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L’ultimo atto della visita di Benedetto negli Stati Uniti è stato il più emozionante: la preghiera a Ground Zero. Una cerimonia semplicissima, con i parenti delle vittime e i rappresentanti dei soccorritori (Polizia, Vigili del Fuoco, Protezione civile). Il Papa, visibilmente emozionato, è sceso nel cratere lasciato dal crollo delle Torri Gemelle, si è inginocchiato e ha pregato nel silenzio assoluto, rotto solo dal rumore dei flash dei fotografi.
Poi Benedetto XVI ha recitato ad alta voce una preghiera per le vittime, i loro parenti e per la conversione dei terroristi. “Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento: pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le Nazioni della terra. Volgi verso il Tuo cammino di amore coloro che hanno il cuore e la mente consumati dall’odio”, ha pregato il Papa. Quindi ha salutato uno ad uno i parenti delle vittime, commossi. Gesti e parole che hanno toccato il cuore di milioni di americani che assistevano in tv all’evento.
In pochi giorni Benedetto XVI è riuscito così a rovesciare l’atteggiamento ostile, o quanto meno molto critico, dell’opinione pubblica americana. Tre gesti hanno fatto “il miracolo”: l’incontro con le vittime dei preti pedofili, la visita alla sinagoga e la preghiera a Ground Zero. Molto importanti, naturalmente anche i discorsi: in particolare quello alla Casa Bianca, nel quale il pontefice ha indicato al mondo il “modello americano” come esempio riuscito di convivenza tra le fedi e di valorizzazione del contributo della religione nello spazio pubblico, e quello alle Nazioni Unite dove ha ribadito il fondamento dei diritti umani nella legge naturale e nel valore trascendente della persona umana.
Il Papa ha evitato di prendere di petto gli Stati Uniti denunciando i limiti e le contraddizioni della società americana: nei suoi discorsi non si trova traccia di riferimenti espliciti alla pena di morte, alla guerra in Iraq, al problema della legalizzazione degli immigrati, alle torture nelle carceri, al materialismo e all’individualismo. Ma Benedetto XVI ha
annunciato con forza i principi che servono da orientamento in questi casi. È stata un’iniezione di fiducia per la Chiesa americana, duramente provata dallo scandalo dei preti pedofili, che ora può riprendere con più slancio la sua battaglia alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nei mesi scorsi, infatti, per la prima volta nella sua storia, aveva pubblicato un documento per orientare gli elettori a valutare candidati e programmi, pur senza fare alcuna scelta di schieramento. Un modo per richiamare il mondo politico alle proprie responsabilità di fronte al Paese e al mondo.
Martedì 22 aprile si terranno le primarie democratiche in Pennsylvania, uno degli Stati più ricchi di delegati, dove i cattolici sono la maggioranza (il 29%, seguiti dai protestanti che sono il 25%, dagli evangelici che sono il 18% e da restanti altre tre denominazioni di comunità cristiane che insieme fanno il 28%). Secondo i sondaggi del Centro di ricerca sulla religione la vita pubblica “Pew Forum” il voto cattolico dovrebbe premiare Hillary Clinton rispetto a Barack Obama. Tuttavia quello che oggi offre più garanzie all’opinione pubblica in campo religioso risulta essere il candidato repubblicano John McCain.
Il Papa, nel corso della sua visita, non ha incontrato i candidati in corsa per le presidenziali. Mentre hanno partecipato alle Messe sia l’ex candidato democratico John Kerry sia il repubblicano Rudolph Giuliani. Nell’ultima omelia, prima di lasciare New York, Ratzinger ha lanciato un appello: occorre “respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché come ha affermato il Concilio Vaticano II “nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al dominio di Dio”. Ciò vuole dire “agire per arricchire la società e la cultura americane della bellezza e della verità del Vangelo”. Non è un’indicazione di voto ma certo è un criterio chiaro per giudicare candidati e programmi.
Preghiera a Ground Zero
- Lunedì 21 Aprile 2008
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