Archivio di Marzo, 2008
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Cala la sera sul grande golfo di Smirne, e allo stesso tempo tramontano le speranze di ospitare un evento come l’Esposizione universale del 2015 che avrebbe, sicuramente, fatto conoscere le potenzialità finora inespresse di Izmir all’intero mondo. La gente ci sperava: da un anno, anche il più distratto abitante della terza città della Turchia era al corrente dell’importanza dell’evento, era consapevole e accettava di buon grado di vedere cambiare, in caso di vittoria, il volto di una città tutto sommato tranquilla. Perché l’Expo avrebbe significato finanziamenti miliardari, la creazione di un’area espositiva decisamente più vasta di quella milanese, autostrade nuove di zecca verso Ankara e Istanbul, un potenziamento della metropolitana e del porto, già primo nel Paese per volume di esportazioni. Ma soprattutto, avrebbe creato moltissimi posti di lavoro e “sprovincializzato” una città che “vorrebbe ma non può”.
Per tutto il pomeriggio di ieri migliaia di persone hanno atteso, speranzose, il verdetto nella centrale piazza della Repubblica. Hanno cantato, ballato e sventolato bandiere senza mai distogliere gli occhi dal grande schermo che, in diretta, trasmetteva quanto stava accadendo a Parigi.
La notizia della sconfitta ha spento in un attimo ogni sorriso, ha fatto abbassare tutte le bandiere. Un silenzio gelido ha invaso la piazza. “Gecmis olsun”, è stata l’ultima, mesta, frase pronunciata dal palco alla platea: la stessa frase che si pronuncia per augurare a qualcuno di riprendersi presto da una malattia o da un brutto fatto.
E oltre al danno la beffa: dopo la prima votazione, dichiarata poi nulla per motivi tecnici, ai componenti della delegazione di Smirne era arrivata l’indiscrezione che la “perla dell’Egeo” avesse vinto nella gara con Milano per ottenere la designazione a sede dell’Expo. Le urla di contentezza, accompagnati da vere e proprie danze, erano state immediatamente catturate dalle televisioni nazionali, provocando scene di entusiasmo anche nel Paese. Rivelatesi poi, tristemente premature.

L’opposizione annuncia una vittoria schiacciante, ma procedono con estrema lentezza i lavori della Commissione elettorale: finora ha assegnato dodici seggi per ciascuno (su un totale di 210) ai due principali sfidanti, Robert Mugabe e il leader sindacale Morgan Tsvangairai. Secondo i conteggi del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), il partito di Morgan Tsvangairai ha ottenuto addirittura il doppio delle preferenze. “Abbiamo vinto in 96 dei 128 collegi parlamentari esaminati”, ha riferito il segretario generale dell’Mdc, Tendai Biti, “Tsvangairai è al 60 per cento, mentre Mugabe al 30″.
A questo punto diventano concreti alcuni scenari. Se fosse proprio Tsvangairai a vincere, i militanti dello Zanu-Pf, il partito guidato da Robert Mugabe, potrebbero scendere il campo minacciando scontri nel Paese: in questo caso Tsvangairai ha già annuciato che formerà un governo di unità nazionale con gli elementi moderati dello Zanu-Pf. Se, invece, si dovesse andare al ballottaggio con Mugabe il partito di Simba Makoni, terzo candidato ed ex ministro delle finanze, ha dichiarato che appoggerà Tsvangairai in una successiva tornata elettorale. Infine, se dovesse risultare vincitore proprio Mugabe, l’opposizione potrebbe contestare il risultato, ma sembra improbabile un epilogo simile a quello del Kenya tre mesi fa. Lo Zimbabwe è in una situazione critica: il 15% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha l’Aids, è il quarto tasso più alto al mondo. Il 45% della popolazione è malnutrito.

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Oppositore di lungo corso di Robert Mugabe, attivista dei diritti umani ed ex leader del potente Congresso dei Sindacati, Morgan Tsvangirai, 56 anni, è l’uomo nuovo dello Zimbabwe, il Lech Walesa di Harare che promette di porre fine senza bagni di sangue a una delle più longeve (e sanguinarie) dittature del continente africano. All’ala moderata dello Zanu-Pf, il partito di Mugabe che sarebbe uscito sconfitto dalle elezioni, promette un accordo per evitare una nuova stagione di sangue. E a Mugabe, il suo nemico giurato che ha cercato di farlo assassinare per tre volte, garantisce un giusto processo, “ad Harare o all’estero”, perché, assicura, “il nuovo Zimbabwe ha bisogno di giustizia e libertà, non di odio e altri delitti”.
