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Kenya, parla il premier: sono l’Obama africano

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  • Tags: Kenya, nairobi, Raila-Odinga
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Rail Odinga, nuovo premier del Kenya

Di Stella Pende da Nairobi

L’uomo del nuovo Kenya, elegantissimo, sventola la cravatta arancione come il fuoco che per tre mesi ha incendiato il suo paese. «Ma questo è anche il colore del sole, simbolo del mio partito» dice, narciso quanto basta, Raila Odinga, leader del nuovo Orange democratic movement (il movimento democratico arancione). E sorride accarezzando il pizzo da moderno leader africano.
Al Penthouse building di Nairobi il suo ufficio è travolto da visite, attese, telefonate, segretarie, assistenti, donne, uomini della sicurezza. È Raila l’uomo sull’onda. Certo, l’accordo sul governo di coalizione con il presidente Mwai Kibaki è un gol per tutto il Kenya, affondato nella crisi nera dopo le elezioni. Ma fra i due attori, tra i due futuri regnanti, è il più giovane Odinga che può diventare la stella di questo nuovo e sospirato corso kenyota. «Vi giuro che il Kenya sarà un modello per tutta l’Africa. Un’Africa che perderà le sue stigmate di colonia infinita. Un’Africa moderna, economicamente competitiva, pacifica e anche politicamente intelligente. Quell’Africa a colori di cui tutto il mondo, dall’America all’Europa, parla ormai da troppi anni. Ma che nessuno ha mai visto. O forse che nessuno ha mai voluto davvero vedere».
Lei ha detto che Kibaki le ha scippato le elezioni, che era inadeguato per questo governo. Non gli ha risparmiato nulla: «Se non lo tengono sveglio con certe pillole russa in piena assemblea». Kibaki ha risposto che è stato proprio lei a volere le stragi. Può negarlo oggi, signor Odinga?
Non posso negarlo. Sono volate parole grosse.
Improvvisamente fate una pace che prevede la divisione dei poteri a metà tra lei, premier, e Kibaki che resta presidente. La vostra coabitazione non sarà proprio una passeggiata.
Ammetto che le premesse non sono state felici. Ma qualcuno dimentica che io e Kibaki abbiamo lavorato a fianco a fianco nello stesso partito per anni. Che siamo stati noi, dopo il governo totalitario e buio di Daniel Arap Moi, a portare il Kenya verso l’alba di una nuova era. L’Africa non conosce mezze misure. È intensa e violenta nelle passioni e negli odi, nelle guerre e nelle malattie. E i suoi uomini sono trascinati dall’umore della terra. Con Kibaki ci siamo allontanati, poi divisi, poi scontrati. Fino a oggi. Ma quest’accordo è il primo passo.

