Archivio di Marzo, 2008

Di Gian Antonio Orighi
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. Se il premier socialista José Luis Rodriguez Zapatero non verrà in Italia per sostenere Walter Veltroni, come speravano segretamente nel quartier generale del Partito democratico, sarà Veltroni a recarsi a Madrid per ricevere l’abbraccio simbolico di “Bambie”, fresco di rielezione come primo ministro. La data dell’incontro dovrebbe essere (il condizionale è d’obbligo) quella di sabato 5 aprile. L’incontro avverrà alla Moncloa, il Palazzo Chigi madrileno.

V anno della guerra in Iraq: guarda la GALLERY
Sta scivolando fra le mille notizie di scontri e attentati che da cinque anni segnano le cronache, sempre più stanche, dall’Iraq. Ma da tre giorni a Bassora (la terza città del Paese, porto e terminale petrolifero super-strategico) si sta combattendo una battaglia cruciale: il presidente iracheno Nouri al-Maliki martedì ha lanciato all’attacco migliaia di uomini per riprendere pieno controllo della regione (2,5 milioni di abitanti) che, dopo il ritiro delle truppe britanniche nel dicembre scorso, era via via finita sotto il controllo dei fondamentalisti sciiti finanziati e appoggiati dall’Iran. Un’operazione militare in grande stile, molto pubblicizzata come “una grande campagna condotta esclusivamente dall’esercito iracheno”. Bene, dopo tre giorni di aspri combattimenti (il numero delle vittime resta segreto) l’Esercito di al-Maliki non guadagna terreno e oggi il presidente è stato costretto a chiedere l’intervento degli aerei americani. Oltre che sul concetto di operazione esclusivamente irachena, al-Maliki ha dovuto fare marcia indietro anche sull’ultimatum lanciato alla vigilia dell’attacco: aveva dato tempo ai ribelli fino a domenica per deporre le armi, oggi ha spostato la data all’8 aprile, promettendo denaro a chi consegnerà le armi.
Ma più che la battaglia in sé, quello che preoccupa è soprattutto la possibilità di un’escaltion dello scontro tra gli sciiti iracheni. Il sito Debka, vicino all’intelligence israeliana, riporta sollevazioni in tutto il Sud: il centro di Nassirya sarebbe già nelle mani delle milizie fondamentaliste e sarebbero in corso scontri nelle città di Kut, Hilla, Kerbala, Amara, Diwaniya. Di certo la situazione è critica a Baghdad, dove ieri sera è stato dichiarato un coprifuoco di tre giorni. Il grande quartiere sciita di Sadr city è in subbuglio, si odono spari per le strade e l’ambasciata Usa (all’interno della ultraprotetta Zona Verde) ha ordinato a tutti i dipendenti di restare per quanto possibile all’interno dei bunker e di indossare sempre elmetto e giubbotto antiproiettile.
Lo scoppio di una guerra aperta tra sciiti moderati (che fanno riferimento al presidente) e sciiti fondamentalisti (l’Esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr e le brigate Quds) renderebbe ancora più caotica una guerra civile che finora veniva semplificata nello scontro fra gli sciiti della nuova leadership emersa dopo la guerra del 2003, e i sunniti dell’ex regime di Saddam Hussein.
La battaglia di Bassora viene considerata da molti analisti come “una scommessa in cui al-Maliki vince o perde tutto”: ieri sera George W. Bush non ha fatto mancare il suo appoggio, elogiando pubblicamente il presidente iracheno (”sta riportando il paese alla normalità”). Quasi contemporaneamente il leader fondamentalista Moqtada al-Sadr ha chiesto una soluzione politica della crisi: per oggi pomeriggio è convocata, sotto coprifuoco, una riunione straordinaria del parlamento iracheno.
Bassora: il servizio della Bbc

L’ultima trovata di Robert Mugabe è affamare gli oppositori. In un paese al collasso, l’accesso alla distribuzione di mais, grano e attrezzature agricole sussidiate dallo stato è riservato solo ai sostenitori dello Zanu-pf, il partito dell’ottuagenario dittatore dello Zimbabwe. Lo ha rivelato Human rights watch, uno dei numerosi organismi di tutela dei diritti umani che lanciano l’allarme sull’equità delle elezioni di sabato 29 marzo.
