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Archivio di Maggio, 2008

Svanisce il sogno olimpico di Pistorius

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  • Tags: atletica, marco-tronchetti-provera, olimpiadi, Oscar-Pistorius, paraolimpiadi, pechino-2008, pirelli
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L'atleta sudafricano Oscar Pistorius
Di Vasco Pirri Ardizzone

Sta per svanire il sogno olimpico di Oscar Pistorius. A sole due settimane dal successo personale riconosciutogli dal Tribunale per gli arbitrati sportivi di Losanna, che lo ha autorizzato a correre con i normodotati in seno a tutte le competizioni di atletica leggera, il ventunenne quattrocentista sudafricano, amputato di entrambe le gambe, ritiene comunque “pressoché irrealistico” pensare di poter ottenere il tempo minimo (45”55) per la qualificazione alle Olimpiadi di Pechino.

È lo stesso atleta ormai noto alle cronache mondiali a spiegarlo: “Non credo di poterci riuscire, sarà molto difficile”. Rimane comunque la grande soddisfazione per la sentenza che lo mette alla pari con i grandi campioni dell’atletica: “Solo il fatto di poterci pensare – dice ancora Pistorius - è però già qualcosa di straordinario”. Per questo il sudafricano promette ancora un ultimo sforzo e un ultimo tentativo: “Farò di tutto nelle prossime settimane per cercare di realizzare questo sogno – poi guardando a risultati più abbordabili aggiunge - anche se mi sembra più realistico pensare alla qualificazione per Londra 2012. E ai Mondiali di atletica di Berlino del 2009. A Pechino andrò per disputare le Paraolimpiadi”.

Ma per Pistorius Pechino 2008 non è però un capitolo definitivamente chiuso: “Spero ancora di far parte della staffetta 4×400 – ha detto in un’intervista - perché lì non è necessario il requisito del tempo minimo”. L’atleta dalle leve in fibra di carbonio tornerà in pista durante questo fine settimana in Olanda, ad Emmeloord: “Dopo la sentenza del tribunale di Losanna mi sento con il cuore più leggero – ha spiegato - correrò i 200 metri, sarà la mia prima competizione dopo dieci mesi e per la prima volta potrò correre senza pensare di dover combattere anche per i Giochi. Come condizione sono al 70 per cento, tra due o tre settimane sarò al 100 per cento”.

Comunque vada per il quattrocentista sudafricano sarà un successo. Anche se non riuscisse ad arrivare a competere nel giro di pista a Pechino, Pistorius è ormai nell’olimpo dei grandi atleti. E sarà certamente tra le star dell’atletica dei prossimi mesi. Come testimoniato dalle decine di proposte che gli sono arrivate per sponsorizzare le marche più diverse. Ultima, solo in termini di tempo, quella arrivata da Marco Tronchetti Provera che gli ha proposto di fare uno spot per la Pirelli e lo ha definito “il nuovo Carl Lewis”.

  • redazione
  • Sabato 31 Maggio 2008

Il Watergate che rischia di terremotare la politica turca

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  • Tags: Abdurrahman-Yalcinkaya, AKP, Ankara, Chp, erdogan, Istanbul, Turchia, Tusiad
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La vittoria dell'Akp

“Il clima in Turchia si è invelenito. Qui si gioca sporco, da una parte e dall’altra. Non che la politica sia un posto per verginelle, intendiamoci, ma quando la magistratura viene tirata in ballo ogni due per tre, o essa stessa invade spazi non propri, non è mai un buon segno. E ho paura che a farne le spese sarà la democrazia”. A parlare è un funzionario statale che frequenta i palazzi del potere di Ankara e Istanbul da molto tempo e che oggi si sta interrogando su quello che c’è dietro allo scandalo ribattezzato dai media locali “Il Watergate turco“.