Queste ore delicate per il futuro del Paese, in attesa dei risultati ufficiali, le sta passando in un rifugio segreto della capitale, sconosciuto anche a molti dei suoi fedelissimi del suo Movement for Democratic Change (Mdc). Le minacce di morte, il timore di brogli e l’eventualità di un colpo di Stato che annulli l’esito del voto non lo hanno spinto a fare un passo indietro. La parola d’ordine, nonostante la massiccia presenza di reparti antisommossa ad Harare, rimane la stessa: continuare la mobilitazione ma “senza trascinare i giovani a morire in piazza”. La consapevolezza che lo Zimbabwe stia ballando sull’orlo della guerra civile è ben presente a questo ex leader sindacale, nato 56 anni fa nel distretto di Gutu, nell’allora Rhodesia meridionale, che dai venti ai trent’anni ha lavorato in una miniera di nichel e che, nel 2002, nelle scorse elezioni presidenziali, si è visto scippare la vittoria grazie alla potente macchina dei brogli messa a punto dalla dittatura. Ora, dice, fa affidamento anche su pezzi della nomenklatura scontenta del vecchio regime e al partito di Simba Makoni, terzo candidato ed ex ministro delle finanze. Obiettivo: aprire una nuova stagione di riconciliazione, senza chiudere le porte a un dialogo con i collaborazionisti moderati del regime. “Ci sarà bisogno di almeno dieci anni - avverte senza concessioni alla demagogia - per ricostruire anche economicamente il Paese”. Tra i primi provvedimenti che dovrebbe prendere, se sarà eletto presidente, c’è l’abrogazione della legge che ha imposto ai farmers bianchi di cedere le loro aziende ai neri. Una legge considerata all’origine dell’attuale grave crisi recessiva attuale. “Per salvarci dal fallimento c’è bisogno del contributo di tutti”, assicura ora Tsvangirai.
Benvisto dai diplomatici americani ed europei, Tsvangirai è stato difeso da George Bizos, avvocato dei diritti umani (che aveva già curato gli interessi di Nelson Mandela) nel corso di un procedimento del 2004 nel quale era stato accusato di complottare alla vita di Mugabe. A marzo 2007 Tsvangirai fu anche torturato in carcere dai reparti speciali della polizia, che gli procurarono, nel corso di lunghe ore di interrogatorio, profondi tagli alla testa e, secondo la Bbc, anche una grave emorragia interna. Fu solo l’indignazione della comunità internazionale a impedire probabilmente il peggio. Il corpo del cameraman che riprese, per la tv di Stato, le immagini di Tsvangirai dopo le torture fu ritrovato nel weekend successivo in un villaggio a ottanta chilometri dalla capitale. Gravemente ferito era stato malmenato dalle squadracce vicine al dittatore. Lo stesso destino cui potrebbero andare incontro migliaia di suoi sostenitori se Mugabe deciderà di non riconoscere l’esito del voto.

Il peggior tiranno del mondo? Per il 2008 lo scettro è andato al presidente nordcoreano Kim Jong-il, al potere dal 1994. Questo singolare sondaggio online è stato realizzato dal magazine americano Parade e mette in fila i peggiori dittatori del mondo.
Al secondo posto si è posizionato il presidente sudanese Omar Al-Bashir che negli ultimi anni ha dato il peggio di sé macchiandosi di uno dei più grandi genocidi della storia dell’umanità, quello che dal 2003 si protrae nella regione del Darfur e che ha fatto registrare oltre 400 mila vittime e un milione di dispersi.
Sul gradino più basso del podio troviamo il generale Than Shwe leader della giunta militare dell’ex Birmania, oggi Myanmar. Di lui si sa poco o nulla ma proprio in questi giorni ha promesso che a breve promuoverà un referendum sulla nuova costituzione. I suoi compatrioti la stanno attendendo da 18 anni. Nella top ten spicca il quinto posto assegnato al presidente della Cina che il prossimo agosto ospiterà le Olimpiadi di Pechino, Hu Jintao. Oltre a controllare i mass media e vietare la libertà religiosa sta reprimendo la rivolta in Tibet. A seguire troviamo Robert Mugabe dello Zimbabwe, il recordman della tirannia dal momento che è al potere dal 1980.
