Brillano le lucine rosse nelle banche e negli uffici di cambio e fanno spuntare un sorriso nei tanti turisti europei di passaggio a Istanbul: l’euro ha doppiato la lira, stabilendo un record assoluto. Turisti e qualche società esportatrice a parte, nessun altro però se la sente di sorridere davanti a quello che è il primo grave segnale della profonda crisi istituzionale in cui è scivolata nel fine settimana la Turchia.
Venerdì scorso la giornata doveva essere quella dello scontro tra governi e sindacati sulla riforma previdenziale, si è trasformata (non a caso dopo la chiusura della borsa) nel giorno in cui il presidente della corte di Cassazione ha accusato di attività illegale il partito di governo dell’Akp e di comportamento fuorilegge settantuno suoi componenti, tra cui l’attuale primo ministro Recep Tayyip Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul, chiedendo la loro interdizione dai pubblici uffici. Motivazione: il partito Giustizia e sviluppo violerebbe i canoni della laicità e avrebbe l’obiettivo di introdurre lentamente la sharia, la legge islamica, nel Paese della Mezzaluna.
Immediata è arrivata la condanna dell’Unione Europea, ma anche di forze laiche interne al Paese come la Tusiad, la Confindustria turca, che pur si era duramente espressa, nelle scorse settimane, contro il reintegro del velo nelle Università operato dall’attuale maggioranza con il sostegno dei nazionalisti dell’Mhp. Le 162 pagine scritte dal giudice Abdurrahman Yalcinkaya sono ora all’attenzione della Corte Costituzionale (composta in stragrande maggioranza da ultralaici nominati dal precedente capo di stato, Ahmet Necdet Sezer) che potrebbe accettare il ricorso. Se deciderà di recepire il dossier, la Corte chiederà all’Akp di preparare in un mese, con possibile proroga, la propria difesa. Potrebbero passare comunque mesi prima di un’eventuale udienza, periodo nel quale la crisi politico-istituzionale avrebbe sicuramente immediate ripercussioni sull’economia turca e sulla vita della popolazione.
Nel frattempo, la reazione di Erdogan alle accuse mossegli dalla magistratura non si è fatta attendere: durante il suo viaggio nel sud-est del paese ha parlato di attentato alla democrazia, ricordando come il suo partito, alle elezioni politiche dello scorso luglio, abbia ottenuto oltre il 46% dei consensi. Ora l’Akp sta studiando un pacchetto di emendamenti alla Costituzione per evitare che partiti possano essere dichiarati illegali e quindi chiusi, come già più volte successo in passato (ma mai quando erano al governo).
Nel suo rapporto, Yalcinkaya denuncia de facto un piano per l’islamizzazione della Turchia. “Non è possibile attendere sino a quando il partito sarà riuscito a stabilire il modello di stato che preconizza”, scrive il procuratore, per giustificare la decisione di procedere con un formale ricorso. “In Turchia è evidente che i movimenti dell’Islam politico e il partito in questione aspirano a stabilire un sistema fondato sulla sharia piuttosto che sullo stato di diritto”. Nel dossier all’attenzione della Corte Costituzionale - che ha potere di dichiarare illegale un partito - Yalcinkaya cita la liberalizzazione dell’uso del velo nelle università , come esempio di takkiyye, la tattica dissimulatoria del mascherare le proprie convinzioni sino al raggiungimento del fine auspicato.
- Lunedì 17 Marzo 2008
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