Per la prima volta si vota nello stesso giorno per il presidente, il parlamento e le amministrazioni locali. Una mossa che, nelle intenzioni del padre padrone dell’ex Rhodesia, dovrebbe assicurare una solida maggioranza allo Zanu-pf, trascinato alla vittoria proprio dal «carisma» del suo leader. Mugabe ha negoziato con l’opposizione l’aumento del numero dei deputati e dei loro poteri (spetterà al parlamento nominare il successore del presidente in caso di malattia, dimissioni o morte), ma si è rifiutato di varare una nuova costituzione prima del voto.
Dopo 28 anni al potere, però, per la prima volta Mugabe si trova di fronte un candidato che potrebbe batterlo, almeno sulla carta. Si tratta di Simba Makoni, 57 anni, ex ministro delle Finanze ed ex membro del partito di governo dal quale è stato cacciato come traditore.
La sfida al vecchio leone di Harare arriva dunque dal suo stesso apparato, perché Makoni ha ottenuto il supporto di alcuni esponenti di peso dello Zanu, convinti che la deriva autoritaria del presidente fosse eccessiva. Considerato un brillante moderato, in passato si è schierato contro l’esproprio delle fattorie agli agricoltori bianchi, voluto da Mugabe, decisione che ha dato il via al crollo dell’economia. E da ministro, nel 2000, ha anche raccomandato la svalutazione della moneta. Ed è stato costretto a dimettersi. Oggi l’inflazione galoppa al ritmo del 100.000 (non è un refuso) per cento, l’80 per cento degli abitanti è senza lavoro e circa 3 milioni sono scappati nel vicino Sud Africa in cerca di una vita meno grama.
Ad appoggiare Makoni c’è anche una frangia staccatasi dal principale partito d’opposizione, il Movement for democratic change (Mdc), guidato da Morgan Tsvangirai, antagonista storico di Mugabe e terzo contendente alla presidenza.
L’istituto di analisi International crisis group avverte che Mugabe «è verosimilmente pronto a fare qualsiasi cosa per battere Makoni». E nel caso la commissione elettorale, dominata dal presidente, dovesse dichiararlo vincitore nonostante estesi brogli, la situazione potrebbe deteriorarsi. E la violenza infettare l’intera regione, con masse di profughi in fuga da un paese condannato. (F.R.)

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Giornalista, autore dell’unica biografia autorizzata sul Dalai Lama pubblicata in Italia, esperto di culture indo-tibetane, l’ex presidente dell’Associazione Italia Tibet Piero Verni, di fronte alla repressione cinese, non ha dubbi: la massima autorità spirituale del Tibet ha perso la presa su una parte del suo popolo. Si è inventato un “dialogo che non esiste” e ha avallato, per legittimarsi agli occhi degli “occupanti”, prima l’ingresso di Pechino nel Wto e infine il no al boicottaggio delle Olimpiadi.
Non sono ingenerose le sue critiche?
Senta: intellettuali del calibro di Bernard Henry Levi, lo stesso Sarkozy, il presidente del parlamento europeo Hans Gert-Pottering hanno apertamente dichiarato di prendere in considerazione l’ipotesi del boicottaggio. E, di fronte a tutto questo, che cosa fa il Dalai Lama? Si trasforma nel più tetragono assertore delle Olimpiadi. Frena le rivolte. Un drammatico paradosso. Dal punto di vista giornalistico la notizia è proprio questa: Tenzin Gyatso, più che organizzarla, ha “subito” la rivolta tibetana.
Anche Sergio Romano, su Panorama, sostiene che il Dalai Lama è lontano dalle aspirazioni indipendentiste del suo popolo.
La verità è che la Marcia per il ritorno in Tibet partita il 10 marzo da Dharamsala (in India ndr) e considerata il detonatore della protesta si è subito posta su un terreno sideralmente distante da quello del governo in esilio. Non a caso lo stesso Dalai Lama non l’ha nemmeno citata nel suo annuale discorso del 10 marzo. In pratica, ha dato l’imbarazzante impressione di voler discolparsi agli occhi dei cinesi, anziché denunciare la repressione di questa Tienanmen sorda e muta che si sta consumando
Come è nata l’insurrezione di Lhasa?
Attraverso il tam tam, il passaparola, l’entusiasmo suscitato dalla Marcia organizzata dalle cinque organizzazioni della diaspora in India. E in modo del tutto spontaneo. Si capisce: il maglio repressivo cinese ha distrutto qualsiasi embrione di organizzazione tibetana in patria, come è accaduto qualche anno fa alle Tigri del Tibet.