Commentare una simile graduatoria è veramente difficile, ma forse può essere importante dare un messaggio di speranza a tutte le popolazioni oppresse dai regimi dittatoriali utilizzando una frase di uno che di democrazia se ne intendeva, George Washington: “La libertà quando comincia a mettere radici è una pianta di rapida crescita.”
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Chi è il peggior dittatore del mondo?
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Qualcuno l’ha voluta paragonare a una finale di Coppa Campioni, con tanto di schermi giganti in piazza e una febbre da stadio che cresce col passare delle ore. Questa volta però a fronteggiarsi non sono Milan e Galatasaray, ma Milano e Izmir, l’antica Smirne, terza città della Turchia. Premio in palio, dopo mesi di duro lavoro, l’Esposizione Universale del 2015, con tutto il carico di prestigio, ma soprattutto di denaro, che ne deriva: 25 miliardi di dollari secondo il quotidiano turco Zaman.
Non stupisce quindi che, in attesa del verdetto che verrà pronunciato lunedì pomeriggio a Parigi, il Paese si sia stretto intorno alla sua “Perla dell’Egeo” a dispetto della grave crisi istituzionale che sta attraversando. Il premier Recep Tayyip Erdogan e il presidente Abdullah Gul sono alle prese con un ricorso presentato davanti alla Corte costituzionale per la loro interdizione dai pubblici uffici, e il Partito di governo Giustizia e Sviluppo rischia la chiusura per “attività anti-laiche”. Per esaminare il caso l’Anayasa Mahkemesi (la Corte Costituzionale) aspetterà fino a lunedì, in altre parole quando il Bie avrà già scelto il nome della città che ospiterà l’Expo. Per Izmir, culla del kemalismo e, insieme a Istanbul, la città più progressista e moderna della Turchia, si sono in questi mesi spesi tutti, governo come opposizione (il leader del Chp, Deniz Baykal viene proprio da questa città) e, ovviamente, la presidentessa della Tusiad (la Confindustria turca) Arzuhan Yalcindag Dogan.
Se in Italia sono in molti a sostenere che la candidatura di Milano si è molto rafforzata di recente, la Perla dell’Egeo è oltremodo fiduciosa e per alcuni favoritra. Anche perché come biglietto da visita porta, insieme a una linea di metropolitana, quattro linee di metrotramvia, un aeroporto, un porto che è tra i più attivi del Mediterraneo e che nel 2006 ha prodotto 12,7 milioni di dollaro di import e 14,5 di export. Ha cinque università ed è estremamente effervescente da un punto di vista culturale, con le numerose manifestazioni internazionali che da anni è abituata a organizzare. Nonostante la città si sia dimostrata, anche alle scorse elezioni politiche di luglio, la vera roccaforte dell’opposizione di sinistra, il governo Erdogan si è speso con decine di missioni e attività di lobbying soprattutto negli ambienti musulmani. E ancora di più ha fatto Abdullah Gul, attuale presidente della Repubblica, che ha così ancora una volta confermato le sue doti di grande diplomatico.
Stando a quanto scrive la stampa turca in questo momento Smirne staccherebbe Milano di almeno sei voti. Operando un perfetto contropiede, Izmir avrebbe tra l’altro segnato gol importanti, incassando l’appoggio, di 17 Paesi dell’Ue - più di Milano, si sottolinea qui - fra cui la Grecia. Ha ricevuto l’appoggio di personalità internazionali di primo livello, appartenenti al mondo della politica, dello spettacolo e dello sport, come l’ex cancelliere tedesco Schroeder e il calciatore Roberto Carlos. Insomma, la squadra di Smirne ha usato testa e cuore, tattica e agonismo, sapendo che non sempre le favorite sono quelle che, alla fine, vincono. E ora, asciugandosi il sudore, aspetta solo il fischio del 90° minuto.

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Nei negozi di Harare i prezzi aumentano più volte durante un solo giorno: in un anno l’inflazione nello Zimbabwe ha raggiunto il record mondiale con una crescita del 100mila%. È una catastrofe con pochi uguali al mondo: otto abitanti su dieci sono disoccupati, l’aspettativa di vita è la più bassa del pianeta (34 anni per le donne, 37 per gli uomini), un terzo della popolazione ha lasciato la nazione. E l’uomo che guida lo Stato dal 1981, Robert Mugabe, è candidato alle elezioni di sabato come leader del partito Zanu-PF: si pensa che a lui sia ispirato il personaggio di Zuwanie, presidente del Matobo, nel film “L’interprete”. Mugabe ha il controllo del quotidiano governativo Herald, della televisione, della radio. Ma non può allungare le mani su SwRadioAfrica, una piccola radio indipendente. Che trasmette dalla periferia di Londra, dove si è rifugiata la redazione di espatriati, fino allo Zimbabwe. E può contare su una fitta rete di collaboratori nello Stato africano.