Kemalisti e ultranazionalisti contro l’Akp. Tutto è nato qualche giorno fa con la pubblicazione “parola per parola” su un giornale filo islamico (e quindi vicino al partito di governo Akp) di una conversazione privata (e che doveva rimanere tale) tra il numero due del principale partito di opposizione di sinistra (il kemalista Chp guidato da Deniz Baykal) e un amministratore locale. Per i vertici del Chp non ci sono dubbi: qualcuno ha ascoltato e registrato la conversazione. Fatto non secondario, gli ultranazionalisti dell’Mhp si sono subito accodati gridando allo scandalo, favorendo così l’accrescersi dei sospetti intorno al partito di governo. Entrambi i leader di opposizione hanno parlato di “danno ai valori democratici”, con Baykal che ha apertamente parlato di “servizi di sicurezza utilizzati per spiare l’avversario politico”.

Cosa rischia Erdogan. La risposta dell’Akp non si è fatta attendere. Il deputato Dengir Mir Mehmet ha accusato il Chp di voler creare deliberatamente un clima di sospetto per oscurare i risultati raggiunti dal proprio partito. Di fatto, la macchina della magistratura si è rimessa al lavoro e ci sono buone ragioni per credere che non opererà in favore del partito di Erdogan. Quest’ultimo rischia poi di essere allontanato per cinque anni dalla vita politica e di vedere chiuso il proprio partito proprio per un’azione legale intentata dal numero uno della Yargitay (la Corte di Cassazione turca), che ha accusato non solo il primo ministro, ma anche l’attuale Capo di Stato Abdullah Gul e una settantina di altri membri dell’Akp di “attività antilaiche atte a minare le fondamenta della Repubblica turca”.

La logica che sembra armare la mano della magistratura è quella del sospetto: Erdogan e soci farebbero finta, a detta del giudice Abdurrahman Yalcinkaya, di agire in modo democratico, rispettando l’idea di Stato del padre della Patria Mustafa Kemal, ma in realtà agirebbero per introdurre lentamente la sharia nel Paese della Mezzaluna, condannando così la Turchia a un destino simile a quello iraniano.

Clava giudiziaria. Che i sospetti siano fondati o meno poco importa: l’intervento a gamba tesa del potere giudiziario nella vita politica ha subito suscitato le forti preoccupazioni di Bruxelles e non solo. La Tusiad, la Confindustria turca, una delle principali voci laiche del Paese, ha duramente criticato l’operato dei giudici, preoccupata anche delle ripercussioni che un’eventuale chiusura del partito di governo potrebbe avere sull’economia nazionale. A breve è atteso, sulla questione delle presunte eversive dell’Akp, il pronunciamento della Corte Costituzionale. Una bomba a orologeria pronta a esplodere sulla vita politica turca.

  • tiziana.prezzo
  • Venerdì 30 Maggio 2008

Thailandia: storia di Nong Toom, il pugile che ha cambiato sesso

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  • Tags: boxe-tailandese, Nong-Toom, Parinya-Jaroenphon, tailandia
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Jaroenphon3

Foto e testo di Silvia Dogliani - dal Campo Firetex di Bangplee a nord di Bangkok (clicca qui)

“Vorrei diventare una ragazza”. La confessione che il piccolo Parinya aveva fatto alla madre risale a quando aveva soli sette anni. Oggi, di anni, ne ha 26, si appresta a tornare sul ring a Stoccolma e il suo sogno di diventare donna è riuscito a coronarlo. In Thailandia la chiamano Nong Toom (foto). Ma il suo vero nome è Parinya Jaroenphon. Nota come l’unico pugile transessuale del Paese, acclamata come una star dai media nazionali, la sua storia diventa pubblica nel 2003, quando il regista, Ekachai Uekrongtham la scrittura per Beautiful Boxer (presentato al 18° Festival del cinema Gay-Lesbo di Milano), un film biografico dove la protagonista è proprio un giovane e talentuoso boxer che sale sul ring truccato come una fanciulla. Nong Toom si guarda indietro e racconta con garbo quelli che sono i suoi primi passi nella vita: “La mia famiglia è di origini umili” racconta timidamente. “Ho il ricordo di un’infanzia colma d’amore ma priva di mezzi. Mia madre è stata sempre il mio grande modello e la mia più forte sostenitrice. Ha deciso di mandarmi a studiare al Wat Si Soda Temple, nel nord della Thailandia. Era l’unica possibilità per farmi avere un’educazione”.

