- Tags: Cina, dalai-lama, lhasa, Pechino, radio-free-asia, Tibet
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![[i]10 marzo 2008[/i] - Lunedì 10 marzo i tibetani commemorano il 49° anniversario dell'insurrezione popolare di Lhasa contro l'occupazione dell'esercito cinese. In molti paesi viene ricordato questo anniversario, anche a Roma si terrà questa sera una fiaccolata in solidarietà del popolo tibetano.<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/marzo08/tibet/normal_tibet06.jpg)
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Dieci morti secondo le autorità cinesi, 80 secondo testimoni citati da Radio Free Asia, almeno cento secondo il governo tibetano in esilio. Il bilancio delle vittime dei disordini che ieri hanno sconvolto Lhasa, la capitale del Tibet, cresce di ora in ora mentre la situazione sul terreno rimane confusa. Pechino nega che sia stata dichiarata la legge marziale ma i residenti di Lhasa descrivono una situazione tutt’altro che normale.
Nuove manifestazioni di protesta di monaci tibetani si sono svolte intanto oggi nella provincia del Gansu, nel nordovest della Cina, secondo quanto riferito da gruppi internazionali filotibetani. Agli stranieri viene impedito di uscire dagli alberghi, i cinesi non escono di casa per paura di essere attaccati dai tibetani e i tibetani perché temono di essere arrestati dalle forze di sicurezza, che hanno completamente isolato alcune zone della città. Testimoni hanno affermato che nel centro si sentono ancora dei colpi di arma da fuoco e che ieri la sparatoria è durata per tutto il pomeriggio. Un testimone ha visto “dieci, forse quindici carri armati” per le strade e “alcuni giovani” tibetani fermati dai militari.
Le autorità cinesi hanno lanciato un ultimatum a quelli che definiscono i ”ribelli”, affermando che coloro che si arrendono entro la sera di lunedì prossimo saranno trattati “con clemenza”. Pechino finora non ha chiarito di quale etnia siano le dieci vittime annunciate, ma dalla formulazione delle loro dichiarazioni si evince che si tratta di cinesi han, immigrati in Tibet che sarebbero stati attaccati da giovani tibetani. Il viceprocuratore generale cinese Sun Qian intanto ha detto oggi che i disordini di Lhasa sono stati provocati da “un pugno di monaci” sulla base di uno “schema premeditato dalla cricca del Dalai Lama”. Lo stesso magistrato ha aggiunto che la giustizia si occuperà “in modo appropriato” e “in accordo con la legge” dei responsabili delle violenze registratesi a Lhasa ieri.
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Leggi anche: Tibet in fiamme, la rivolta dei monaci
- Sabato 15 Marzo 2008

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Commenti
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Il 15 Marzo 2008 alle 21:11 carlo.tosi ha scritto:
Questo è il vero volto della Cina. Non l’immagine che vuole spacciare al mondo come una nazione dove la gente sta bene e dove i diritti umani vengono rispettati. Questo è il vero regime cinese, intollerante e repressivo. Incurante dell’opinione del mondo decidendo una repressione così violenta e dura verso un popolo tradizionalmente pacifico e pacifista. Il mondo avrebbe la possibilità di punire duramente questa Cina, boicottando in massa le prossime olimpiadi. Ma è pura utopia, ci sono in ballo troppi interessi economici e commerciali, e bisogna tenersi buono questo gigante giallo. In casa sua ed anche in casa nostra, permettendo loro di fare quello che vogliono. Invadendo i mercati di merci contraffatte, a scapito di lavoro in condizioni disumane.
Il 20 Febbraio 2009 alle 13:23 S’infiamma il Tibet. La Cina chiude le frontiere » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Il Tibet è blindato. La Repubblica popolare ha chiuso di nuovo le frontiere, in entrata e in uscita. Già la scorsa primavera per mesi agli stranieri è stata negata la possibilità di visitare il Tibet perché, dopo la manifestazione di marzo, repressa con violenza dall’esercito, i tempi non sembravano maturi per far avvicinare i turisti a Lhasa. [...]
Il 10 Marzo 2009 alle 16:04 Dall’India a Roma, per i tibetani in esilio è il giorno della rabbia » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] “Stiamo andando a Roma”. La voce del professor Chodup Tsering arriva disturbata dal canto di un bambino, “faremo una marcia pacifica da palazzo Chigi al Colosseo, speriamo partecipino anche alcuni parlamentari”. L’autobus da cui parla è pieno: non sono tanti, i tibetani in Italia, ma sanno organizzarsi. Come nel dicembre 2007, quando Chodup, ex monaco e professore di filosofia buddhista, il primo tibetano a stabilirsi in Italia dal ‘75, ebbe l’onore di introdurre Sua Santità il Dalai Lama nel palazzetto dello sport di Cologno Monzese, periferia di Milano, dove risiede la comunità tibetana più grande della penisola (circa 150 persone). Da allora è passato più di un anno, a marzo del 2008 ci sono state le violente proteste anticinesi a Lhasa, represse nel sangue. Poi il silenzio, imposto da Pechino con il divieto d’accesso ai giornalisti occidentali, in seguito gli incontri tra emissari del Dalai Lama e dirigenti del partito comunista, prima delle Olimpiadi. Secondo Chodup, un bluff di Pechino: “C’era la speranza di ottenere un po’ di autonomia, non chiedevamo l’indipendenza” spiega, “ma era solo una mossa di propaganda: hanno respinto tutte le richieste e non hanno ceduto nulla, incolpando il governo tibetano in esilio di terrorismo”. [...]
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