Di Pino Bongiorno
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La sigla è Sa-18 mini-Sam. È l’ultima generazione di un sistema missilistico avanzato terra-aria, in grado di colpire fino a 6,2 chilometri e a un’altezza massima di 5 mila metri. È prodotto dalla società russa Kbm. A importare ufficialmente i mini-Sam è stata la Siria, con l’obbligo di non farli avere a “terze parti”. In realtà, dopo essere stati consegnati a Damasco nel dicembre 2007, sono finiti, già a partire da gennaio, negli arsenali dell’ala militare di Hezbollah, meglio nota come “resistenza islamica del Libano”. Trasportati a bordo di camion, che si sono mossi in convogli scortati, dalla valle della Bekaa fino ai villaggi del sud, nella zona interdetta dagli accordi internazionali delle Nazioni Unite, i missili sono stati nascosti nei bunker costruiti sotto le abitazioni, pronti a essere usati sia contro gli aerei israeliani che sorvolano il Libano sia contro gli elicotteri delle forze armate di Beirut.
I sistemi Sa-18 sono l’esempio più appariscente del riarmo di Hezbollah in grave violazione della risoluzione dell’Onu 1701, che ha posto fine alla guerra con Israele nell’estate 2006. “Il gruppo terroristico libanese ha raddoppiato il numero di razzi e missili a sua disposizione” ha accusato il ministro israeliano dei Trasporti Shaul Mofaz, già capo di stato maggiore delle forze armate, durante la sua recente visita a Washington. Incontrando il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, Mofaz ha sostenuto che “Hezbollah ha il controllo completo di tutto il sud del Libano”. E ha attaccato i caschi blu così come l’esercito di Beirut, con le sue quattro brigate schierate nella zona cuscinetto tra il fiume Litani e la linea blu del confine con lo stato ebraico: “La presenza dell’Unifil e dei soldati libanesi è insignificante e non costituisce un ostacolo al rafforzamento militare di Hezbollah”.
Dopo settimane di accuse anonime sui quotidiani israeliani, è la prima volta che un esponente del governo di Gerusalemme ufficializza il malcontento e le preoccupazioni dei vertici politici e militari sulla missione di pace guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano e composta da 13.291 soldati di 28 nazioni. Di questi, 2.141 sono italiani a presidio del settore occidentale delle operazioni, con base a Tibnin.
Che Hezbollah sia tornato a mostrare la sua faccia spavalda e feroce lo confermano diversi rappresentanti della maggioranza politica libanese (sunniti, cristiani e drusi), che non riesce a eleggere dal 24 novembre il presidente della repubblica per l’opposizione dei gruppi filosiriani.
Il ministro delle Telecomunicazioni Marwan Hamadeh ha rivelato che “Hezbollah ha ultimato la costruzione di una rete privata di comunicazioni da Beirut fino al confine israeliano”. “Sì, è vero” ha ammesso il parlamentare di Hezbollah, Hassan Fadlallah. “Questa rete telefonica fa parte del nostro arsenale e non permetteremo a nessuno di toccarla”.
Il leader druso Walid Jumblatt è andato oltre: “Siamo arrivati al punto che i miliziani libanesi controllano con telecamere segrete, poste nell’aeroporto di Beirut, il traffico dei jet privati dei nostri politici, probabilmente per assassinarli. Il capo della maggioranza, Saad Hariri, e io stesso siamo i bersagli prescelti”.
Di fronte a tante accuse, molto spesso provate, la domanda è: ha ancora senso la missione Unifil 2, così come è concepita? Non servirebbe forse rafforzarla e renderla più incisiva? Il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha già fatto sapere di voler ridiscutere le regole d’ingaggio disposte dal Palazzo di vetro. La questione sarà sollevata nelle prossime settimane al Consiglio di sicurezza, anche se è prevedibile l’opposizione di Russia e Cina a un mandato più forte in funzione anti Hezbollah, magari con la scusa che pure Israele viola le risoluzioni continuando, anzi intensificando progressivamente, i sorvoli aerei sul sud del Libano.
Un fatto però è certo: in queste condizioni l’Unifil 2 sembra non funzionare. Dovrebbe “liberare” l’area fra il Litani e la linea blu “da personale armato, assetti e armamenti che non siano quelli del governo libanese e dell’Unifil”, come detta la risoluzione 1701. Invece così non è.
La prova? Quel che è successo nella notte fra il 30 e il 31 marzo, quando una pattuglia del contingente italiano ha fermato un camion pieno dei mini-Sam nei pressi di Jbal Al Botm, nella parte meridionale del distretto di Tiro, senza però riuscire a sequestrarlo per il tempestivo intervento di due gruppi di guerriglieri di Hezbollah, che scortavano il convoglio.
L’incidente è stato fugacemente denunciato nel settimo rapporto del segretario dell’Onu Ban Ki-moon, che ha messo sul banco degli imputati Siria e Iran per “il sostegno fornito a Hezbollah”. In tal modo, ha aggiunto il diplomatico sudcoreano, l’organizzazione continua a mantenere “una capacità paramilitare in grado di sfidare il monopolio del governo libanese sull’uso legittimo della forza”. In realtà, come Panorama è in grado di rivelare, quell’incontro ravvicinato fra una pattuglia italiana e i miliziani sciiti non è stato l’unico da gennaio a oggi.
In un rapporto al ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, lo stesso generale Graziano, pur non parlando mai di Hezbollah, ma più genericamente di “uomini armati”, ha svelato che ci sono stati altri due incidenti, senza però entrare nel merito. E il generale della Brigata Ariete, Paolo Ruggiero, il quale ha appena ultimato il periodo di comando a Tibnin, ha raccontato che, se da un lato i soldati italiani sono riusciti a scovare 248 bunker e vari depositi di armi, dall’altro “tutte le nostre attività sono costantemente monitorate dai servizi di vedetta, a piedi o in motorino”. Segnale chiaro che Hezbollah si prepara davvero alla prossima guerra con Israele, a dispetto della presenza dei caschi blu e dei soldati regolari libanesi.
“La missione Unifil 2 è strategica per il nostro Paese” ribadisce Andrea Margelletti, presidente del Centro di studi internazionali, di ritorno dal Libano. “Non solo perché abbiamo un ruolo leader nel Mediterraneo, ma anche perché abbiamo una notevole capacità di manovra politica, cosa che non succede, per esempio, in Afghanistan”. Anche Parisi difende con vigore l’iniziativa assunta dal governo Prodi nel 2006. Ma, in un’intervista a Panorama, precisa: “Se il nuovo governo intende chiedere la modifica del mandato, è meglio che abbandoni il discorso ozioso sulle regole d’ingaggio e ci dica cosa intende fare. Penso che la linea seguita finora sia adeguata. Ma non è detto che non possano esserci idee migliori. Se le proposte terranno insieme l’interesse della pace, quello nazionale e la sicurezza dei nostri militari nel perseguimento della missione, le valuteremo senza pregiudizi”.
- Sabato 10 Maggio 2008



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