Lo Youth Congress, la più radicata e radicale organizzazione non governativa dei tibetani della diaspora, prende in considerazione l’ipotesi della lotta armata?
Fino ad ora assolutamente no, come dimostra il programma tutto gandhiano della Marcia verso il Tibet. Certo, se non si apriranno spiragli di cambiamento significativo, temo che tutto potrà diventare possibile, anche le scelte più estreme. In linea di massima non è in discussione la scelta nonviolenta quanto la richiesta di Tenzin Gyatso di semplice autonomia politica. Perché ora, dopo vent’anni di inutile ricerca di un dialogo, i tibetani si sono stufati e pongono subito un problema di indipendenza nazionale.
Eppure la Cina accusa la “cricca del Dalai Lama”. Perché tagliare i ponti con l’unico interlocutore possibile?
Lo devono demonizzare, per giustificare il loro no a qualsiasi trattativa. La verità è che i governanti cinesi non vogliono dialogare con nessuno, né con i miti praticanti della Falun gong, né con le minoranze etniche come gli uiguri. Chiudono la porta a qualsiasi confronto perché considerano la dissoluzione dell’impero sovietico come il risultato della politica di dialogo con i dissidenti di Gorbaciov. Il loro obiettivo, del resto, è chiaro: fare della Cina una Singapore di un miliardo e trecentomila persone.
Ovvero?
Singapore è una realtà avanzatissima e dinamica dal punto di vista di vista economico ma con il massimo del controllo sociale. Pechino pensa, nonostante la sua retorica sulla “società armoniosa” e sul “socialismo di mercato”, che il massimo di libertà economica debba corrispondere al massimo dell’autoritarismo.
Che cosa rappresenta il Tibet per la Cina?
C’è lo sfruttamento intensivo di alcune risorse tra cui il legname. Ma non va nemmeno dimenticato che questa zona potrebbe diventare una straordinaria giostra turistica interna. Il turismo estero, del resto, è lì ormai un fenomeno minoritario. Il Tibet per i cinesi, insomma, è un po’ quello che era il Kashmir per i turisti indiani. E anche sul problema della colonizzazione etnica del Tibet voglio dire una cosa…
Dica….
I sei milioni di cinesi che obtorto collo vivono in Tibet non sono nulla, dal punto di vista demografico, per la Cina. In Tibet i coloni hanno un turn over, stanno lì in maggioranza per sette anni, poi tornano a vivere nella madre patria. Vanno lì per arricchirsi, possono vivere come cittadini di prima classe, con una serie di privilegi che i tibetani si sognano.
C’è qualche similitudine tra le rivolte in Birmania e quelle in Tibet?
Sono due situazioni non paragonabili. I generali birmani, di cui penso tutto il male possibile, hanno un livello di sofisticazione repressiva infinitamente inferiore a quello dei cinesi. Una Aung San Suu Kyi tibetana non sarebbe certo agli arresti domiciliari. Sarebbe morta o starebbe marcendo nel circuito penitenziario fuori Lhasa
Previsioni?
Nessuna. Non ricordo un cosiddetto china watcher che abbia previsto Tienanmen. Ho l’impressione che il livello di esasperazione tra i tibetani sia tale che uno stato d’agitazione sotterraneo continuerà, accanto alla repressione, fino alle Olimpiadi. Veda, non ho simpatia per le burocrazie occidentali ma, dato che bene o male devono tener conto dell’opinione pubblica, qualcosa si sta muovendo. E l’Eliseo, fino a ieri silente, di fronte alle manifestazioni di solidarietà in Francia, è arrivato a non escludere persino il boicottaggio delle Olimpiadi. Ripeto: non ho fiducia nei politici, ma nella capacità della stampa e delle opinioni pubbliche, quello sì.
Sposato con una tibetana, Piero Verni, su olistica.tv cura un blog dedicato alla situazione politica tibetana. Sulle società e sulle tradizioni dell’Himalaya, dell’India e del Tibet ha anche scritto diversi libri, tra i quali Vivere in India (Milano 1977); Guida all’India (Milano 1973, 5 edizioni); Dalai Lama. Biografia autorizzata (Milano 1990, nuova edizione aggiornata e ampliata Milano 1998); Tibet: le danze rituali dei lama (Firenze 1990), Mustang, ultimo Tibet (Milano 1994). È autore di numerosi documentari, tra i quali: Ladak: Feste di inverno nel piccolo Tibet; Mustang, ultimo Tibet; Tibet, cuore dell’Asia; Il mio Tibet.
