Avrebbe sortito l’effetto sperato - sondaggi alla mano - la decisione di Obama di prendere apertamente le distanze dal suo vecchio pastore, Jeremiah Wright, autore di alcune dichiarazioni che potevano costare molto care al pupillo in corsa per la nomination: l’Aids? “Un’invenzione del governo americano per infiacchire il black power”. L’inno degli Stati Uniti? “Gli afroamericani dovrebbero intonare non God bless America ma God damn America“. Dichiarazioni, queste, che erano costate parecchi punti all’uomo che, sul superamento degli steccati razziali, ha incentrato tutta la campagna elettorale, sfondando anche tra l’elettorato bianco e tra le élite.
Sondaggi in ascesa. Secondo gli ultimi sondaggi - pubblicati dal ‘New York Times‘ e dalla rete tv Cbs (guarda il grafico) - il senatore dell’Illinois può contare oggi a livello nazionale, dopo la sconfessione di quello che a torto o a ragione era considerato il suo padre spirituale, sull’appoggio del 50 per cento dei votanti democratici nelle primarie, contro il 38 per cento della sua rivale, Hillary: quattro punti in più di quanto emerso nell’ultimo sondaggio, fatto all’indomani delle discutibili dichiarazioni di Wright. Un’inversione di tendenza che cade proprio alla vigilia delle attesissime primarie in due Stati chiave come il North Carolina e l’Indiana (in palio rispettivamente 115 e 72 delegati popolari) il cui esito potrebbe indurre i circa 300 super-delegati ancora indecisi a sciogliere la riserva, mettendo la parola fine sulla più lunga e lacerante corsa verso la nomination democratica degli ultimi decenni.
Il vecchio McCain. Superdelegati, decidete in fretta. È questa la richiesta che, quasi ogni giorno, avanza Howard Dean, il segretario del Partito democratico, preoccupato che la prosecuzione del duello Hillary vs Obama - appassionante sul piano mediatico ma distruttiva per l’Asinello - possa alla fine favorire il repubblicano John McCain, il cui vero tallone d’achille sembra essere l’età troppo avanzata (71 anni e una guerra vittoriosa contro il cancro alla pelle) che in caso di elezione lo renderebbe - ha scritto il NyT - “l’uomo più vecchio della storia americana a diventare presidente”. Se si votasse oggi, ed è questa la buona notizia per i democratici, sia Hillary sia Obama vincerebbero contro di lui (51% contro il 40% se il candidato fosse Obama; 53% contro il 41 se fosse Hillary). Domani? Chissà. Howard Dean insiste: decidete in fretta.
Gap difficilmente colmabile. Da indomita combattente quale è, Hillary, nonostante il suo gap sia sopra i 100 delegati, non sembra affatto intenzionata a lasciare la scena. I sondaggi Zogby, in North Carolina, la danno indietro 48% a 39%, ma una sconfitta risicata in North Carolina e una vittoria nell’Indiana (dove gli ultimi sondaggi le assegnano due punti di svantaggio) la indurrebbero a proseguire la corsa. Obama invece spera nella doppietta, una possibilità alla sua portata: se vincesse in tutt’e due gli Stati la strada per la nomination sarebbe spianata. E Hillary - avverte la stampa Usa - non avrebbe più scuse: dovrebbe ritirarsi e ammettere per il bene del Partito la sconfitta. Difficile comunque che il match possa proseguire fino alla convention di Denver di fine agosto: entro giugno, secondo Al Gore (che non ha dichiarato ancora per chi parteggia), il partito deve decidere. Ne va della speranza di riuscire a battere i repubblicani. Due mandati consecutivi per lo stesso partito, in un Paese storicamente abituato all’alternanza come l’America, sono tanti. E se il prossimo presidente dovesse essere McCain, i democratici dovrebbero maledire solo loro stessi. Nessun partito può permettersi che una guerra fratricida possa proseguire per troppi mesi senza pagare dazio.
Wright: Dio maledica l’America
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- Lunedì 5 Maggio 2008
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