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L’aumento esponenziale che ha colpito il costo dei salari nella Repubblica Popolare Cinese sembra aver iniziato ad erodere i vantaggi competitivi su cui la Cina ha nel tempo consolidato la sua condizione di “fabbrica del mondo”. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, solo nel 2007, il salario medio (comprensivo di paga base, bonus e sussidi ricevuti) sia della classe impiegatizia che di quella operaia è aumentato circa del 19%, toccando, in valore assoluto, i 25mila yuan (circa 2.280 euro) . Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi sei anni.
Gli analisti cinesi vedono una connessione tra l’aumento dei salari e i profitti record realizzati dalle aziende. Secondo i dati delle statistiche ufficiali, le imprese statali più grandi hanno accumulato tra gennaio e novembre 2006 più di due miliardi di yuan (equivalenti a più di 200 milioni di Euro), il 36,7% in più rispetto all’anno precedente, mentre i profitti delle aziende private sono cresciuti del 50,9%. Tuttavia, tra le cause dell’aumento dei salari non va trascurato il ruolo giocato dalla nuova legge del lavoro, in vigore dal 1 gennaio 2008, che avendo parificato i diritti dei lavoratori assunti tramite agenzie interinali a quelli impiegati direttamente dall’azienda e attribuito agli stessi una nuova serie di tutele, ha conseguentemente generato un aumento dei salari percepiti.
Nonostante le differenze salariali tra le varie zone del Paese si mantengano marcate (gli stipendi medi a Pechino sfiorano i 40mila yuan, a Shanghai, Canton e Shenzhen i 30mila, mentre nelle province più remote del paese i lavoratori spesso percepiscono anche il 60% in meno), qualche imprenditore potrebbe iniziare a temere una progressiva perdita di competitività nel medio periodo e decidere di spostarsi altrove. Fino alla metà degli anni ’90, sono stati i Paesi del sud-est asiatico ad attrarre la maggior parte degli investimenti stranieri, e solo successivamente le convenienze del mercato cinese hanno dirottato la maggior parte dei capitali all’interno della Repubblica Popolare lasciando che agli asiatici del sud rimanesse solo un misero 10% della torta da dividere.
Ma quanto è realistico aspettarsi nel breve periodo un nuovo cambio di direzione? È sicuramente significativo il fatto che la Repubblica Popolare stessa stia progressivamente spostando le proprie aziende nel Sud-est asiatico dove ammette di trovare condizioni più favorevoli per la produzione industriale. Tuttavia, resta il fatto che la Cina beneficia ancora di un marcato vantaggio comparato in termini di infrastrutture, servizi e disponibilità di forza lavoro specializzata che i Paesi dell’Asia del sud-est, nonostante gli investimenti in queste aree allocati sia dai governi nazionali che dai cinesi, non riusciranno a cancellare in pochi anni.
- Giovedì 1 Maggio 2008
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