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Di Matteo Spina
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Il tetto del mondo brucia? No, assicurano i giornali in lingua cinese la mattina di lunedì 17 marzo. “Tibet, tranquillità ristabilita” si legge, per esempio, a pagina 3 sul quotidiano Global Times di Shanghai. La parola d’ordine, rilanciata da Pechino fino alla periferia, è una sola: “È stato un complotto architettato nei minimi dettagli dalla cricca del Dalai Lama”. E invece il tetto del mondo, se non brucia, certamente ribolle. Di rabbia, di risentimento, di mortificazione, dopo la sommossa scattata nel fine settimana precedente che ha provocato decine di morti, oltre 500 feriti e centinaia e centinaia di giovani arrestati e torturati nelle prigioni di Lhasa, la capitale della regione autonoma del Tibet.
La Cina prova a spegnere i fuochi con la repressione. I tibetani tentano di tenere accesi i tizzoni almeno per altri cinque mesi, fino alle Olimpiadi di Pechino. “Sono convinti che questa è la grande occasione per focalizzare l’attenzione mondiale sul loro paese” riassume da Londra Anne Holmes, che dirige la Campagna per il Tibet libero. La data del 10 marzo, anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, che portò all’esilio il Dalai Lama, che oggi ha 72 anni, è sempre stata celebrata con manifestazioni e marce di piccoli gruppi di monaci e monache. “Questa volta no” dichiara l’esperto di Tibet Robbie Barnett, che insegna alla Columbia University di New York. “Questa volta i religiosi non hanno esitato a mettere alla prova il sistema comunista dimostrando in massa”. È un’altra rivoluzione colorata, come quelle che hanno caratterizzato alcuni stati postsovietici. Il colore è l’arancione. Lo stesso delle tonache dei monaci birmani, che a partire dal 18 settembre 2007 hanno guidato le proteste contro la dittatura dei generali di Myanmar. Ora ci provano i monaci tibetani.
Uno di loro, di 37 anni, che ha diretto le marce di sabato 15 marzo nella provincia dello Xiae, 1.400 chilometri al di là delle montagne da Lhasa, ha riconosciuto: “Siamo stati ispirati dai nostri fratelli birmani”. Riuscirà il “potere arancione” ad avere successo nel XXI secolo come il movimento non violento del Mahatma Gandhi, che portò l’India all’indipendenza dal colonialismo britannico nel 1947? “Il Buddismo predica il non attaccamento alle cose terrene e neppure alla vita, tanto che svariate volte i monaci non hanno avuto scrupolo a esporre i loro corpi alle armi, soprattutto quando una vita ingiusta soffoca il “dharma”, l’insegnamento del Buddha” dichiara a Panorama Gianluca Magi, uno dei maggiori esperti italiani di filosofie orientali, docente all’Università di Urbino e scrittore di successo (I 36 stratagemmi). “Ebbene, nonostante questo non attaccamento, in alcune società, come il Tibet e la Birmania, il ruolo dei monaci si prefigge anche finalità politiche. Le dilaganti proteste tibetane contro la dittatura cinese sono un impegno politico che trova riscontro anche nella storia birmana. Durante il dominio inglese furono vietate le assemblee politiche. Per tutta risposta molti politici presero i voti, in modo da poter continuare a svolgere il loro ruolo pubblico. Ciò rafforzò in Birmania l’antico legame fra attività monastica e politica, che ha fatto da detonatore alle recenti manifestazioni”. I monaci buddisti del Tibet si trovano oggi nella stessa condizione. Un tempo, prima della rivoluzione culturale di Mao Zedong, erano tanti, oltre un milione. Ciascuna famiglia tibetana, dalla più ricca a quelle nomadi, si vantava di poter mandare il primogenito maschio nei conventi a studiare. A partire dal 1966, oltre a ordinare lo sterminio di 1 milione e 200mila tibetani su una popolazione complessiva di 6 milioni (un olocausto di cui si parla assai poco), Mao fece distruggere 6.254 monasteri.