Un’inchiesta sul campo che mostra il collasso dello Zimbabwe
“Lì sono in una situazione da incubo: il sistema sanitario e l’istruzione sono crollati. L’inflazione in queste ultime settimane si è impennata ben oltre il 100mila%” dice a Panorama.it Gerry Jackson di SwRadioAfrica “è ormai una nazione ritornata all’era della pietra”. La giornalista dell’emittente africana fino al 1997 era un dj in una radio privata dello Zimbabwe: è stata licenziata quando invitò i suoi ascoltatori a sfogarsi in diretta contro il governo. Poi nel 2001 fugge a Londra e fonda con altri dissidenti SwRadioAfrica.
Negli ultimi giorni di campagna elettorale Mugabe ha cercato di assicurarsi il consenso alle urne: dimezzando il prezzo del latte, del pane e di altri generi alimentari, regalando trattori, promettendo posti di lavoro. “Stanno crescendo le intimidazioni nelle aree rurali” denuncia Jackson “ma questa volta gli abitanti dello Zimbabwe sono più coraggiosi. Gli oppositori, poi, sono regolarmente picchiati e torturati” . Gli osservatori internazionali per le elezioni sono stati scelti tra le nazioni “amiche”: Iran, Russia, Cina, Libia. A sfidare il presidente uscente si sono candidati il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai e l’ex ministro delle finanze Simba Makoni. Ma la regolarità delle elezioni sarà monitorata anche dal web: Sowekanele, una comunità online di navigatori dello Zimbabwe, si è ispirata all’esempio del Kenya e propone di segnalare in una mappa le truffe e le violenze elettorali.
Altre fonti: Associated Press, Reuters

Foto di Piter Ginter - Guarda la GALLERY
Alluvioni, inondazioni, ghiacci che si sciolgono e siccità: che cosa ne pensano i più piccoli, le future vittime degli sconvolgimenti ambientali? Come vivono i problemi legati al cambiamento climatico? L’ Unep, programma dell’ambiente delle Nazioni Unite, ha indetto un concorso artistico fra ragazzi di tutto il mondo, tra i 6 e i 14 anni. Il risultato è quello che vedete in queste pagine. Bambini di 106 paesi, a volte tra i più colpiti dagli sconvolgimenti atmosferici, hanno descritto la loro storia. Come? Mettendo sulla carta i problemi climatici di casa loro, dalle alluvioni in Bangladesh all’inquinamento in Cina. Come illustrano le foto di Peter Ginter, che si è recato nei luoghi in cui vivono questi piccoli artisti per ritrarli a fianco alle loro opere. Ma il cambiamento climatico tocca anche i nostri bambini. Panorama ha chiesto agli allievi di una seconda media della scuola Rudolf Steiner di Milano, in collaborazione con la professoressa Adriana Todeschini, di scrivere quello che pensano. Ecco una spigolatura dei temi più divertenti, ma anche curiosi e commoventi.
“Papà, che cosa possiamo fare per rimediare a quello che sta succedendo al pianeta?”. “Potresti imparare ad andare a scuola con i mezzi pubblici, invece che farti portare da me in macchina”.
“E questo che vantaggi porterebbe?”.
“Un tram trasporta mediamente 25 persone, pensa che se ognuna di queste si muovesse in macchina inquinerebbe 25 volte di più”.
“Ma perché l’inquinamento causa questo cambiamento terrestre?”.
“Nel cielo c’è uno strato invisibile di una sostanza chiamata ozono, che filtra i raggi solari. I gas prodotti da fabbriche e macchine producono un buco in questo strato e i raggi solari colpiscono con più forza la Terra, cambiando il clima”.
“Grazie papà. Oggi posso andare a casa di un mio amico?”.
“Va bene, ma usa la bicicletta…”.
M.
