Archivio di Aprile, 2008

È unanime il coro dei blogger politici inglesi: Ken Livingstone, sindaco laburista da otto anni, è destinato a perdere. “I seguaci del Labour sono preoccupati” sintetizza Guy Fawkes, punto di riferimento tra i blog che analizzano giorno dopo giorno le dichiarazioni dei candidati per la poltrona più ambita di Londra. Ma sono soprattutto i cronisti dei quotidiani a raccontare l’atmosfera tesa nei loro taccuini online: “L’impressione che Ken Livingstone pochi giorni fa avrebbe potuto recuperare” osserva Benedict Brogan del Daily Mail “è stata sostituita da una serena fiducia tra i Tories che il loro candidato stia per vincere”. Kevin Maguire sul Mirror si chiede “quanto può andare male a Gordon Brown”, l’attuale primo ministro inglese, se Johnson diventerà il nuovo sindaco. E domani arriverà il verdetto degli elettori: possono votare dalle sette del mattino fino alle dieci di sera.
Sicurezza. Sulla delinquenza “Ken il rosso” non convince: “All’inizio della campagna” commenta Dave Hill del Guardian “il suo messaggio sul crimine era in generale di non allarmarsi perché i dati preoccupanti stavano calando. Ma la gente ha comunque paura. Il sindaco non ha orecchie?”. La strategia del conservatore Boris Johnson, ex giornalista dello Spectator, è stata più incisiva: il candidato dei Tories ha promesso di rafforzare le pattuglie in città, con un giro di vite contro le persone scoperte dalla polizia con coltelli o pistole. Secondo l’ultimo sondaggio di Yougov avrebbe undici punti di vantaggio sul rivale. Anche il LibDem Brian Paddick, terzo nelle preferenze dichiarate, non è stato da meno: ha chiesto agli autisti dei bus di intervenire contro i criminali e garantisce una riduzione della criminalità del 20% in quattro anni.

Trasporti. L’attenzione per la sicurezza distingue i programmi dei due candidati nelle politiche per la gestione di metropolitane, bus e treni. Ken Livingstone ha assicurato più corse e cinquecento bus ibridi entro il 2010. I LibDem hanno escogitato un’ampia gamma di idee: dai passaggi “amici delle donne” in metropolitana a sistemi gratuiti per le biciclette a noleggio. Johnson invece raddoppierà il controllo delle forze dell’ordine sui mezzi di trasporto e si oppone agli accordi sugli scioperi con il sindacato inglese Rmt.
Ecologia. L’ex sindaco recupera con le politiche ambientaliste. Per gli ecologisti di Friends of Earth Livingstone è il candidato più “verde”: ha l’appoggio del Green party e il suo programma favorisce l’uso delle biciclette. L’associazione ambientalista dubita invece delle proposte per la riduzione nell’emissione di gas serra di Johnson. Per i LibDem il rispetto della natura è un tema di punta, ma la pagella di Foe è negativa perché mancano progetti definiti.
Olimpiadi. Dopo Pechino sarà Londra a ospitare i giochi nel 2012. Livingstone però, a differenza di Johnson, sconta otto anni di mandato e accuse di nepotismo e corruzione. I lavori previsti per le gare sono faraonici: cambieranno il volto della Lower East Valley, un’area a nord-est della capitale, e potenzieranno il sistema di trasporto locale. La spesa complessiva sarà di 20 miliardi di dollari. Ma è un budget destinato a lievitare.
Lo spot di Johnson
Lo spot di Livingstone
Altre fonti: Bbc, Reuters, Time

Reparti di polizia in Piazza Taxim durante il Labour Day del 2007
Il Primo maggio non è un giorno di festa in Turchia. È un giorno di scontri, di manganellate, di lacrimogeni che riempiono l’aria, di sangue che bagna le strade. Il Primo maggio in Turchia è la data in cui, ormai trentuno anni fa, in piazza Taxim, nel centro del versante europeo di Istanbul, trentasei persone persero la vita. In parte (cinque) colpiti da proiettili sparati non si è mai saputo bene da chi, in parte travolti dalla folla terrorizzata. In un angolo di questa enorme piazza esiste ora un’anonima scultura: unica traccia di quel giorno che i turchi ricordano come il “Primo maggio di sangue”. Da trent’anni, in questo luogo, qualsiasi manifestazione pubblica è rigorosamente “yasak”: proibita.