Il successore Deng Xiaoping ordinò di riaprirne molti. Cercò anche di allacciare un dialogo con il Dalai Lama. Tutto inutile. L’attuale presidente cinese Hu Jintao, che nel 1989, altro periodo caldo delle rivolte anticinesi, era segretario del Partito comunista del Tibet, represse violentemente ogni tentativo di dissenso facendo così carriera all’interno della nomenklatura comunista. Oggi il proconsole di Pechino, Zhang Qing Li, è sulle stesse orme. È andato a colpire la fonte della rivolta, cioè la rete dei monasteri nei quali studiano, pregano e lavorano 30mila monaci, per lo più giovani, per lo più provenienti dalle campagne, per lo più frustrati dal dominio incontrastato dei cinesi di etnia han (la più numerosa), che sono stati fatti emigrare in massa nel Tibet per diventare maggioranza. “Il comitato centrale del partito comunista è il vero Buddha dei tibetani ” è arrivato a proclamare Zhang l’estate dell’anno scorso. Da allora non ha mai smesso di intromettersi nella vita dei monasteri, fino a ordinare che solo il partito comunista ha l’autorità di approvare le incarnazioni, il processo che porta a scegliere nell’adolescenza un Buddha vivente. Pechino ha selezionato un suo Panchen Lama, seconda autorità nel Buddismo tibetano, e ha costretto alla fuga il ragazzo prescelto dal Dalai Lama. Da quel momento i monaci sono diventati “nemici del popolo”. Il proconsole di Pechino Zhang li ha messi sotto controllo, ha ingaggiato centinaia di spie e soprattutto ha imposto corsi di “educazione patriottica” nelle scuole buddiste. Fuori dalle loro celle i monaci hanno visto peggiorare le condizioni di vita dei tibetani, fra i popoli più poveri al mondo, mentre i cinesi hanno cominciato a sfruttare le ricchezze naturali del paese (rame, ferro, uranio) grazie alla nuova linea ferroviaria, costata 4,1 miliardi di dollari, che dal 2006 collega Lhasa al resto della Cina. “La rivolta covava da tempo” spiega Magi. “La determinazione dei tibetani nasce dalla disperazione: a Lhasa vivono come cittadini di seconda classe”. È cominciata a svilupparsi anche una sottile forma di protesta contro lo stesso Dalai Lama, accusato di privilegiare la via dell’autonomia del Tibet rispetto a quella dell’indipendenza. Il capo spirituale è in una situazione a dir poco lacerante perché da un lato non sembra approvare la violenza delle ultime manifestazioni, ma dall’altro non vuole dare l’impressione di non capire la reazione ai terribili soprusi. Da qui la necessità di sfoderare l’ultima arma non violenta a sua disposizione: “Se la situazione va fuori controllo, l’unica opzione per me sono le dimissioni”.
- Domenica 23 Marzo 2008
![[i]18 marzo 2008[/i] - Un monaco tibetano viene portato via dalla polizia a Kathmandu, Nepal, durante le manifestazioni di protesta.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/marzo08/tibet/nuove/normal_tibet-new-01.jpg)

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Il 23 Marzo 2008 alle 19:51 Dal Medio Oriente al Tibet: Benedetto XVI chiede la pace » Panorama.it - Italia ha scritto:
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Il 24 Marzo 2008 alle 19:13 Tibet: contestata la cerimonia olimpica. E in Cina ucciso un poliziotto » Panorama.it - Mondo ha scritto:
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Il 9 Marzo 2009 alle 13:07 Rivolta e repressione: il Tibet è sigillato » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Si fa di nuovo esplosiva la situazione in Tibet. Temendo una nuova ondata di proteste in vista del 50/o anniversario della fallita rivolta del 1959 contro gli occupanti cinesi, le autorità di Pechino hanno sigillato le frontiere schierando truppe aggiuntive lungo le arterie principali, a Lhasa e nelle altre città più importanti. Le date ’sensibili’ sono quella del 10 marzo, 50/o anniversario della fallita rivolta finita con la fuga del Dalai Lama in India, quella del 14 marzo, che segna un anno dai moti di Lhasa, e quella del 28 marzo, quando è stata indetta dal governo di Pechino una festa per celebrare l’inglobamento del Tibet nella Repubblica Popolare Cinese. [...]
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