Il clima sta cambiando, l’anno scorso l’inverno è stato freddissimo e ai primi di marzo i fiori non c’erano ancora, non erano ancora sbocciati; invece adesso, a metà marzo, c’è un caldo quasi estivo. La neve è ormai difficile da trovare, quello che mi preoccupa è che magari il prossimo anno a Milano crescerano i limoni e in Sicilia si scierà.
Elena
Noi crediamo che il cambiamento di temperatura del nostro pianeta sia dovuto anche al fatto che siamo nell’epoca del consumismo. Crediamo anche che basterebbe davvero poco per cambiare questa situazione, semplicemente avendo un po’ più di rispetto per il nostro splendido pianeta. Ci riusciremo? Potremo fare un piccolo sforzo? Tutti amiamo questo pianeta!
Klim e Vichi
A me il mondo piace così com’è, ma ci dicono che sta cambiando tutto e che nei prossimi anni il clima peggiorerà. Già adesso a Milano non c’è più la nebbia, mio nonno mi racconta che prima in certi giorni non vedevi a un metro di distanza, e non nevica mai nemmeno d’inverno. Speriamo che non cominci a nevicare al mare, d’estate!
Antonio
La Terra sta cambiando ogni giorno, ma non ce ne accorgiamo, e quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi. Dovremmo invece fare qualcosa già ora, magari togliendoci qualche comodità inutile, come quegli oggetti che compriamo e poi finiscono nella spazzatura. Ma tutto ciò dipende dall’uomo o è un ciclo naturale della Terra? Queste sono le domande che dobbiamo porci.
G.
L’inquinamento non rovina solo la nostra vita, ma anche la bellezza della Terra.
Francesca e Orlando
Proviamo a pensare come sarà la Terra fra qualche anno. Potrebbero sciogliersi i ghiacci e ghiacciarsi il mare. La foresta amazzonica ormai per metà non esiste più e all’uomo non interessa. Per favore, fate qualcosa o la Terra cambierà e con lei le nostre abitudini!
Aura
L’uomo per anni ha danneggiato la Terra senza rendersene conto, ma il problema è che noi oggi ci troviamo davanti a un fatto compiuto e non si può tornare indietro. Ognuno di noi potrebbe fare qualche azione per rendere la situazione migliore, per esempio ripiantare tutte le piante che sono state tolte, per permettere alla natura di riprendere il suo ciclo normale.
Una piccola parte di responsabilità è anche della Terra. È normale che essa muti, solo che noi abbiamo troppo velocizzato i suoi cambiamenti.
Marina e Asia
Ormai l’uomo manipola a suo piacimento la Terra, ma la danneggia. Invece che continuare su questa strada dannosa, speriamo che le persone che hanno potere in questo mondo cambino idea e facciano qualcosa.
Marc e Davide
L’inquinamento ha anche diviso l’ozono nell’atmosfera e ha creato un buco, che fa entrare maggiormente il calore del Sole. Così la Terra si surriscalda.
Stefano e Davide
Il cambiamento climatico è la cosa più brutta che possa succedere al mondo e all’uomo. I ghiacci stanno iniziando a sciogliersi e questa è una cosa che potrebbe danneggiare i fiumi e influenzare la vita dell’uomo. I meteorologi dicono che fra un tot di secoli la Pianura Padana inizierà a desertificarsi: l’uomo riuscirà ad adattarsi e a sopravvivere?
Luca
Secondo noi la Terra si surriscalda perché le fabbriche e l’inquinamento delle macchine emanano calore. Noi esseri umani dobbiamo salvare la Terra: pensate a Venezia, tra qualche anno sarà sommersa dall’acqua.
Tommaso e Carlo
Ma come faranno gli orsi e le foche a sopravvivere quando tutti i ghiacci saranno sciolti? E i pesci, quando il mare sarà diventato caldissimo?
Marta

Guarda com’è bello il mondo, con la sua vita propria. Eppure, negli ultimi tempi raffreddamenti e surriscaldamenti improvvisi stanno diventando costanti. È come se la Terra da qualche anno avesse accelerato il suo moto girando più veloce e non ce ne accorgiamo perché siamo noi a fare questo. Capite? Stiamo alterando il moto della Terra. È come se a ogni giro, aumentando velocità, il tempo scorresse più rapidamente. Quindi bisogna darsi una mossa: dobbiamo essere noi, per una volta, a correre dietro al pianeta che accelera per farlo rallentare.
