George W. ne ha fatto un’arte chiamata Bushims: è l’arte di fare gaffes. Un solo esempio, tra tanti. Ricordate quando nel 2001 diede dell’oca al primo ministro spagnolo chiamandolo Ansar, in castigliano, oca, appunto, invece che Aznar? Josè MarÃa incassò con nonchalance. La storia e la cronaca politica americana è piena di presidenti in carica, o candidati alla Casa Bianca, autori di clamorosi infortuni verbali. Pochi ne sono esenti, e anche le primarie 2008 ci hanno regalato delle vere e proprie chicche. Primo, in questa speciale classifica, è Barack Obama. Una “gaffes machine”, secondo diversi blogger e siti specializzati. Pochi giorni fa, in Oregon, durante un discorso ha affermato di “avere viaggiato in ogni angolo degli Stati Uniti, in tutti i 57 stati…“, scordandosi che sono solo 50 quelli che compongono gli Usa.
Obama visita 57 Stati americani
Qualche settimana prima, Obama ha voluto ricordare le 10mila vittime del tornado che aveva colpito il Kansas. In realtà , le vittime sono state, per fortuna, soltanto 12. In questi casi, probabilmente, la colpa è della stanchezza provocata da una competizione senza respiro. Ma le gaffes hanno anche origini più profonde e servono a comprendere il grado di affidabilità e conoscenza di un candidato. Così, quando Obama, rispondendo a una domanda sulla guerra al terrorismo e commentando la mancanza di traduttori sul campo, ha detto che è “difficile spostarli dall’Iraq all’Afghanistan” ha fatto intuire di non sapere che a Baghdad si parla arabo e a Kabul pashtun o farsi, o altre lingue di origine non araba. Se Hillary “prima della classe” Clinton ha fatto un grosso scivolone politico quando ha voluto ridimensionare il ruolo di Martin Luther King nella battaglia per i diritti civili, il candidato repubblicano John MacCain ha avuto un solo enorme sbandamento. Quando ha confuso sciiti con sunniti, dicendo che “bisogna cacciare Al Qaeda dall’Iraq e rimandarlo in Iran“.
McCain vuole ricacciare Al Qaeda in Iran
Una gaffe di politica estera innocente se si pensa a quella che fece Gerald Ford nella campagna elettorale del 1978, durante un dibattito televisivo contro il suo rivale democratico Jimmy Carter. Un giornalista fece una domanda sull’accordo di Helsinki con l’Unione Sovietica. Per difendere la politica di dialogo con Mosca, il successore di Nixon disse: “Non c’è’ dominazione sovietica sull’Europa dell’Est. E non ci sarà mai sotto un’amministrazione Ford“. Ma, il presidente si scavò la fossa da solo quando, alla replica del cronista, ribatté affermando che non credeva che “i polacchi si sentissero sotto il tallone dei sovietici”. Chi entrò alla Casa Bianca quell’anno fu, si sa, Jimmy Carter. Il quale, nel 1976, si era reso protagonista di un piccolo scandalo quando diede un’intervista alla rivista Playboy, confessando di aver “guardato a molte donne con lussuria e di aver commesso adulterio nel mio cuore molte volte“. Un’uscita ardita, in una paese dove le abitudini sessuali rischiavano - come insegna il caso Gary Hart - di chiudere o aprire le porte della Casa Bianca a qualsiasi candidato.
Per screditare Obama, Hillary scredita Martin Luther King
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- Sabato 24 Maggio 2008


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