1° maggio 2007
In un maldestro tentativo di venire incontro alle richieste dei sindacati, il governo ha recentemente deciso che tale data sarà d’ora in poi conosciuta come la “Giornata del Lavoro e della Solidarietà”, senza però che diventi festività nazionale poiché, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo Cemil Cicek, “sarebbe troppo costoso per l’economia del Paese”. Il prefetto di Istanbul, Muammar Guler, ha ribadito che se i sindacati organizzeranno la manifestazione a Taxim, come hanno detto di voler fare, il corteo sarà ritenuto illegale, in quanto non autorizzato, e quindi sarà disperso con la forza. Ufficialmente, alla base della decisione di vietare manifestazioni in questa piazza ci sarebbero problemi di carattere logistico: di fatto piazza Taxim è molto trafficata (alle automobili private si sommano i punti di raccolta di autobus e taxi) e rappresenta un punto di passaggio per milioni di persone ogni giorno. Guler ha quindi ricordato che la manifestazione può essere ospitata in luoghi giudicati più idonei dalla Prefettura, per i quali l’autorizzazione è disponibile senza problemi, e ha chiesto ai sindacati di tenersi lontano dalle provocazioni. La cittadinanza è stata inoltre avvertita del fatto che “la polizia è stata autorizzata ad usare la forza in proporzione al livello di pericolo della manifestazione”. Il Primo maggio dell’anno scorso la polizia sparò in aria diversi colpi di pistola e fece abbondante uso di idranti e lacrimogeni per disperdere i manifestanti determinati a raggiungere la zona proibita. La polizia riferì del fermo di circa 600 persone e i sindacati denunciarono l’arresto di sei loro dirigenti. Anche alcuni giornalisti rimasero feriti.

La Repubblica Popolare è in fibrillazione per l’apertura, domani, del ponte di Hangzhou Bay, il viadotto di 36 chilometri che collega Shanghai e Ningbo. Orgogliosi di aver costruito in pochi anni (i lavori sono iniziati a giugno 2003 e sono stati ultimati con ben otto mesi di anticipo) il ponte più lungo del mondo su un braccio di mare, i cinesi sono pronti a inaugurarlo in corrispondenza di una delle più sentite festività nazionali.
Pagando un pedaggio di 80 yuan (7,5 Euro circa), gli utenti ridurranno di ben 120 chilometri la distanza tra Shanghai e Ningbo - 2 ore circa i tempi di percorrenza - rendendo quindi molto più efficienti i collegamenti nell’area del delta del fiume Yangtze, una delle regioni economiche più vivaci della Cina.
Sin dal giorno dell’inaugurazione, le autorità locali si aspettano che dalle sei corsie del viadotto transiteranno quotidianamente almeno 40.000 automobili, e la media giornaliera dovrebbe alzarsi a 100.000 vetture entro il 2026. Il ponte di Hangzhou Bay (guarda il sito) è innovativo anche da un altro punto di vista: è la prima volta che, in Cina, investitori privati vengono coinvolti in un settore strategico quale è quello delle infrastrutture. Nello specifico, i privati hanno coperto circa il 50% dei costi complessivi, stimati sui 11.8 miliardi di yuan, equivalenti poco più di un miliardo di Euro. Gli amministratori del viadotto di Hangzhou Baypensano anche che i costi del progetto verranno recuperati in un massimo di 15 anni, sicuri che il nuovo collegamento stimolerà sia l’economia che il turismo dell’area che circonda Shanghai.
