi e di alimentare le stesse divisioni che si denunciano”.
Va ricordato, però, che a dicembre lo staff dell’ex First Lady silurò un coordinatore dell’Iowa che aveva inoltrato una “mail a catena” in cui si sosteneva che Obama fosse musulmano. Senza contare che l’associazione Obama-Osama è stata spesso fatta circolare maliziosamente dai detrattori del senatore afroamericano. La pubblicazione della foto è apparsa un colpo basso contro il senatore dell’Illinois, ad appena una settimana dalle cruciali primarie in Texas e Ohio.
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Un sabotaggio. Così il colosso Google ha definito il blackout in Pakistan di due ore di Youtube, il sito di cui è proprietaria, famoso in tutto il mondo per essere diventato una vetrina in cui chiunque ha libertà di inserire filmati. Sotto accusa finiscono, così, le autorità di Islamabad che domenica 24 febbraio, bloccando l’accesso a Youtube, hanno impedito a milioni di utenti di poter consultare, scaricare o aggiungere video.
Proprio alcuni di essi, considerati blasfemi nei confronti della religione islamica, sarebbero alle origini del bando. In particolare il trailer dell’ultimo film in uscita del parlamentare olandese Geert Wilders, che ritrae l’Islam in un modo considerato disdicevole dal governo pachistano. Nelle brevi sequenze inserite in Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti di donne e omosessuali. Il video è attualmente stato rimosso completamente dal sito. Secondo altre fonti, invece, a far scatenare la rabbia sarebbero state piuttosto le vignette su Maometto ripubblicate in questi giorni dai giornali danesi. Il risultato comunque è lo stesso. Utenti disperati, accessi bloccati e un’inquietante email inviata dal provider Micronet ai suoi abbonati dove oltre a comunicare lo stop veniva chiesto agli utenti di scrivere a Youtube per sollecitare il ritiro dei video incriminati. Il che, prometteva il Provider, avrebbe permesso alle autorità di ritornare sui loro passi.
A gennaio un fatto analogo, con lo stop volontario all’accesso, si era verificato in Turchia a causa di alcuni video ritenuti blasfemi nei confronti di uno dei padri della nazione, Mustafa Kemal Atatürk e nei mesi precedenti in Thailandia e in Marocco.
Servizio video sulle vignette danesi raffiguranti Maometto e oggi tra i motivi dell’oscuramento di Youtube in Pakistan
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