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- Un commento
di Pino Buongiorno - da Mosca
Non vede l’ora di correre al mausoleo: al “suo mausoleo”, dove è conservato il corpo imbalsamato dello zio Vladimir Ilich Ulianov, meglio noto come Lenin. L’unica erede vivente, la nipote Olga Ulianova, 84 anni, docente di chimica e fisica, attraversa la piazza Rossa di buon passo, incurante della neve e del vento siberiani. Come tante altre volte, si ferma a meditare davanti alla tomba. “Non mi chieda cosa provo in questo momento” mette le mani avanti “non mi piace essere violentata nelle mie emozioni più profonde”.
Olga Ulianova è arzilla e sospettosa. Alla memoria di Lenin ha dedicato tutta la sua esistenza. Ha accettato, dopo mille pressioni, di farsi intervistare in esclusiva da Panorama “come una parente e non come una storica”. Il suo Lenin non è il trionfatore della Rivoluzione d’ottobre di 90 anni fa. Né è il capo del partito bolscevico, il primo leader dell’Urss e il teorico del “terrore di massa contro i nemici della rivoluzione”. “Zio Lenin” visto dalla nipote Olga è quello inedito degli affetti privati, dei passatempi e delle “verità scomode”: come quelle che riguardano l’ultimo zar, Nicola II.
Entro due anni, secondo un decreto firmato nel 2001 da Vladimir Putin, la salma di suo zio sarà tolta dalla piazza Rossa e tumulata in un nuovo cimitero nazionale russo, sulla falsariga di quello di Arlington negli Usa. È notizia di questi giorni che il posto è stato scelto, alla periferia di Mosca su un terreno di 14 ettari. Lei è d’accordo?
Mai e poi mai. Intanto perché la Russia non rimuoverà mai il corpo di Lenin da questo monumento. Se a qualche dirigente politico russo il mausoleo non piace, basta che non vada a visitarlo. Anzi, che vada a quel paese. Lenin, che era il nostro presidente, è stato sepolto qui nel 1924, secondo la tradizione cristiana. La bara è stata posta sotto terra alla profondità di 3 metri vicino alle mura del Cremlino. Anche sua moglie Nadejda Krupshkaya riposa per l’eternità qui vicino.
Eppure, molti ritengono che la piazza Rossa non dovrebbe essere un cimitero.
Dicono il falso. Secondo gli archeologi, già nel 15° secolo esisteva un cimitero nella piazza. Anche il patriarca ortodosso Alexei II è contrario a spostare il sarcofago, perché non bisogna dividere ancor di più il nostro popolo. Bisogna una volta per tutte smetterla di parlare di queste cose. In Russia ci sono ben altri problemi sociali e politici da risolvere, piuttosto che occuparsi delle spoglie di Lenin.
Ma, a 90 anni dalla Rivoluzione d’ottobre, i russi sembrano dimenticare suo zio.
Chi lo dice?
Il centro di ricerche demoscopiche Levada ha rilevato che la popolarità di Lenin è scesa dal 67 per cento del 1990 al 27 per cento dei giorni nostri.
Non conosco tali sondaggi, né m’interessano. So solo che, quando Lenin morì, tutta l’Unione Sovietica pianse. E ora constato quanta gente ha nostalgia dell’Urss.
Anche lei?
Certo. Vorrei tornare al glorioso passato dell’Urss quand’eravamo tutti uguali.
Non si è accorta del fallimento del marxismo-leninismo?
Lo affermano i fascisti e gli anticomunisti. Ma loro non hanno letto le opere integrali di mio zio. Tutt’al più quelle filtrate da altri, che pure si definivano suoi discepoli. Sono tutte stupidaggini.
Le pesa l’eredità di un uomo come Lenin?
E perché mai? Sono la donna più felice del mondo ad avere uno zio come lui.
Non ha mai sofferto a portare quel cognome, Ulianov?
Mai, glielo giuro.
Mi racconta il Lenin visto da vicino?
Tutto quello che so di lui mi è stato riferito da mio padre Dmitri, dalle sorelle Anna e Olga e da mia zia. Io avevo un anno e mezzo quando è morto. Mi hanno rivelato che negli ultimi mesi di vita amava prendermi in braccio e coccolarmi.
In privato com’era suo zio?
In casa sempre gentile. Fuori non faceva differenze fra ricchi e poveri, perciò tutti l’adoravano. Ed era molto intelligente.
E a scuola?