Jaroenphon

I primi passi nella boxe. Cresce lì insieme ai coetanei, ma capisce subito di essere diversa, di non percepire come propria l’identità di genere che la natura le ha cucito addosso. “Ho ricevuto il mio primo bacio da un ragazzo a scuola. Mi desiderava perché, a suo dire, ero bello come una donna”. All’età di undici anni diventa monaco. Ed è lì, all’interno del Tempio, che scopre la boxe tailandese mostrando da subito le sue doti sportive. Nonostante gli sfottò di amici e parenti, non si scoraggia e la Muay Thai, la boxe tailandese, diventa la sua unica ragione di vita. Ma nel frattempo, quando ha soli 13 anni, inizia a truccarsi, a prendere ormoni e ad indossare abiti femminili. A 17, racconta, ha il suo primo rapporto sessuale. “Volevo essere come le altre donne ed avere anch’io un vero fidanzato”, spiega.

Jaroenphon2

L’operazione. “Il mio primo ragazzo era molto innamorato” prosegue. “Ma ho deciso di lasciarlo perché entrambi eravamo pugili ed io mi sentivo più forte. Non potevo avere un fidanzato più debole di me”. A soli 16 anni Nong Toom era già un pugile professionista noto a livello internazionale ma era anche pronto a sottoporsi all’operazione per cambiare sesso. “Ho voluto portare i miei genitori in ospedale. Hanno parlato con i dottori e, nonostante tutto, hanno dato il loro consenso affinché mi operassero”, racconta con un misto di sollievo e tenerezza. Sei ore d’intervento, tre giorni di dolore acutissimo e 90.000 BHT, circa 2 mila euro, da pagare (sette anni fa) accumulati grazie alla boxe.

Boxeur, transgender e anche madre. Una scelta, quella di Nong Toom, che ha cambiato radicalmente anche la sua carriera pugilistica tanto che oggi sul ring combatte solo con le donne. Il prossimo incontro lo farà proprio domani, il 31 maggio, a Stoccolma. La sua carriera sportiva si alterna a quella di attrice e di fotomodella di successo, ma anche di “mamma”, complice la cultura tollerante thailandese nei confronti del terzo sesso, che qui chiamano katoey. “Nutsalah ha 5 anni. La madre naturale è in prigione per droga e io ho deciso di adottarla quando aveva quattro giorni. Ora legalmente sono io sua madre”, continua orgogliosa. “La Muay Thai mi ha dato tutto: i mezzi per aiutare la famiglia, il denaro per affrontare questa operazione e la forza fisica per sopportarla, la fama, il successo ed infine la maternità. Mi manca solo il ‘grande amore’” confessa con un filo di amarezza. “E ora ho solo un sogno: un bravo padre per mia figlia”.

Nong Toom in allenamento

  • silvia dogliani
  • Venerdì 30 Maggio 2008

Iraq, arrivano i Balilla kamikaze

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  • Tags: Al Qaeda, david-paetrus, iraq, kamikaze
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Baghdad

La Hitlerjugend in salsa islamica sbiadisce persino il ricordo dei ragazzi della gioventù nazista che nel 1945 si immolarono a migliaia cercando di fermare con i lanciarazzi Panzerfaust i carri sovietici alle porte di Berlino. A differenza dei ragazzini tedeschi cresciuti a pane e Mein Kampf i giovanissimi iracheni “educati” con Corano e kalashnikov dalle milizie di Al Qaeda in Mesopotamia
non combattono e non colpiscono solo obiettivi militari ma si fanno esplodere in mezzo ai civili sunniti per uccidere i capi tribù che hanno deciso di
affiancare americani e governativi contro gli jihadisti.

Dopo l’arresto a Mosul di sei adolescenti che si preparavano a compiere azioni kamikaze sono state raccolte le prove dell’esistenza del gruppo chiamato
Ragazzi del Paradiso,
composto da “volontari” di età compresa tra 11 e 16 anni. Said Aziz Salman, capo del Comitato del Risveglio (i gruppi sunniti che combattono Al Qaeda) a nord di Baghdad, ha spiegato che la nuova organizzazione avrebbe base nelle zone di Taji e Tarmiyeh della capitale dove le indagini hanno svelato che, con la complicità di alcuni agricoltori, i “balilla-kamikaze” di Al Qaeda vengono addestrati da terroristi veterani in buona parte stranieri.

