- Tags: Cina, dalai-lama, lhasa, Pechino, radio-free-asia, Tibet
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In occasione dell’anniversario della rivolta del 1959 che si concluse con la fuga all’estero del Dalai Lama, a Lhasa, la capitale del Tibet, centinaia di manifestanti hanno organizzato lunedì e martedì una protesta anticinese che sta assumendo oggi, dopo la repressione dei giorni scorsi e l’assedio odierno dei tre principali monasteri del Paese, i contorni di una vera sfida alle autorità occupanti di Pechino. La capitale Lhasa, secondo Radio Free Asia (Rfa), un’emittente di opposizione finanziata dagli americani, è stata trasformata in un campo di battaglia, con alcuni morti tra i manifestanti, sparatorie e scontri di piazza. È la più violenta manifestazione anticinese mai registrata negli ultimi 20 anni in questa regione nel nord-ovest da anni in lotta contro l’occupazione cinese.
Il video servizio della Cnn
Gli appelli a rigettare qualsiasi forma di protesta violenta avanzati dal Dalai Lama sono finora caduti nel vuoto. E la protesta sta dilagando anche in India e in Nepal, grazie soprattutto al tam tam della comunità di monaci in esilio. Nel distretto di Kangra, nel nord dell’India al confine con la Cina, oltre cento monaci che partecipavano alla ‘Marcia fino in Tibet’ sono stati sottoposti al fermo per dieci ore e poi condannati a 14 giorni di carcere per essersi rifiutati di firmare un documento che li impegnava a non partecipare più a una manifestazione di protesta anti cinese per i prossimi sei mesi. In Nepal, altri mille tibetani si sono invece scontrati di fronte all’Ambasciata cinese con la polizia di Kathmandu.
A dispetto delle dichiarazioni tranquillizzanti di Pucong, il governatore filocinese del Tibet, negli ultimi due giorni la situazione a Lhasa è dunque precipitata. I negozi del mercato del centro della capitale sono stati dati alle fiamme, i manifestanti da centinaia sono diventati migliaia e alcuni residenti hanno riferito di aver sentito colpi di arma da fuoco. Sembra che in alcune altre città del Tibet sia stato dichiarato lo stato di emergenza. Le strade della capitale sono costantemente pattugliate dalla polizia e i tre principali monasteri della capitale, Drepung, Sera e Ganden, sono circondati dalla polizia militare (leggi il racconto di uno dei più noti blogger cinesi).
Dal 1951, quando l’esercito maoista invase il Tibet trasformandolo nell’ennesima regione cinese, i tibetani, guidati dal Dalai Lama in esilio nella cittadina indiana di Dharamsala, non hanno mai smesso di rivendicare la propria autonomia. Tuttavia, scontri di questa portata sono senza precedenti nel recente passato, ed è la prima volta che i tibetani residenti in India e in Nepal sostengono attivamente i loro compatrioti. La reazione delle autorità cinesi, invece, è imprevedibile: una repressione violenta di stile birmano potrebbe vanificare gli enormi sforzi compiuti per migliorare l’immagine del Paese in vista delle Olimpiadi, ma allo stesso tempo Pechino difficilmente potrà piegarsi a concessioni in favore dei rivoltosi.
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- Venerdì 14 Marzo 2008

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Il 15 Marzo 2008 alle 13:58 Tibet, si contano i morti. Stato d’assedio a Lhasa » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Tibet in fiamme: la rabbia dei monaci contro l’occupazione cinese [...]
Il 26 Marzo 2008 alle 22:02 Tibet, Bush “preoccupato” esorta Pechino al dialogo » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] La Casa Bianca chiama Pechino. Dopo giorni di “silenzio” il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha telefonato a Hu Jintao, capo di Stato cinese, esprimendo “preoccupazione” per la situazione in Tibet e esortandolo a “avviare un dialogo concreto con i rappresentanti del Dalai Lama”. L’iniziativa di Bush viene dopo una settimana di critiche nei confronti della linea di Washington, accusata di avere con la Cina una posizione troppo tiepida dopo gli scontri a Lhasa. L’intervento della polizia cinese contro i manifestanti tibetani, infatti, era stato esplicitamente condannato dalla comunità internazionale e i candidati delle primarie Barack Obama, John McCain e Hillary Clinton avevano apertamente parlato di repressione. Ma l’amministrazione Bush si era sempre limitata a interventi di circostanza. [...]
Il 12 Gennaio 2009 alle 12:06 Tibet, da provincia ribelle a paradiso turistico » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Pechino evita di ricordare che il 14 marzo una protesta pacifica dei monaci tibetani è stata sedata nel sangue dall’esercito cinese e che la regione autonoma tibetana è rimasta chiusa ai turisti nazionali e stranieri fino a primavera inoltrata. Al contrario, per bocca dell’agenzia di stampa di Stato Xinhua, diffonde la convinzione che il flusso ridotto di visitatori diretti verso l’Himalaya sia una conseguenza del terribile terremoto che ha devastato il Sichuan a maggio. [...]
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