Poliziotti in uno slum di Nairobi
Avete una corsa difficile da vincere.
Qualche giorno fa è stato come essere ai blocchi di partenza di quella corsa. Kibaki e io ci siamo ritrovati insieme per la prima volta in parlamento. E abbiamo capito che volevamo correre insieme. Oggi lavoriamo per aggiungere un emendamento alla costituzione sui poteri del primo ministro. E, mi creda, in questo Kenya dove il presidente è sempre stato l’unico dio è come avere già vinto i 100 metri.
Scusi se insisto, poi ci sarà la maratona.
Ma lei sa che i kenyoti sono meravigliosi corridori. Il governo di unità nazionale dovrà affrontare temi da sempre bollenti, ma mai risolti: la corruzione, la distribuzione delle risorse sul territorio, il diritto di proprietà sulla terra. Ma la scommessa del nostro Kenya è l’educazione; nuove scuole, nuove università, corsi all’estero per crescere una leadership che possa guidare il paese.
Adesso vi chiedono tutti programmi che non avete ancora. Ma almeno Odinga ha un suo particolare modello di coalizione di governo?
Odinga ha studiato e si è laureato in Germania: dal Kenya al Polo Nord! Ma sono stati quel rigore e quella serietà nelle istituzioni il mio imprinting. Per questo oggi il mio modello è la grande coalizione di Angela Merkel con la Spd. Quel governo ci sta insegnando che la tradizione può nutrire le riforme che fanno grande un paese.
Dunque lei vede Odinga nel ruolo di Angela Merkel?
È solo un onore essere paragonato a una grande donna come lei. L’ho conosciuta. Ha intuito, capacità e grazia.
Si dice che il successo di questo accordo arrivi soprattutto da Kofi Annan. È vero?
Il successo di un accordo non arriva senza l’impegno delle parti. Annan ha dimostrato forza, intelligenza ed equilibrio di grandissimo mediatore. Come politico, come africano e come uomo. Arrivava da un intervento cardiaco, è stato chiuso all’hotel Serena quasi un mese e, dopo tanti sforzi, il 3 marzo si è ritrovato davanti al fallimento delle trattative per causa di Mwai Kibaki.
È vero che l’ha chiamata e le ha detto: «Adesso basta: ora vi arrangiate. Io prendo il primo aereo».
Se vogliamo rispettare il gergo mediatico diciamo che a quel punto Kofi ha capito che bisognava eliminare tutti coloro che tifavano contro l’accordo. «Parlerò solo con Kibaki e con Odinga» ha detto. E l’accordo si è fatto in poche ore.
Qualcuno che conosce bene la situazione ha detto che Kibaki e Odinga sono circondati da serpenti che lottano solo per il loro potere di portaborse.
Ognuno ha i serpenti che alleva.
Il «Financial Times» scrive: « Kofi Annan ha detto che la violenza del dopo elezioni non era politica ma etnica». Oggi il vostro accordo è politico. Dunque la violenza etnica non si fermerà…
I giornali inglesi e americani devono smetterla di giocare con la sorte del Kenya. Quando gli scontri si concentravano a Nairobi e a Kisumu, tv e giornali parlavano di Malindi e Mombasa col risultato che quei paradisi, mai sfiorati dalla violenza, sono rimasti deserti. Migliaia di lavoratori cacciati da hotel e villaggi chiusi. E il turismo è il nostro pane. Lasciate capire a noi cosa succede nella nostra terra. Una nostra commissione sta indagando sulle violenze avvenute negli slum di Nairobi e nella Rift Valley.
Però in questi giorni ci sono stati altri sette morti.
Bisogna distinguere la violenza di certe gang criminali che strumentalizzano l’odio e il caos per favorire i loro stessi interessi. Se una chiesa è stata incendiata da fanatici religiosi o tribali, è più facile il giorno dopo rapinare un appartamento addossando la responsabilità alla stessa guerra di tribù.
Signor Odinga, i kikuyu hanno subito violenze atroci, soprattutto nella zona di Kisumu, sua terra di origine e vetrina della sua campagna elettorale.
È vero. Ma ricordi che i kikuyu negli ultimi anni hanno spadroneggiato sui luo ricorrendo a violenze inenarrabili. Il nostro vero obiettivo dovrebbe essere un Kenya dove gli uomini portino un solo nome: kenyoti. Comunque sono certo: l’accordo con Kibaki sarà un freno alla rabbia e una speranza per gli africani che vogliono pace e cambiamento. E sono molti, mi creda.
«L’uomo del cambiamento» urlava il suo manifesto elettorale. Dove ha trovato i soldi per una campagna elettorale così faraonica?
Kibaki ha usato elicotteri, uomini e soldi del governo. Io ho amici ricchi che credono in me. E i ricchi hanno spesso elicotteri e aerei. Abbiamo lavorato con Dick Morris, l’uomo delle campagne elettorali di Bill Clinton, con un gruppo sudafricano e con i più celebri pubblicitari tedeschi.
C’è chi dice che tra i suoi sponsor si sia un gruppo chiamato Obama’s Brothers.
Diciamo che Barack Obama è uno degli amici che crede in noi. Ci crede con quel cuore, un po’ kenyota e un po’ americano. Ci crede e non ci dimenticherà. E noi non dimenticheremo mai lui.
Raila si sente l’Obama del Kenya?
L’America non è l’Africa. Ma anche Obama viene dalla Rift Valley dove suo padre e il mio sono sepolti nella terra rossa. E poi lo ha appena detto lei: Obama come Odinga hanno usato una parola chiave, cambiamento.
Che dice del fallimento di Tony Blair nella sua campagna d’Africa?
Non è stato un fallimento. Blair ha fatto per le Afriche (perché l’Africa non è una sola) molte cose di cui poco si è parlato. Blair ha liberato la Nigeria da 20 miliardi di debito. E non solo la Nigeria. Le pare poco?
Conosce i leader italiani?
Non ho mai incontrato Romano Prodi, ma ho ricevuto una sua generosa telefonata dopo le elezioni. In compenso ho visto Silvio Berlusconi. E lui non è facile da dimenticare.

Supporter del candidato presidenziale Mwai Kibaki a Nairobi

  • redazione
  • Lunedì 17 Marzo 2008
Venti di secessione in Cina: Taiwan si prepara al voto »
« Tibet: doppio dilemma per il Pcc e per il Dalai Lama

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