Un genio. Questo non lo dico io, ma le pagelle. Conosceva tante lingue: il francese, l’inglese, il tedesco e forse anche l’italiano. Di certo aveva studiato il greco e il latino. Smaniava dalla voglia di chiudersi nella sua stanza e lavorare. Scriveva, leggeva, incontrava gente dalla mattina alla sera. Era sempre impegnato. Anche per questo è morto così giovane, a 54 anni.
Cosa le ha svelato suo padre Dmitri?
Che aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Raccontava spesso barzellette e rideva a crepapelle. Ma il suo humour a volte non veniva capito, tanto era raffinato.
Il personaggio più determinante della sua vita mi sembra la moglie Nadejda. È così?
Non solo era la persona più importante. Era la compagna di una vita. Si sono incontrati da giovani, nel 1894, e si sono sposati quattro anni dopo amandosi tantissimo. Lui la chiamava Nadia. Lei Volodia. Si scrivevano di continuo dal carcere o dall’esilio. Zio Volodia le regalava un sacco di fiori. La zia stravedeva per me. Anche lei lavorava tantissimo. Aveva una segretaria cattivissima che mi cacciava quando mi avvicinavo: “Olga, non disturbarla. Vedi che sta scrivendo?”. La zia la interrompeva e mi accarezzava. Parlava piano, con una voce di petto. Era sempre curata, anche se aveva abiti modesti. E aveva uno sguardo intenso e affascinante.
Le ha mai detto perché non ebbero figli?
Avrebbero tanto voluto. Ma, con la vita che avevano fatto, non era stato possibile: il carcere, la fuga all’estero, la rivoluzione. Eppure, zio Volodia amava i bambini. Andava al parco e quando ne vedeva uno, si fermava e ci parlava.
Ho in mente una frase famosa di Lenin: “Ho sposato Nadia perché era la sola donna che conoscevo capace di comprendere Karl Marx e di giocare a scacchi”.
È tutto lui in questa definizione. C’era la passione politica e quella personale.
Cosa rappresentavano gli scacchi per lui?
Erano un momento di relax, ma anche una ginnastica per il cervello perché, diceva, per giocare a scacchi bisogna pensare tanto e in fretta. Non perdeva mai occasione per mettersi alla prova. Mio padre era spesso il suo avversario. Credo che fosse anche più bravo dello zio.
Nessun altro hobby?
Quand’era davvero stanco preferiva passeggiare nel bosco, ma amava molto anche andare a caccia con mio padre. Erano legatissimi e si sentivano tutti i giorni.
Chi era davvero Lenin: un filosofo, un politico o un rivoluzionario di professione?
Aveva studiato filosofia e storia, ma era soprattutto un rivoluzionario convinto.
I crimini del comunismo sono da attribuire a Lenin o a Stalin?
Certo non a mio zio. Dopo la sua morte, la moglie chiese di non trasformare Lenin in un’icona. Non le diedero retta. Mitizzarlo è stato un grave errore. Ma ancor più lo è stata la distorsione ideologica messa in atto contro di lui, la falsificazione delle sue teorie. L’avvio fu dato da Stalin.
È vero che suo padre sospettava che la cognata fosse stata uccisa da Stalin?
So solo che papà mi ripeteva: “Non bisogna parlare della morte di zia Nadia”. Era così la situazione nel 1939 a Mosca. Per lui quella vicenda era assai pesante.
Mi svela un altro mistero sul quale hanno dibattuto gli storici? È vero che Lenin era contrario all’assassinio dello zar Nicola II, preferendo piuttosto processarlo?
Nessuno avrebbe voluto ucciderlo, tantomeno mio zio. La rivoluzione bolscevica non significava ammazzare lo zar. Lenin voleva solo cambiare il sistema da capitalista a socialista.
Già Boris Eltsin, nel ‘91, fu il primo a voler cancellare quel passato così famigerato.
Eltsin beveva troppo. A me non piacciono i capi di stato ubriaconi.
E Vladimir Putin?
Lui mi piace.
Perché vorrebbe far rivivere il passato che tanto le manca?
Non so se voglia tornare all’Urss. Mi piace e basta. Non beve come Eltsin. Non ha distrutto l’Unione Sovietica come Mikhail Gorbaciov. Anche se in Russia oggi ci sono troppi poveri e molti ricchi.
(ha collaborato Francesca Mereu)
- Sabato 22 Marzo 2008


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Il 22 Marzo 2008 alle 19:11 Tutto su mio zio, Lenin - PiccoloSocrate.com ha scritto:
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