I teen ager della jihad. I “pionieri-jihadisti” vengono divisi in gruppi di cinque, ognuno guidato da un adolescente, che ha il compito di infiltrarli attraverso le strette maglie delle misure di sicurezza adottate per proteggere sceicchi e leader che combattono le milizie di Al Qaeda. Fino a pochi giorni or sono nessuno pensava di perquisire un bambino né sospettava potesse essere imbottito di esplosivo, poi “un membro di questa
nuova cellula si è fatto esplodere dentro uno dei nostri Comitati a Tarimiya”, ha spiegato Salman.
“Era a bordo di una moto e si è fatto saltare in aria uccidendo sei persone e ferendone 18. Ormai la maggior parte degli attentati suicidi che colpiscono nostre sedi sono compiuti da Al Qaeda tramite questi ragazzini da poco reclutati”. Per continuare a mantenere alta la media degli attentati suicidi nonostante le forti perdite subite, Al Qaeda sta raschiando il fondo del barile utilizzando donne, persino disabili e ora anche bambini arruolati e indottrinati per una guerra che ha come obiettivo soprattutto i civili.

Nonostante la crescente efferatezza degli jihadisti, le violenze in Iraq sono calate del 70 per cento nell’ultimo anno in seguito alla “surge strategy” applicata dal generale David Petraeus.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 30 Maggio 2008

Il caso Petraeus, un libro sull’Iraq che demolisce i luoghi comuni

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  • Tags: Baghdad, Daniele-Raineri, Il-caso-Petraeus, iraq
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Nord Iraq

Difficile oggi riuscire a scrivere un libro sulla guerra in Iraq che contenga informazioni poco o per nulla note e al tempo stesso racconti in modo nuovo e originale, attraverso la voce dei protagonisti, un conflitto spesso presentato attraverso i luoghi comuni.
Daniele Raineri, giornalista della redazione Esteri del quotidiano Il Foglio, è riuscito in questa difficile impresa con il suo Il caso Petraeus, un libro che nasce da due mesi di vita da embedded con le forze statunitensi in Iraq. Un’esperienza unica nel panorama giornalistico italiano anche perché pochi hanno lavorato al fianco dei soldati Usa ma nessuno per un periodo così prolungato come Raineri . Un’esperienza che gli ha consentito di visitare tutto l’Iraq vedendo in prima linea i progressi nati dall’applicazione della strategia antinsurrezionale del generale David Petraeus”.

“Il direttore del giornale, Giuliano Ferrara, mi ha chiamato nel suo ufficio e ha detto: - Vai a vedere che cosa succede in Iraq. Prenditi il tempo che serve, racconta Raineri che ha attraversato l’intero paese vivendo nelle Foward Operating Base (Fob), le basi avanzate dei reparti americani da Baghdad a Karbala, da Ramadi a Bassora accompagnato per alcune settimane da Rolla Scolari, esperta corrispondente dal Medio Oriente de Il Foglio. “Sul campo la sua conoscenza dell’arabo ha fatto la differenza” ammette Raineri. “Sciiti, sunniti, soldati, generali, poliziotti, maestre elementari. Abbiamo parlato con tutti. E tutti hanno confermato che in Iraq il corso delle cose sta cambiando”.

Oltre al reportage, le 155 pagine del libro contengono i due rapporti presentati al Congresso da Petraeus. Appendici importanti per comprendere l’evoluzione positiva di un conflitto che a molti sembrava già perduto e che oggi non è ancora vinto. Numerosi i verbali degli interrogatori degli uomini di Al Qaeda e le interviste ai comandanti americani che si aggiungono alle voci dei soldati, degli sceicchi o di tanti iracheni . Dal libro di Raineri emerge la quotidianità della vita in Iraq con tutta la sua precarietà e il coraggio dei soldati americani e delle tribù irachene che hanno deciso di voltare le spalle agli squadroni della morte di Al Qaeda che uccidono militari Usa e iracheni ma soprattutto falcidiano i civili.