![[i]18 marzo 2008[/i] - Monaci tibetani in preghiera nel campo profughi Jwalakhel a Kathmandu, Nepal. I monaci stanno facendo da 24 ore lo sciopero della fame a sostegno dei diritti umani in Tibet.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/marzo08/tibet/nuove/normal_kathmandu2.jpg)
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Repressione in Tibet e diritti umani: l’Italia deve boicottare le Olimpiadi di Pechino?

Chi parla ai microfoni di SwRadioAfrica si rivolge agli ascoltatori nello Zimbabwe. Ma la sede della radio è a Londra: può trasmettere così lontano grazie alle onde corte, una tecnologia “arcaica” ma tornata di stretta attualità che permette ai gruppi dissidenti di far sentire la loro voce nelle nazioni da cui sono fuggiti. Ma non è sempre facile: “Trasmettiamo su tre frequenze diverse” dice Gerry Jackson di SwRadioAfrica “così da superare i segnali di disturbo delle apparecchiature cinesi acquistate da Mugabe. I nostri ascoltatori sul campo possono ricevere le ultime notizie con gli sms. E poi siamo anche su internet: è lì che ci leggono gli altri espatriati. Arriviamo anche a 130mila contatti al giorno”. Quello delle radio a onde corte è un successo che diventa globale dopo la II guerra mondiale: gli apparecchi in grado di ricevere queste frequenze (sw, short waves) si diffondono nei paesi in via di sviluppo per ascoltare la voce delle due superpotenze, Washington e Mosca. Dopo il crollo del muro sembravano destinate a diventare rottami, ma alcuni gruppi di dissidenti le stanno ancora utilizzando.
Nella lista delle “voci clandestine” c’è anche Falun Dafa Radio, l’emittente del movimento spirituale Falun Gong non gradito dalle autorità di Pechino: i suoi programmi arrivano in Cina dagli Stati Uniti. Stessa sorte di Radio Free Asia, una delle poche fonti d’informazione durante la rivolta di Lhasa. Radio Farda, invece, trasmette dal Portogallo in Iran.

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Da terra di conquista a territorio minato. Per l’Occidente, l’incubo afghano non è ancora finito. Come se non bastassero le recenti offensive dei talebani, lo sfinimento delle truppe Nato impegnate in combattimenti durissimi nel sud e nell’est del Paese, ora le forze occidentali devono fare i conti con nuovi tipi di “siluri”: quelli lanciati da un gruppo di 84 Organizzazioni non governative presenti in Afghanistan, che rischiano di provocare non pochi danni all’immagine dell’alleanza internazionale.
Secondo un rapporto pubblicato da Acbar, un’agenzia di coordinamento di 84 ong (tra cui Oxfam e Care), le promesse di aiuti per la ricostruzione non sono state mantenute. Sui 25 miliardi di dollari riservati all’Afghanistan, scrive il rapporto, soltanto 15 sarebbero giunti a destinazione (con 424 milioni di dollari, l’Italia è l’unico paese ad aver rispettato i suoi impegni).
Nella sua edizione del 26 marzo, Le Monde, il principale quotidiano francese ha deciso di richiamare l’attenzione dei suoi lettori dedicando al rapporto di Acbar ben due articoli. Nell’editoriale, parla di “grave disfunzionamento che illustra l’impasse della ricostruzione” nel territorio afghano e dei rischi che corre la comunità internazionale in termine di credibilità nei confronti delle popolazioni locali. Le preoccupazioni si fondano sui dati impietosi forniti da Acbar. Quello più significativo illustra lo squilibrio tra le spese militari (pari a 127 miliardi di dollari dal 2001) e quelle civili: ogni giorno, gli americani spendono in media 100 milioni di dollari mentre il volume degli aiuti civili internazionali non supera i 7 milioni di dollari al giorno. Nonostante l’Afghanistan rappresenti assieme all’Iraq un’area strategica nella lotta contro il terrosismo, si scopre che nei suoi primi due anni di intervento civile la comunità internazionale ha speso 57 dollari pro capite contro 679 dollari in Bosnia-Herzegovina e addirittura 233 dollari a Timor. In altre parole, tra il 2001 e il 2002, ogni afghano avrebbe ricevuto la miseria di 15 centesimi di dollaro al giorno, poco meno di 10 centesimi di euro.
