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Tibet: le voci dei blogger contro Pechino e contro il Dalai Lama

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  • Tags: Cina, dalai-lama, lhasa, Tibet
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[i]18 marzo 2008[/i] - Monaci tibetani in preghiera nel campo profughi Jwalakhel a Kathmandu, Nepal. I monaci stanno facendo da 24 ore lo sciopero della fame a sostegno dei diritti umani in Tibet.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

Cala il sipario mediatico sul Tibet . Il 20 marzo scorso Pechino ha espulso gli ultimi due corrispondenti stranieri presenti a Lhasa: George Blume, inviato del tedesco Die Zeit, e Kristen Kupfer, collaboratrice della rivista austriaca Profil. Tre giorni prima, il 17 marzo, era toccato a James Mill, l’inviato dell’Economist, cui si devono i più accurati reportage sui giorni della rivolta, sulla caccia ai negozianti cinesi e sulla repressione. Eppure, come era già accaduto in Birmania, l’onda dei blog, delle chat e dei caffé virtuali è difficile da fermare, anche in un’area ormai sigillata (fatto salvo per le visite dei corrispondenti guidate dal regime) come il Tibet. Anche in un territorio dove la stretta ha riguardato persino le nuove tecnologie, con il blocco totale all’accesso su Youtube.
Radio Free Asia trasmette su Internet e raccoglie le testimonianze di chi c’era durante i giorni della rivolta ma anche di centinaia di tibetani in esilio in contatto con i loro parenti oltreconfine. Tutti rigorosamente anonimi, come misura preventiva contro eventuali ritorsioni. “Racconta una cosa sola per telefono e sei morto”. Eppure i tibetani continuano a raccontare, a volte con nomi e cognomi delle persone arrestate, vittime di una repressione che non è quella virulenta e di massa del 1989, ma non sembra arrestarsi nemmeno di fronte alle note critiche della diplomazia internazionale o alla necessità di mantenere in ordine la vetrina olimpica. Come è accaduto durante le proteste (pacifiche) in un monastero dell’area di Sangchu, il 17 marzo scorso. Di alcuni degli arrestati - Targyal (43 anni), Choepel (42), Kalsang Tenzin (40), Jamyang (32), Sangye Gyatso (13), Tashi Gyatso (14), Kalsang Sonam (16), Kalsang Dondrub (17), Kalsang Tenzin (16), Choedrub (30), Damchoe (29) - i loro compagni non sanno più nulla. Sono stati portati via sui carri, manette ai polsi, testa bassa, mentre gli altoparlanti avvertivano: “Consegnatevi alle autorità prima che sia troppo tardi”. Questo ha raccontato a Radio Free Asia un tibetano in esilio a Dharamsala, capitale indiana del governo in esilio dove vivono oggi circa 300 mila tibetani, in contatto (telefonico) con parenti e amici al di là del confine.

Il Tibet brucia: il videoservizio sulla tv cinese


Un’altra finestra sulla lotta tibetana è quella del sito Tibet People’s uprising, uno dei più informati e politicizzati. Raccoglie testimonianze, ma anche una conferenza stampa quotidiana, filmati sulla repressione e video-aggiornamenti (visualizzabili anche attraverso il proprio cellulare) da Dharamsala. Dal recinto attorno al Tetto del mondo arrivano insomma, anche se attutite, le testimonianze dei bloggers. O anche dei curatori del Youth Congress, l’organizzazione giovanile degli esiliati che ha dato il via alla rivolta e che considera ormai superata la tattica nonviolenta del Dalai Lama. Come inadeguata, agli occhi di molti giovanissimi tibetani, è la richiesta di semplice autonomia politica (e non di indipendenza) che avanza inascoltato da decenni l’autorità spirituale del Tibet. “Si è inventato un dialogo che in realtà non è mai esistito e, ciononostante, ha avallato l’ingresso della Cina nel Wto e le Olimpiadi”, ha detto qualche giorno fa Piero Verni, giornalista, presidente dell’Associazione Italia-Tibet, sposato con una tibetana della diaspora. Il punto di vista di questo studioso che ha curato l’unica biografia autorizzata del Dalai Lama in Italia, apparentemente così eccentrico rispetto al mainstream della stampa occidentale, è in realtà in linea con quanto sostengono sotto voce decine di bloggers e gli attivisti radicali in esilio che hanno dato il via alla rivolta. E che ora, anche a leggere quanto scrivono su Internet, non sembrano più disposti ad avallare una tattica attendista ispirata alla famosa “via di mezzo” del Dalai Lama che - dicono - è riuscita sì a raccogliere le simpatie della stampa mondiale, ma in pratica non ha ottenuto quasi nulla, da cinquant’anni in qui, per il popolo tibetano. Per il quale c’è qualcosa di più strisciante della repressione militare: l’assimilazione culturale ed etnica resa possibile dalla massiccia immigrazione Han in Tibet proveniente dalle zone orientali della costa. Il Tibet, per Pechino, è con i suoi ampi spazi sottopopolati e colonizzabili, oltre che un cuscinetto strategico contro le minacce provenienti da Occidente, una valvola di sfogo demografico cui la Cina imperiale (un miliardo e 200 milioni di abitanti, il 90% dei quali di etnia Han) non vuole, né forse, può rinunciare. Lo sanno bene anche nelle cancellerie occidentali: gli Stati Uniti, così tiepidi finora nel denunciare il genocidio tibetano, fanno affidamento sulle riserve valutarie di Pechino (che detiene la quota maggiore del debito estero americano), per finanziare il proprio deficit, nonché (anche per l’Europa) sulla capacità della Cina di assorbire le esportazioni mondiali.
ALTRE FONTI: Campaign for Tibet, Tibet blogs


Repressione cinese in Tibet (fonte Cnn)


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Repressione in Tibet e diritti umani: l’Italia deve boicottare le Olimpiadi di Pechino?

LEGGI ANCHE: Le GALLERY - Tutti gli articoli sulla rivolta di Lhasa

  • redazione
  • Mercoledì 26 Marzo 2008
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