“E’ disarmante quanto sia trasparente la questione Iraq vista da dentro” scrive Raineri. “Gli americani, al contrario degli italiani, hanno scelto di consentire ai giornalisti l’accesso a tutto quello che succede sul campo. Hanno risposto sì alle richieste di intervista con i due più alti ufficiali in Iraq, il generale Petraeus e il suo vice (che ora ne prenderà il posto), Ray Odierno, hanno risposto sì alla richiesta di visitare il carcere di massima sicurezza, hanno accettato di aprire le porte dei loro briefing.” Dal libro emerge come Petraeus che ha saputo portare al suo fianco le milizie sunnite prima nemiche, in Iraq stia forgiando un nuovo esercito americano specializzato nelle operazioni anti insurrezionali che richiedono doti diplomatiche e negoziali oltre che militari. Una guerra che si combatte anche con le parole come ci ricorda Raineri fin dalle prime pagine contestando e demolendo il mito ideologico che in Iraq sia in corso una insurrezione contro il governo e le forze alleate. “Il caso Petraeus” (€ 4, 90) , reperibile nelle edicole in allegato al quotidiano Il Foglio, oppure può essere richiesto direttamente all’indirizzo diffusione@ilfoglio.it per riceverlo per posta.

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 29 Maggio 2008

Germania: primo stop a Toni, italiano truffatore e sciupafemmine

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  • Tags: Europei, Media-Markt, spot, Toni
  • 2 commenti

Toni
Toni, caricatura del tifoso italiano, in uno spot per la televisione tedesca

Uno dei quattro spot promozionali dei grandi magazzini dell’elettronica Media Markt (in Italia si chiamano Media World) è stato ritirato dopo le proteste italiane. Realizzati in vista degli Europei di calcio, con protagonista Toni, un italiano medio il cui nome richiama il nostro bomber e giocatore del Bayern, i video pubblicitari si prendono beffe di molti luoghi comuni sull’Italia. Toni, tifoso della nazionale azzurra interpretato dal comico tedesco Olli Dittrich, è rappresentato come una sciupafemmine e un truffatore, con occhiali da sole, pelle untuosa e pesante catena d’oro al collo. Una caratterizzazione più offensiva che simpatica, secondo molti. Anche secondo l’ambasciatore d’Italia a Berlino, Antonio Puri Purini, che ha scritto una lettera di disapprovazione sulla campagna pubblicitaria.
Per ora dal sito Internet della società facente capo al gruppo Saturn in Germania è stato tolto lo spot nel quale Dittrich dice che i tedeschi per seguire le partite fino alla vittoria della loro nazionale comprano tv e computer, mentre il Toni del comico confessa ”Noi compriamo gli arbitri” e poi sorridendo aggiunge ”ma sto scherzando”.

La clip del filmato ritirato

Sono invece ancora in bella mostra sul sito della compagnia gli altri tre spot. In uno Toni è pronto a truffare il suo amico Anto’, riferendogli che un prodotto costa 1000 euro anziché i 700 dichiarati dal puntuale inserviente (qui il video da YouTube). In un altro Toni si lamenta che non trova un commesso maschio per discutere del suo futuro televisore, perché “solo gli uomini s’intendono di tecnologia e calcio”, ma quando passa una giovane commessa bionda, maglietta rossa attillata, cambia idea immediatamente: purché sia bella, va bene anche un’impiegata donna (qui il video da YouTube). In un terzo spot, più prettamente commerciale e meno offensivo verso gli italiani, Toni si stupisce di trovare nel negozio televisori a un prezzo inferiore di quello che immaginava (qui il video da YouTube).

