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La mappa mondiale della rivolta contro la fame

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  • Tags: africa, Banca-Mondiale, Burkina-Faso, cereali, crisi-alimentare, Egitto, Filippine, Haiti, Nazioni-Unite, Senegal
  • 2 commenti

La mappa della crisi alimentare sul settimanale tedesco
La mappa di Der Spiegel sulle rivolte dovute agli aumenti dei generi agroalimentari

Durante il vertice Onu denominato Commercio e sviluppo tenutosi ad Accra, in Ghana, Ban Ki-Moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l’impennata dei prezzi dei cereali e del carburante ha reso sempre più irrealistico il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio sottoscritti dagli Stati membri nel 2000. La speranza di dimezzare la povertà in Africa entro il 2015 è insomma, per il segretario Onu, “sempre più lontana”, a causa del boom dei prezzi dei beni agroalimentari.
Il dramma africano è però soltanto la parte più visibile di un iceberg immerso nelle acque agitate dell’attuale crisi mondiale che attanaglia gran parte dei Paesi del sud del mondo. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, le ondate di violenza causate dal boom dei prezzi delle derrate alimentari (+83 negli ultimi 26 mesi) stanno minacciando la stabilità politica di almeno 36 Paesi, (guarda la mappa di Der Spiegel) in quasi tutti i continenti. Per dirla con il Relatore delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, per le aree più povere del pianeta “è prevedibile un lungo periodo di conflitti e di destabilizzazione regionale incontrollabile”. Con prevedibili ricadute politiche sulla stabilità di gran parte dei Paesi coinvolti, anche perché, come hanno segnalato le principali istituzioni internazionali, l’attuale crisi alimentare è destinata a durare ancora per molto tempo.

Burkina Faso
Le prime rivolte scoppiate in Burkina Faso, il 20 febbraio scorso, si concludono con un centinaio di arresti e decine di feriti. Nelle strade scendono migliaia di persone, vittime di un sistema commerciale internazionale che colpisce soprattutto i paesi importatori di materie prime agricole. “Il riso asiatico è di gran lunga il più consumato in Burkina” spiega il settimanale San Finna, “ma purtroppo sta sparendo dai mercati nazionali dopo il blocco all’esportazione imposto da alcuni governi asiatici”. Le famiglie burkinabé ringraziano: “La crescita irresistibile dei prezzi dei beni di prima necessità sui mercati internazionali ha cambiato radicalmente i rapporti tra Martine e il suo marito Jean-Christophe” scrive su Vita Non profit Magazine il giornalista burkinabé Koffi Ametepe. Olio (+100%), riso (+70%), mais (+50%): per questa coppia anche “la carne è diventata un lusso”. Ma i problemi non finiscono qui: “Come tanti altri lavoratori della classe media burkinabé, Jean-Christophe mette i suoi figli al riparo dei mal di pancia grazie ai crediti rilasciati da commercianti senza scrupoli”.

Senegal
Accusati di sfruttare l’impennata dei corsi mondiali per accumulare profitti, i grossisti di Dakar giustificano la vendita del riso a peso d’oro con l’aumento vertiginoso del carburante. “Non possiamo farci nulla” avrebbero detto i loro rappresentanti sindacali a Abdoulaye Wade. Di fronte all’esplosione di un’ondata di proteste senza precedenti, il presidente del Senegal ha prima risposto inviando l’esercito e infine è corso ai ripari prelevando dalla casse pubbliche 10 miliardi di Franchi CFA (oltre 15 milioni di euro, ndr) per dare ossigeno al mondo rurale. “Alcuni specialisti sostengono che ci vogliono almeno 200 milioni di euro per consentire agli agricoltori di fronteggiare la crisi” assicura a Panorama.it il caporedattore del principale quotidiano indipendente senegalese, Sud Quotidien. “Non vedo come Wade possa placare la rabbia della gente, anche perché ora deve giustificare la montagna di denaro speso per accogliere a Dakar il recente Summit dell’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica)”, rilancia.

LEGGI: proposte e soluzioni su Swissinfo

Haiti
Nell’isola caraibica, il patto fra governo e cittadini è sul punto di spezzarsi. A segnare il destino del primo ministro haitiano Jacques Edouard Alexis sono state le rivolte urbane esplose contro il carovita e il cui bilancio (cinque morti e oltre 200 feriti) ha spinto il Senato a destituirlo recentemente dalle sue funzioni. Nel giorno in cui il Senato sfiduciava il primo ministro, il presidente René Préval ha costretto gli importatori di derrate alimentare a ridurre il prezzo di un sacco di riso di oltre 15 punti percentuali (da 32 a 27 euro). . “Una decisione opportuna” sostiene da Bruxelles il giornalista haitiano e direttore della rivista The Courier ACP-EU Hegel Goutier, e supportata a sua volta dai 10 milioni di dollari di aiuti concessi dala Banca Mondiale. Molti esperti sottolineano però che la crisi attuale è stata aggravata dalle politiche di dumping esercitate negli anni ‘90 dalle compagnie agroalimentari americane. “Da paese esportatore” conclude Goutier, “Haiti è diventato un importatore netto di riso”. In un territorio dove l’80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, la pace recente conquistata dopo anni di conflitti rischia di sgretolarsi nel giro di pochi mesi.