Questo nell’ipotesi migliore. Già perché sconcerta anche il modo con cui la comunità internazionale ha gestito i soldi messi a disposizione di un Paese dove il 90% della spesa pubblica dipende dagli aiuti esterni. Secondo il rapporto di Acbar, un terzo dei fondi sarebbe finito in circuiti oscuri mentre un’altra percentuale consistente (tra il 10 e il 50% a seconda dei casi) avrebbe fatto la gioia di consulenti super-pagati e società intermediare. Un esempio su tutti: la costruzione nel 2005 della strada che collega Kabul al suo aeroporto internazionale. Una via che oggi vale oro se si pensa che i lavori sono costati 2,4 milioni al chilometro. Per l’autore del rapporto, Matt Waldman, non ci sono dubbi: nonostante i progressi registrati nei settori della sicurezza, dell’educazione, della sanità e della sicurezza, gli aiuti della comunità internazionale hanno dato luogo a molti “sprechi”, rivelandosi nel complesso “inefficienti e mal coordinati”.

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Il primo canale televisivo marcato Nato vedrà la luce nelle prossime settimane con l’obiettivo di migliorare l’immagine dell’Alleanza Atlantica soprattutto in relazione alla missione in corso in Afghanistan. Si tratterà di un canale televisivo visibile in chiaro via Internet che verrà presentato ufficialmente in occasione del vertice dell’Alleanza in programma a Bucarest tra il 2 e il 4 aprile, nel quale proprio la missione dell’International Security Assistance Force (Isaf) in Afghanistan sarà al centro dei dibattiti e delle divergenze tra gli alleati.
Punto forte dell’emittente saranno i programmi d’informazione con cinque troupe composte da militari e “service” civili che garantiranno reportage e servizi quotidiani incentrati sull’area di Kabul mentre sono previsti contributi dai “combat camera team” dei 39 contingenti nazionali schierati in tutto l’Afghanistan. Il progetto, finanziato in larga misura dalla Danimarca, si ispira ai canali radio e televisivi istituiti dal comando americano in Iraq: Freedom Radio News e Feedom Journal.
L’unico neo della web-tv della Nato è costituito dalle scarse possibilità di raggiungere larghi strati dell’opinione pubblica afgana considerato che le connessioni internet sono presenti in misura limitata e diffuse solo nelle più grandi città.

Se la campagna elettorale statunitense vi sembra noiosa e termini quali caucus, supertuesday, delegati e Gop vi danno il mal di mare, il consiglio è uno solo: allacciatevi alla rete e rigeneratevi su Internet, dove tra le altre cose potrete sollazzarvi con i video dei supporter di John McCain e di Barak Obama.
A cominciare da “It’s Raining McCain”, letteralmente “Sta piovendo McCain”, divertente parodia della celebre “It’s raining men”, “piovono uomini”, canzone delle “Weather Girls” che nel 1982 entrò nella hit parade di mezzo mondo. Le “ragazze” di McCain (le virgolette sono giustificate dall’età di una delle tre che a tenerci bassi avrà almeno una sessantina d’anni) sono uno spasso e, pur non essendo il massimo dal punto di vista vocale, la loro performance è stata ascoltata da oltre 180mila persone in meno di una settimana. Naturalmente c’è chi ha avanzato dei dubbi sul reale appoggio delle tre “ragazze” al candidato del partito repubblicano, sostenendo che in realtà il video sia una presa in giro del candidato repubblicano. Loro non hanno svelato l’arcano ma una cosa è certa: grazie alle elezioni Usa sono diventate una celebrità.
La performance delle McCain Girls e…
… le originali Weather Girls
Naturalmente anche Barak Obama ha i suoi fan musicali segreti. La più gettonata è sicuramente Amber Lee Ettinger, alias “Obama Girl”, il cui video nei nove mesi in cui è stato online ha già attirato oltre 7 milioni di “navigatori”.
Il video di Obama Girl
Certo, altra voce e, soprattutto, altro fisico rispetto alle “McCain Girls” ma, anche qui, sul reale appoggio al candidato democratico da parte della protagonista sono stati avanzati dubbi. Vuole solo farsi pubblicità l’accusa che è piovuta su Amber Lee da più parti. Soprattutto quando la Ettinger ha “bucato” le primarie del New Jersey adducendo un raffreddore. Visto come va (s)vestita le si potrebbe anche credere ma - accusano gli scettici - se uno ci crede sul serio prende un’aspirina e va a votare lo stesso.
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