Dal punto di vista del turismo, già da domani diventerà possibile spostarsi in giornata nelle località che si trovano a nord e a sud del golfo, come l’arcipelago di Zhoushan o le vecchie città di Jiaxing e di Cixi. Dal punto di vista economico, il distretto di Hangzhou Bay ha mantenuto negli ultimi cinque anni un tasso di crescita del 50%, e gli esperti sono convinti che, non appena il ponte diventerà operativo, i benefici di tale crescita galoppante verranno estesi anche ai distretti circostanti. L’obiettivo finale, conferma il vice-direttore del progetto Jin Jianming, consiste nel trasformare il delta del fiume Yangtze nella sesta zona urbana più grande del mondo, dopo Parigi, Londra, New York, Tokyo e Chicago.


Di Matteo Buffolo
Hezbollah Land e militari italiani: guarda le GALLERY
Dopo la polemica che dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz ha investito la missione Unifil in Libano, sono tornate al centro dell’attenzione e delle discussioni politiche le regole d’ingaggio per i militari italiani. “Ma questo è un falso problema - spiega a Panorama.it Vittorio Emanuele Parsi, professore dell’Università Cattolica di Milano e massimo esperto di relazioni internazionali - Come sempre le regole sono molto generali. Ciò che sarebbe eventualmente da rivedere sono i caveat (le eventuali restrizioni relative alle caratteristiche e all’area di impiego dei militari ndr) dati dal ministero della Difesa e la loro interpretazione. Ma ancora prima di rivederli, dobbiamo capire se le regole che ci siamo dati sono adeguate agli obiettivi che vogliamo raggiungere”.
Specialmente in uno scenario regionale che, dall’inizio della missione quasi due anni fa, è profondamente cambiato. Già allora il Parlamento libanese si stava preparando per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Ancora oggi, dopo 18 consultazioni, i partiti politici non sono riusciti a raggiungere un accordo. “E oltre alle dinamiche interne fra Hezbollah e il governo di Fouad Siniora - dice Parsi - ci sono anche quelle fra Hezbollah e Israele, che non sono intenzionati a riconoscersi. Quindi l’Ue, che a parole è lì per una missione di interposizione ma che in realtà vuole giocare un ruolo nella sicurezza complessiva del Medio oriente, deve semplicemente chiedersi se è disposta a correre dei rischi per raggiungere l’obiettivo che si è preposta”.
Un aiuto in questo senso potrebbe venire dal cambio di governo. Il ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, infatti, potrebbe smuovere l’empasse che si è venuta a creare. “Il cambio di governo può aiutare principalmente per due motivi - dice Parsi - Da un lato per un nuovo governo è più facile rivedere i caveat: non li hanno stabiliti loro, e se li rivedessero non potrebbero essere accusati di incoerenza. Dall’altro, non avendo mandato loro le truppe in Libano, possono chiedere più facilmente un meeting con gli alleati francesi e spagnoli per ridiscutere il ruolo della missione”. E per dare finalmente ai nostri militari il permesso di fare quello per cui sono lì, senza essere bloccati da veti di politica interna.
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Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?

Più che a elezioni parlamentari quelle del’11 maggio in Serbia assomigliano a un referendum sull’ingresso di Belgrado in Europa. Dopo la proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, l’esito del voto non è affatto scontato, ma per i sostenitori dell’europeista presidente Boris Tadic un aiuto è arrivato proprio da Bruxelles, che oggi ha dato un primo via libera alla pre-adesione della Serbia all’Ue con la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione (Asa) a Lussemburgo. Una firma storica che, dopo anni di isolamento internazionale, potrebbe assumere un peso decisivo sulle elezioni.
Con il sì dell’Ue (che ha dovuto superare le perplessità di Belgio e Olanda), il governo filoeuropeista di Belgrado ha ottenuto infatti un successo che potrebbe spendere in campagna elettorale per indebolire l’appeal del Partito radicale, su posizioni nazionaliste e antieuropeiste, fino a ieri in testa nei sondaggi. Prima che la Serbia (come ha chiesto Tadic) possa ottenere lo status di candidato nel 2009, certo, deve proseguire sulla strada delle riforme economiche e soprattutto dimostrare di voler seriamente cooperare con il Tpi (Tribunale penale internazionale) nell’ambito della caccia ai criminali di guerra come Ratko Mladic, l’ex capo dell’esercito jugoslavo, sotto processo all’Aia, fino a ieri protetto - secondo alcuni - dalle alte sfere del Paese.