Bianca
La colpa dei cambiamenti è anche della natura, ma l’uomo ne accelera il processo. L’uomo non dovrebbe essere padrone della Terra né suo schiavo, ma dovrebbe viverci in armonia.
U. & M.
Sicuramente l’uomo ha una grande influenza sul cambiamento climatico nel nostro meraviglioso e speciale pianeta. Il fumo delle fabbriche e il gas delle macchine hanno contribuito a formare il buco dell’ozono, che influirà negativamente sulla Terra. L’uomo riuscirà a rimediare alle conseguenze? Speriamo insieme a tutto il mondo che dopo la tempesta arrivi anche il sole.
Greta e Martina
Penso che questo cambiamento di clima, andando avanti, potrà causare molti problemi alla Terra e di conseguenza a tutti noi. E non potremmo nemmeno lamentarci, siamo noi la causa di quello che succede!
Zoe Luna
Di questi cambiamenti climatici avevo sentito parlare molto poco, ma adesso che ho capito quanto sono gravi sono un po’ preoccupato. Non vorrei che davvero la Terra fra qualche anno uccidesse tutta la vita che c’è su di essa. Io vorrei che, oltre alle soluzioni che tutti possiamo prendere (come consumare meno cose, inquinare di meno), anche i capi dei vari paesi pensassero a trovare delle soluzioni per questo problema.
Alberto


Di Fausto Biloslavo
I talebani promettono di attaccare le truppe olandesi in Afghanistan, Al Qaeda emette una condanna a morte per decapitazione, l’Iran e altri paesi islamici minacciano il boicottaggio economico e milioni di musulmani sono pronti a far esplodere la loro rabbia. Come per le vignette su Maometto, un film anti Islam, voluto dal controverso politico olandese Geert Wilders, rischia di provocare un’ondata di violenze.
Il cortometraggio, di 15 minuti, si intitola Fitna, parola araba vicina alla nostra sedizione. Il video paragona il Corano al Mein Kampf di Adolf Hitler. Nessuno l’ha ancora visto, ma lo stesso Wilders anticipa che i versetti del libro sacro per i musulmani vengono “interpretati”. Sullo sfondo sono state montate immagini di attacchi terroristici e altre violenze ispirate dall’Islam estremista. Maometto verrebbe assimilato a un “barbaro”.
Parlamentare olandese dal 1998, Wilders si arrabbia se viene bollato come fascista. Populista, cattolico, ammiratore di Israele e leader del Partito per la libertà, è stato nominato politico dell’anno dagli olandesi nel 2007. Scortato da sei guardie del corpo, ha vissuto per mesi in caserme o galere per motivi di sicurezza. Fitna verrà presentato via internet entro il 1° aprile, anche se il governo olandese ha fatto di tutto per convincere Wilders a lasciar perdere. L’anteprima è prevista il 28 marzo presso il centro stampa del parlamento dell’Aia. E il leghista Mario Borghezio ha proposto a Wilders di presentare il film all’Europarlamento.
Dallo scorso mese il mondo islamico si è scatenato contro il cortometraggio. Zabihullah Mujahid, uno dei portavoce dei talebani, ha dichiarato che “il film è un insulto all’Islam. Se verrà messo in rete aumenteremo i nostri attacchi contro le truppe olandesi in Afghanistan”. Ossia contro gli oltre 1.600 uomini che operano nella provincia di Uruzgan.
Al Qaeda ha emesso una fatwa, un editto religioso che ordina a ogni devoto musulmano di ammazzare Wilders. E su un sito protetto dei terroristi è stato scoperto il testo: “In nome di Allah vi ordiniamo di portarci la testa dell’infedele (Wilders, ndr) che insulta i musulmani e deride il profeta Maometto».
Le hostess della Klm hanno paura di volare nelle capitali islamiche. E il governo ha sospeso una missione in Somalia, terra infiltrata da Al Qaeda. Diversi paesi musulmani, come Pakistan, Indonesia ed Egitto, hanno espresso indignazione convocando gli ambasciatori olandesi.
Il Cairo minaccia il boicottaggio economico, come l’Iran. Teheran ha definito Fitna un film “satanico” e ne chiede la messa al bando. E il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, ha preannunciato: “Non mi sembra una buona idea istigare oltre 1 miliardo e mezzo di musulmani”. Si temono violenze anche in patria, e non solo per il film. Citando il milione di musulmani che vive nei Paesi Bassi, Wilders ha parlato di “tsunami di islamizzazione”.
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