Toni

  • simona.santoni
  • Giovedì 29 Maggio 2008

Nepal, fine ingloriosa del monarca più odiato

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  • Tags: Gyanendra, katmandu, Nepal
  • 2 commenti

Fine della monarchia in Nepal

“Il Nepal è una repubblica democratica indipendente, indivisibile, sovrana e laica”: 597 dei 601 membri dell’assemblea costituente hanno dunque posto fine a una delle più odiate dinastie del mondo, quella dei Shah, che ha guidato con il pugno di ferro il Paese per 239 anni. Esce quindi definitivamente di scena re Gyanendra, protagonista indiscusso degli ultimi sette anni di storia nepalese e unico sopravvissuto al massacro della famiglia reale perpetrato il 1°giugno 2001, così vuole la versione ufficiale, dal nipote Dipendra, che poco dopo si sarebbe tolto la vita spianandogli di fatto la strada all’ascesa al trono. Un’incoronazione che come ovvio è coincisa con una forte e irreparabile perdita di fiducia dei nepalesi nel sistema monarchico. Troppo radicati si fanno a quel punto, nella coscienza collettiva, i sospetti sul suo ruolo nel massacro del re e di altri sette membri della famigliare reale.

Ma c’è stato anche dell’altro a infangare irreparabilmente la reputazione dell’ultimo rappresentante dell’ultima monarchia hindu del mondo. Ed è il fatto che una manciata di mesi dopo l’investitura, decide di sospendere il parlamento democratico nel disperato tentativo di smentire la vox populi che lo accusa di essere il responsabile dello sterminio della famiglia del fratello.
Nel 2006, resosi conto della propria incapacità di sconfiggere la guerriglia maoista e di porre fine a un’ondata di violenze ininterrotte che ha fatto registrare circa 13mila morti, Gyanendra, sempre più isolato e con uno stile sfarzoso e corrotto che stride con le condizioni del suo popolo, è costretto ad accettare di reintegrare il parlamento e porre fine allo stato di emergenza in cui aveva confinato il Paese nel 2003. In queste condizioni, non stupisce che, come prima mossa, il nuovo parlamento abbia finito per ridurre drasticamente i suoi poteri: per lui e per la sua ingioiellata consorte, la regina Komal, è l’inizio della fine, il segno che mancava per ridare fiato ai partiti antimonarchici e a ridurre a un ruolo ormai ancillare la corte del sovrano. Dopo essere stato esonerato dal comando dell’esercito, e dopo aver visto approvare una riduzione della sua indennità di servizio (che si era autonomamente aumentato di ben sei volte nel 2004), il Parlamento decide di dargli l’ultimo schiaffo, provvedendo alla rimozione della sua effige dalle banconote nazionali, vessillo di una monarchia sempre più screditata. Ma le ultime e più pesanti umiliazioni Gyanendra le subisce dopo le elezioni: la maggioranza nell’Assemblea costituente va ai maoisti, che ora gli chiedono di abbandonare “entro quindici giorni” il palazzo reale di Kathmandu, senza tuttavia costringerlo all’esilio. Infine, non passano certo inosservate le manifestazioni di giubilo dei nepalesi che sperano, finalmente, nell’inizio di una nuova era. Sancita anche simbolicamente dalla bandiera repubblicana che sventola al posto di quella screditata col sigillo reale.

Le opinioni della gente comune

  • claudia astarita
  • Giovedì 29 Maggio 2008

“Ecco come Pechino ha creato il business dei trapianti”

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  • Tags: Cina, Harry-Wu-Hungda, Laogai-Research-Foundation, Pechino, trapianto-di-organi
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Esecuzioni capitali in Cina

L’affare di Stato, Harry Wu Hungda, lo scoprì nel 1985, quando un amico gli portò una copia di un documento riservato del Partito Comunista Cinese. Il titolo era: Regolamento Provvisorio per l’Utilizzo dei cadaveri o degli organi prelevati dei condannati a morte.

Una prigionia durata 19 anni. Dietro il linguaggio burocratico, Wu vide subito la realtà di un’industria basata sulla sistematica violazione dei diritti dell’uomo. Fu allora, qualche mese prima di espatriare negli Usa, che Wu, arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un controrivoluzionario e incarcerato per i successivi 19 lunghissimi anni in un Laogai (un campo di concentramento cinese), comprese che anche lui avrebbe finito per alimentare il grande businness statale del traffico di organi se la pallina della roulette della sua vita si fosse fermata sul nero dell’esecuzione capitale anziché sul rosso della inaspettata liberazione avvenuta nel 1979. Se lo avessero fucilato, senza chiedere consenso neppure ai suoi familiari, gli avrebbero preso reni e polmoni, per poi trapiantarli nel corpo di qualche ricco thailandese o indonesiano che si sarebbe recato in Cina per la delicata operazione. “Dagli anni’80, quella che prima era una sporadica pratica è stata trasformata in un sistema industriale – ci racconta Wu, ora in Italia per presentare il volume “Cina, traffici di morte” edito dalla Guerini e Associati.

