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È braccio di ferro in Birmania tra la giunta militare e l’Onu sugli aiuti. Dopo aver annunciato che sospendeva il ponte-aereo, perché due carichi di aiuti umanitari consegnati stamane erano stati bloccato all’aeroporto di Rangoon, il Pam (il Programma Alimentare Mondiale) ha annunciato che i voli riprenderanno domani. Ma intanto la giunta concede con il contagocce i visti di ingresso: le agenzie Onu hanno richiesto circa 100 visti, e ne hanno ricevuti finora meno di mezza decina, secondo le confuse informazioni date dai portavoci in loco. Il segretario generale Ban Ki-Moon, che avrebbe voluto parlare direttamente con il capo della giunta, non è riuscito finora a contattarlo direttamente. Il braccio di ferro arriva nello stesso giorno in cui i mezzi di comunicazione birmani, tutti controllati dal governo, hanno fatto sapere che la giunta accetta gli aiuti, ma considera inutile l’invio di personale specializzato straniero.
Sì agli aiuti Usa. A conferma della linea, la televisione di Stato ha fatto sapere che saranno accettati gli aiuti inviati dagli Stati Uniti, senza però chiarire come saranno consegnati o distribuiti. Perché a dispetto delle pressioni internazionali, i generali birmani vogliono i soccorsi, ma non i cooperanti. E così un team arrivato dal Qatar nell’ex capitale Rangoon è stato rimandato indietro, perché il volo era autorizzato soltanto a portare aiuti umanitari; il primo ministro thailandese, Samak Sundaravej, che domenica doveva incontrare i generali per tentare di persuaderli ad aprire il Paese, ha deciso di rinunciare al viaggio.
L’appello disperato del segretario Onu (Cnn)
Situazione disperata. E intanto la situazione diventa sempre più disperata con il passare delle ore. Secondo l’Onu, non è ancora possibile valutare la situazione reale provocata dal ciclone Nargis e ancora si vede solo “la punta del’iceberg”. “La situazione sul terreno è estremamente grave: vediamo solo la punta dell’iceberg e il bilancio (delle vittime) continua ad aumentare”, ha detto da Ginevra, Elisabeth Byrs, la portavoce dell’Ufficio per gli affari umanitari.
La mancanza di acqua potabile è diventata la maggiore minaccia sanitaria per i sopravvissuti alla tragedia. Il delta del fiume Irrawady è un’immensa palude nel quale i sopravvissuti si ammassano nei pochi villaggi rimasti in piedi o vagano da un luogo all’altro, nella speranza di trovare aiuto. Stamane e’ arrivato a Rangoon un aereo dell’Unicef con un carico di 3 milioni di pastiglie per la potabilizzazione di 5 milioni di litri di acqua contaminata, quella necessaria a 200.000 persone per una settimana. Nelle zone più colpite il 20 per cento dei bambini con meno di 5 anni ha la diarrea e i casi di paludismo stanno aumentando. In alcune aree ancora inondate dall’acqua del mare, le pastiglie saranno inutili e la gente si disseta bevendo dai fiumi e dalle lagune oppure acqua di cocco. E infatti già si registrano i primi casi di colera. Si calcola che siano oltre 600 i villaggi nella regione del delta spariti sotto l’onda di marea scatenata dal ciclone di sabato scorso. “Non c’è traccia di alcun villaggio lasciato in piedi là dove l’acqua si è ritirata”, ha detto una fonte militare dei soccorsi. “Adesso ci sono solo spazi aperti, vuoti. E migliaia di cadaveri in decomposizione nelle isole, nel villaggi e lungo le zone prospicienti il mare. E non c’è nessuno che possa cremare i corpi”.
Aiuti: il servizio di Ap
- Venerdì 9 Maggio 2008

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