L’ago della bilancia sembra essere in mano al primo ministro uscente Vojislav Kostunica, che si era schierato duramente contro l’indipendenza del Kosovo e che è sempre sembrato riluttante ad accettare patti con Bruxelles dopo il riconoscimento dell’ex provincia serba da parte della maggioranza degli stati europei. Kostunica, che è stato presidente della Repubblica federale di Jugoslavia dal 2000 al suo scioglimento nel 2003, aveva già in passato avuto forti screzi con il Tribunale internazionale dell’Aja, negando l’estradizione dell’ex presidente Slobodan Miloševic.
(Ha collaborato matteo.buffolo at fastwebnet.it)
![[i]18 marzo 2008[/i] - Manifestazione di solidarietà per il Tibet davanti all'ambasciata cinese a Seoul, Corea del Sud.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/marzo08/tibet/nuove/normal_tibet-new-09.jpg)
L’ultima scoperta delle unità di polizia del Guangdong, la regione della Repubblica Popolare che confina con Hong Kong, ha lasciato l’opinione pubblica cinese, e non solo, letteralmente esterrefatta: le bandiere del Governo tibetano in esilio, più note come bandiere “Free Tibet” o “Snow Lion” vengono prodotte in una fabbrica cinese.
Stando ai commenti rilasciati al corrispondente della Bbc, gli operai fino a pochi giorni fa non si erano mai resi conto che le coloratissime bandiere che cucivano ogni giorno nascondessero un significato politico. Tuttavia, non appena la somiglianza con i vessilli sventolati dai manifestanti anti-Cina ripresi dalla televisione è stata notata, gli stessi lavoratori - sostengono - non hanno esitato a riferire la notizia alle autorità di polizia locale. Il proprietario dell’azienda, a sua volta, ha dichiarato agli agenti che avendo ricevuto l’ordine di produzione dall’estero, non aveva neppure immaginato che i drappeggi commissionati potessero essere in qualche modo collegati all’indipendenza del Tibet. Quando la polizia ha fatto irruzione nei locali della fabbrica, ha scoperto che migliaia di bandiere erano già state confezionate e pronte per essere vendute all’estero.
Oggi, gli agenti del Guangdong e quelli di Hong Kong temono soprattutto che tante di queste bandiere siano già state spedite oltre confine per essere utilizzate, venerdì, durante la prima tappa cinese della sfilata della fiaccola olimpica. Per evitare che questo accada, il numero di ispettori doganali di stanza a Shenzhen (l’ultima città prima del confine) è stato moltiplicato, e anche Hong Kong ha applicato, in frontiera, misure di sicurezza rigidissime.

Malmenata, soffocata e poi gettata dal sesto piano di un grattacielo. Isabella Nardoni, 5 anni, è morta così a San Paolo, in Brasile, la notte dello scorso 29 marzo. Gli unici sospettati al momento sono la matrigna e il padre, la prima accusata di avere picchiato a sangue la bambina, il secondo di averla presa in braccio e lanciata nel vuoto. Entrambi negano ogni responsabilità e accusano una terza persona, forse un ladro, che si sarebbe introdotta nell’appartamento senza rubare niente e che nel giro di pochi minuti avrebbe compiuto il delitto.
Ecco la nuova Cogne dell’America Latina. Un caso che da un mese occupa le prime pagine dei giornali brasiliani. Domenica, per rendere possibile una sofisticatissima ricostruzione all’americana, le autorità hanno chiuso lo spazio aereo sulla zona di San Paolo dove ha avuto luogo l’efferato delitto. Un atto questo che non si verificava in questa parte di mondo dall’ultima visita del presidente Usa George W. Bush. A tutto questo si deve aggiungere un altro fatto eccezionale per un paese dove ogni giorno tre bambini muoiono in modo violento e dove sono segnalati circa 50mila morti l’anno per omicidio.
