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Da terra di conquista a territorio minato. Per l’Occidente, l’incubo afghano non è ancora finito. Come se non bastassero le recenti offensive dei talebani, lo sfinimento delle truppe Nato impegnate in combattimenti durissimi nel sud e nell’est del Paese, ora le forze occidentali devono fare i conti con nuovi tipi di “siluri”: quelli lanciati da un gruppo di 84 Organizzazioni non governative presenti in Afghanistan, che rischiano di provocare non pochi danni all’immagine dell’alleanza internazionale.
Secondo un rapporto pubblicato da Acbar, un’agenzia di coordinamento di 84 ong (tra cui Oxfam e Care), le promesse di aiuti per la ricostruzione non sono state mantenute. Sui 25 miliardi di dollari riservati all’Afghanistan, scrive il rapporto, soltanto 15 sarebbero giunti a destinazione (con 424 milioni di dollari, l’Italia è l’unico paese ad aver rispettato i suoi impegni).
Nella sua edizione del 26 marzo, Le Monde, il principale quotidiano francese ha deciso di richiamare l’attenzione dei suoi lettori dedicando al rapporto di Acbar ben due articoli. Nell’editoriale, parla di “grave disfunzionamento che illustra l’impasse della ricostruzione” nel territorio afghano e dei rischi che corre la comunità internazionale in termine di credibilità nei confronti delle popolazioni locali. Le preoccupazioni si fondano sui dati impietosi forniti da Acbar. Quello più significativo illustra lo squilibrio tra le spese militari (pari a 127 miliardi di dollari dal 2001) e quelle civili: ogni giorno, gli americani spendono in media 100 milioni di dollari mentre il volume degli aiuti civili internazionali non supera i 7 milioni di dollari al giorno. Nonostante l’Afghanistan rappresenti assieme all’Iraq un’area strategica nella lotta contro il terrosismo, si scopre che nei suoi primi due anni di intervento civile la comunità internazionale ha speso 57 dollari pro capite contro 679 dollari in Bosnia-Herzegovina e addirittura 233 dollari a Timor. In altre parole, tra il 2001 e il 2002, ogni afghano avrebbe ricevuto la miseria di 15 centesimi di dollaro al giorno, poco meno di 10 centesimi di euro.
Questo nell’ipotesi migliore. Già perché sconcerta anche il modo con cui la comunità internazionale ha gestito i soldi messi a disposizione di un Paese dove il 90% della spesa pubblica dipende dagli aiuti esterni. Secondo il rapporto di Acbar, un terzo dei fondi sarebbe finito in circuiti oscuri mentre un’altra percentuale consistente (tra il 10 e il 50% a seconda dei casi) avrebbe fatto la gioia di consulenti super-pagati e società intermediare. Un esempio su tutti: la costruzione nel 2005 della strada che collega Kabul al suo aeroporto internazionale. Una via che oggi vale oro se si pensa che i lavori sono costati 2,4 milioni al chilometro. Per l’autore del rapporto, Matt Waldman, non ci sono dubbi: nonostante i progressi registrati nei settori della sicurezza, dell’educazione, della sanità e della sicurezza, gli aiuti della comunità internazionale hanno dato luogo a molti “sprechi”, rivelandosi nel complesso “inefficienti e mal coordinati”.
- Venerdì 28 Marzo 2008



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