Il miracolo cinese. “In questa catena di montaggio lavorano i vari funzionari statali, dal poliziotto che arresta al giudice che condanna, dall’esercito che esegue la condanna a morte al medico militare che preleva l’organo”, dice. Con pacatezza Wu elenca i risultati ottenuti nel campo dal suo Paese, diventato nel giro di pochi anni, il secondo paese al mondo, dopo gli Usa, per numero e qualità dei trapianti. Nel 2006 sono stati 15.000 negli Stati Uniti e 13.000 a Pechino. Secondo il dissidente cinese, più della metà delle operazioni sono state effettuate grazie a organi prelevati dai cadaveri dei circa 10.000 (dati non ufficiali) condannati a morte, uccisi nelle pubbliche esecuzioni di massa.

Le testimonianze. Sono decine le testimonianze raccolte dalla Laogai Research Foundation, a suffragare ciò che oggi, grazie al coraggio di uomini come Wu, trova nuove agghiaccianti conferme. Come la testimonianza di una donna che nel 1999, nella città di Xinyang, nella provincia di Henan, non ebbe restituito il corpo di suo figlio, condannato alla pena capitale per omicidio. Insospettita dall’insolita decisione di cremare il cadavere, assoldò un investigatore privato. Il quale qualche settimana dopo seguì il furgone bianco che portava i cadaveri di altri prigionieri dal luogo dell’esecuzione al crematorio per scoprire che, durante il tragitto, dei medici a bordo del veicolo asportavano le reni, li mettevano nella soluzione salina per conservarli fino alla tappa nel più vicino ospedale. O come il racconto di un ufficiale medico dello Heilongjiang che confessò di aver assistito all’uccisione di un condannato addirittura all’interno di una struttura ospedaliera. “Lo fecero stendere sul pavimento dell’obitorio, – ha raccontato l’uomo a Wu – gli spararono alla nuca, gli fecero un’iniezione di una sostanza che garantissero l’integrità dell’attività cardiaca e poi gli presero il cuore per portarlo nella vicina sala operatoria dove un paziente era in attesa del trapianto”.

Harry Wu Hungda
Harry Wu Hungda, dissidente cinese, durante la sua prigionia

Il suo viaggio inchiesta in madrepatria. Figlio di una ricca famiglia di banchieri di Shangai, dove è nato nel 1937, cattolico praticante, Harry Wu è tornato, per qualche mese, nel 1991 in Cina per trovare le prove del traffico. “Sono 6 i centri specializzati. Già alla fine degli anni’90, le cifre per accedere a un trapianto in un ospedale cinese erano notevoli. Tra i 12.000 e i 15.000 dollari, dicono alcune testimonianze”. Il governo di Pechino, in passato, ha parzialmente ammesso la provenienza degli organi utilizzati. Le associazioni per i diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch speravano che questo portasse a una mobilitazione globale ma sulla vicenda è calato il silenzio. “Solo il Congresso Usa ha approvato una legge che impedisce ai medici cinesi specializzati in trapianti di operare negli Stati Uniti”, dichiara ora mister Wu. Tutto qui? “Tutto qui”, risponde laconico dissidente. Il quale non è certo sorpreso della timidezza delle reazioni internazionali. “È lo stesso basso profilo tenuto sulla questione tibetana“, commenta Wu. Il quale però non è pessimista. “La Cina sta cambiando, ma con i tempi cinesi, appunto, che sono più lunghi rispetto a quelli della storia dell’Occidente. Magari, tra 100 anni riusciremo a diventare una democrazia, ma se ciò accadrà, sarà solo dopo un lungo cammino fatto di tanti piccoli passi”.

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Repressione in Tibet e diritti umani: l’Italia deve boicottare le Olimpiadi di Pechino?
  • michele.zurleni
  • Giovedì 29 Maggio 2008
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