Egitto
Al comando da ormai 27 anni, il presidente Hosni Mubarak ha represso nel sangue le manifestazioni contro l’aumento del pane. Per il Raìs, le elezioni municipali dell’8 aprile sono state l’occasione per soffocare i tentativi dei Fratelli Musulmani di strumentalizzare il malcontento contro il carovita. Mubarak deve stare in guardia, avverte il quotidiano Al-Masri Al-Ayoum. In Egitto, circa 30 milioni di cittadini vivono con meno di 1,5 dollari al giorni. Per oltre il 40% della popolazione, il consumo alimentare quotidiano si riassume in pane, pasta e riso, tutti beni i cui prezzi sono cresciuti del 25%. Le sovvenzioni, assieme agli ordini inferti all’esercito per aumentare la produzione locale di pane non sono bastate a placare la rabbia. “Fino quando il regime non affronterà di petto le riforme” conclude Al-Masri Al-Ayoum, “gli scontri che si sono verificati a Mahalla Al-Kubra rischiano di ripetersi in altre aree del Paese. Pensare il contrario sarebbe un grave errore”.

LEGGI: La crisi del pane in Egitto su Afrikalink



Filippine
Anche in Asia lo scenario è fosco. Le stesse inquietudini prevalgono nelle Filippine, con la differenza, drammatica, che la presidenta Gloria Macapagal-Arroyo è alla guida del più grande Paese importatore mondiale di riso. Il governo è stato costretto a correre ai ripari con un sussidio eccezionale di oltre un miliardo di dollari per il mondo agricolo. “Una goccia in un oceano di emergenza” accusano i potenti sindacati del settore, convinti che la Arroyo si trovi davanti a “un vulcano pronto ad esplodere in qualsiasi momento”. Per ora i militari filippini, da sempre padroni del Paese, assicurano che “le rivolte non sono all’ordine del giorno”. Ma c’è chi scommette su un futuro nero.

  • joshua.massarenti
  • Giovedì 24 Aprile 2008
La giornalista russa: vi spiego com’è andata davvero con Vladimir e Silvio »
« “Israele è pronta al ritiro dalle alture del Golan”

Commenti

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Il 24 Aprile 2008 alle 23:55 Banca Mondiale e Paesi Poveri « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:

[...]  Disastri come la Rivoluzione Verde o come gli schemi per l’industrializzazione promossi negli anni ‘50 e ‘60, portarono i burocrati della Banca Mondiale a ripensare le loro politiche assistenzialiste e il sistema con cui fornivano prestiti ai Paesi Poveri. A partire dal 1968, la Banca Mondiale utilizzo’ un nuovo approccio. Prima di allora la Banca Mondiale preferiva finanziare dighe, generatori elettrici, strade ed altre simili infrastrutture. Queste infrastrutture dovevano essere, nelle intenzioni della Banca Mondiale, il fondamento dell’industrializzazione, perché ad esse sarebbe seguito il processo di trapianto di fabbriche ed impianti di multinazionali. Tali progetti non comprendevano che l’industrializzazione si può generare solo con il processo di rimpiazzo delle importazioni, non con il trapianto di fabbriche ed impianti, ovvero di cattedrali nel deserto simili a quelle di cui abbiamo parlati in precedenza, ad esempio, nel caso del collasso dell’Uruguay. Infatti, dopo la costruzione di queste grandi infrastrutture, le industrie non si materializzavano: venivano costruiti i forni, ma il pane non c’era. E anche quando il pane si materializzava, il lavoro ed i redditi erano bassissimi rispetto ai bisogni, e la popolazione locale non avevano niente a che fare con quello che succedeva nelle economie in grado di produrre per se’ numerosi e diversi beni . [...]

Il 3 Settembre 2010 alle 13:47 Il prezzo del cibo torna a correre: lo spettro di nuove rivolte | " NONSOLOFOLE " ha scritto:

[...] cominciato a farsi sentire soprattutto, ma non soltanto, negli stati più poveri, rievocando gli spettri delle rivolte per il cibo che due anni fa scoppiarono in 40 paesi dall’America Latina, all’Asia. Mercoledì 1 [...]

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