
Due poliziotti davanti al Museo del genocidio a Phnom Penh
Non si è ancora concluso in Cambogia il processo contro Kaing Guek Eav, più noto con il nome di battaglia Duch, capo di uno speciale reparto della polizia segreta del Khmer rossi, arrestato nel 1999 e in custodia dal 2007 presso il Tribunale Internazionale delle Nazioni Unite istituito formalmente a Phnom Penh - capitale della Cambogia - nel 2003 ma operativo soltanto dal giugno 2007, col compito di giudicare i Khmer rossi responsabili del genocidio compiuto in Cambogia tra il 1975 e il 1979, una delle tragedia umane più gravi dello scorso secolo: quattro anni di terrore che ha portato all’uccisione di un milione e settecentomila persone, pari al 21% della popolazione locale, per mano di un gruppo di guerriglieri intrisi di fanatismo finanziati dalla Cina in funzione antivietnamita.
Nei lunghi anni di trattative tra Pol Pot e le Nazioni Unite che hanno portato all’istituzione del tribunale, è morto prima, nel 1998, il leader dei Khmer rossi, seguito nel 2006 da un altro dei massimi responsabili del genocidio, Ta Mok, “il macellaio”. Al momento le attenzioni dei magistrati che compongono il tribunale possono concentrarsi solo su Duch, accusato di aver ordinato la tortura e l’uccisione di circa 17.000 prigionieri politici (di cui solo una decina sarebbero sopravvissuti), compresi alcuni bambini presunti figli di “spie” nella prigione di Tuol Sleng - oggi sede di un museo della memoria -, e su altri quattro leader dei Khmer rossi arrestati nel 2007: Noun Chea, il vice del “fratello numero uno”, Ieng Sary, ex ministro degli esteri e la moglie, Ieng Thirith, sorella di una delle spose del leader maoista, e Khieu Samphan, ex primo ministro Khmer.
Gli altri, invece, circolano liberamente nel Paese, hanno assunto sotto rinnovate spoglie nuovi incarichi nel governo, oppure si sono trasferiti all’estero. Duch, classe 1942, è stato il primo a comparire davanti alla corte, circa quattro mesi fa. Seguendo un procedimento piuttosto innovativo, è stato accompagnato mercoledì nei luoghi della prigione della capitale da lui diretta negli anni del genocidio, ed è stato interrogato sul posto con l’intento di far sì che le dichiarazioni venissero influenzate dalle emozioni provate. Lontano da microfoni e telecamere e circondato da magistrati e agenti della polizia penitenziaria, Dutch ha raccontato in maniera dettagliata ciò che successe a Tuol Sleng trent’anni fa. Anche tre dei sopravvissuti della prigione hanno assistito alle confessioni del detenuto, ma nessuno ha voluto rilasciare commenti dopo l’interrogatorio. Comprensibile per chi continua a percepire gli orrori del passato come un incubo presente.
Negli anni della guerra, in Cambogia, è scomparsa un’intera generazione, e il governo, in generale, è molto attento a evitare le difficoltà che potrebbero derivare dalla riapertura di ferite che non hanno mai smesso di sanguinare. Lo scarto tra coloro che hanno vissuto il genocidio e i giovani è sempre più marcato, e il numero di chi è ancora in grado di raccontare agli studenti una storia che anche i libri di testo continuano a negare si fa sempre più esiguo. Meglio, molto meglio, dimenticare.
CONSULTA ANCHE: Cambodian Geographic Database, pagina interattiva dell’Università di Yale dove è possibile reperire dati sui villaggi cambogiani, i luoghi bombardati dagli Stati Uniti durante la guerra, le prigioni operative sotto il regime di Pol Pot, le fosse comuni e i monumenti commemorativi alle vittime dei Khmer Rossi, innalzati dopo il 1979.
- Martedì 4 Marzo 2008


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Il 22 Novembre 2011 alle 21:42 Cambogiani in tribunale per assistere alla condanna dei leader Khmer | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] dopo il genocidio che ha decimato quasi un quarto della popolazione cambogiana, i tre alti dirigenti del regime di [...]
Il 22 Novembre 2011 alle 21:45 - Vivi Capena ha scritto:
[...] dopo il genocidio che ha decimato quasi un quarto della popolazione cambogiana, i tre alti dirigenti del regime di [...]
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