L’omicidio di Isabella, oltre a catalizzare l’attenzione di giornali e televisioni, ha ipnotizzato l’opinione pubblica, probabilmente perché la bambina è bianca e di classe media. Si sono verificati persino tentativi di linciaggio ai due accusati e una folla inferocita ha preso d’assalto la casa in cui il padre e la matrigna attendono l’inizio del processo.
Uno dei tanti video che circolano in Internet, in omaggio alla piccola Isabella
La minuziosa ricostruzione all’americana si è conclusa ieri dopo più di otto ore. Ogni dettaglio di quella sera è stato riprodotto fedelmente dalla polizia scientifica che si è avvalsa di una speciale bambola prodotta in Germania dal valore di circa mille euro che riproduceva fedelmente le fattezze fisiche della bambina. Per rendere possibile il lavoro dei detective la via è stata chiusa al traffico e monitorata costantemente dai cecchini del Goe, i corpi speciali della polizia di San Paolo. Il caso che è stato definito un “crimine mostruoso” dal presidente Lula si avvia ora alla parte decisiva. Concluse le perizie, infatti, adesso la coppia potrà essere ufficialmente accusata di omicidio.
![Nel 2006 in Afghanistan erano coltivati a oppio 165mila ettari, equivalenti al 3,65 per cento del terreno agricolo del Paese, con 2,9 milioni di contadini coinvolti pari al 12,6 per cento della popolazione. Ogni ettaro rende 37 chili d'oppio, la produzione nazionale stimata è di 6.100 tonnellate. Il valore complessivo dell'oppio prodotto è pari all'11 per cento del Pil afghano se valutato sul prezzo all'origine, quello a cui vende il coltivatore. Alla frontiera, invece, le cose cambiano: in mano al trafficante, la stessa merce ha un valore pari al 46 per cento del Pil. Dopo la caduta dei talebani il prezzo all'origine è crollato. Nella foto un uomo ringrazia Dio per l'abbondanza del raccolto. </p> <p>Foto tratte da [i]Narcotica[/i], di Alessandro Scotti, [url=http://www.isbnedizioni.it/]Isbn Edizioni[/url]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_scotti4.jpg)
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Cause climatiche e commerciali potrebbero riuscire dove negli ultimi anni hanno fallito l’agenzia Droga e Crimini dell’Onu, le autorità afghane e gli anglo-americani. Il raccolto di papavero da oppio in Afghanistan, che ha preso il via in questi giorni, subirà infatti un calo fra il 30 e il 50 per cento rispetto al record del 2007 a causa del rigido inverno che ha ucciso molte piante e compromesso la germinazione del papavero. Lo riferisce il Financial Times citando fonti dell’ufficio antidroga dell’ambasciata britannica a Kabul. Londra ha del resto assunto anni or sono la responsabilità del sostegno al governo afghano per la lotta all’oppio investendo miliardi di dollari e arruolando numerosi contractors privati che affiancano la polizia antidroga di Kabul. Le ricognizioni aree britanniche hanno dimostrato che se la superficie coltivata a oppio è ancora pari a 193.000 ettari è però altrettanto vero che quest’anno vi sono meno piante e la gran parte di quelle fiorite sono più piccole del solito. A ridurre il raccolto di oppio ha contribuito anche l’aumento dei prezzi dei cereali sui mercati internazionali che rendono più conveniente la
coltivazione di gran rispetto agli anni scorsi.
Al tempo stesso l’abbondante produzione afghana di oppio (pari al 93 per cento di quella mondiale) ha determinato un forte ribasso del prezzo sceso dai 125 dollari al chilo del 2006 ai 91 dollari nel 2007.
Coltivare grano sta diventando per i contadini afghani più conveniente, oltre che legale, evitando così il rischio di farsi distruggere i raccolti dalle
forze antidroga britannico-afgane o dai diserbanti impiegati dai velivoli della Drug Enforcement Agency americana.
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