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Archivio di Maggio, 2008

Afghanistan: perché dopo i caveat l’Italia deve cambiare le regole d’ingaggio

OkNotizie

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  • Tags: Afghanistan, caveat, Isaf, kabul, Nato, regole-di-ingaggio, talebani
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Alpini in Afghanistan

L’acceso dibattito degli ultimi giorni intorno alla modifica dei caveat che limitano l’impiego delle truppe italiane in Afghanistan nasconde in realtà un’altra questione spinosa: quella del conseguente cambiamento delle regole d’ingaggio applicate dal nostro contingente.

Caveat e regole d’ingaggio. Si tratta infatti di due aspetti diversi anche se tra loro strettamente legati. I caveat sono i limiti imposti dalla politica all’utilizzo dei contingenti militari. Uno dei più importanti tra quelli finora adottati dall’Italia in Afghanistan riguarda i tempi di risposta alle richieste alleate di supporto in settori diversi da quelli presidiati dagli italiani nell’ovest afghano e a Kabul.
Finora Roma si prende ben 72 ore per rispondere agli alleati, un tempo volutamente eccessivo per le esigenze operative che infatti ha impedito l’invio di truppe e mezzi italiani in aiuto ai britannici nella provincia di Helmand che confina con il settore occidentale a comando italiano.

Le regole d’ingaggio definiscono in quali condizioni e con quali modalità i soldati possano aprire il fuoco contro i talebani. Alcuni paesi che aderiscono all’Isaf applicano già da due anni le Roe (Rules of Engagement) che consentono di attaccare preventivamente i talebani mentre Italia, Germania, Spagna e altri paesi non consentono ai propri soldati di condurre azioni offensive.

Risposta da 72 a 6 ore. Abbreviando i tempi di risposta italiani alle richieste alleate a sole sei ore le truppe italiane si rendono disponibili ad essere impiegate anche in settori diversi. In pratica significa appoggiare britannici, canadesi, olandesi, americani e australiani che nel sud conducono azioni belliche e offensive. Il comando inglese non chiederà certo il supporto italiano per distribuire viveri e giocattoli a orfani e vedove ma più probabilmente sarà interessato a poter contare sulle forze speciali della Task Force 45, sugli elicotteri da attacco Mangusta o sui fanti aeromobili della Brigata Friuli oggi schierati tra Herat e Farah.

Per questo modificare i caveat per consentire ai nostri soldati di affiancare gli alleati che la guerra contro i talebani la combattono per davvero significa che il nostro contingente dovrebbe adottare, per coerenza pratica, regole d’ingaggio “combat” simili a quelle degli anglo-americani. Roe (Rules of Engagement) che consentiranno innanzitutto ai nostri soldati di partecipare direttamente alle operazioni contro i talebani anche nel nostro settore dove la caccia ai jihadisti viene finora effettuata dalle truppe afghane e dagli americani dell’operazione Enduring Freedom. Del resto tra Shindand e Farah, i punti più critici del Regional Command West guidato dal generale Francesco Arena, la situazione sta peggiorando rapidamente con attacchi ai comandi di polizia, attentati suicidi nei mercati e bombe stradali che ieri hanno ucciso 8 civili nel distretto di Delaram. Un attentato che cade a soli due giorni dall’attacco mortale che ha ucciso un militare americano e due afghani nel distretto di Bala Buluk durante un combattimento nel quale sono morti anche 15 talebani.
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Afghanistan: l’Italia si dichiara disponibile a un impiego più flessibile dei nostri uomini, anche nelle zone calde. Siete d’accordo?
  • gianandrea gaiani
  • Mercoledì 28 Maggio 2008

Diritti umani: se l’Europa predica bene e razzola male

OkNotizie

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  • Tags: Amnesty International, Cina, darfur, diritti-umani, immigrati, Myanmar, rendition, rom
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Immigrati clandestini a Lampedusa

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo compie 60 anni, ma se li porta piuttosto male secondo Amnesty International, che nel suo rapporto annuale 2008 snocciola i fallimenti accumulati dai governi nel garantire il rispetto di quanto sancito in quel documento e invita i leader mondiali a chiedere scusa. Per le torture, i maltrattamenti, la repressione del dissenso, le limitazioni alla libertà di espressione. Tra le crisi più gravi Amnesty identifica, il conflitto in corso nel Darfur, la situazione nella striscia di Gaza, le violenze nello Zimbabwe, gli scontri in Iraq e le atrocità commesse dalla giunta in Myanmar (ex Birmania). Punta il dito contro la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, ma non risparmia il vecchio continente che pure ha dato vita nell’immediato dopo guerra al primo organismo per la protezione dei diritti umani, il Consiglio d’Europa, e che ancora oggi mostra preoccupanti lacune nella tutela dei più deboli. In particolare di quelli che scappano dai paesi a rischio e premono alle porte dell’Ue. “L’Europa continua a rappresentare una calamita per quanti tentano di fuggire da persecuzioni, violenze o povertà” dice il rapporto “ma il continente continua a deluderli adottando approcci repressivi verso l’immigrazione irregolare. Uomini, donne e bambini si sono visti negare l’accesso alle procedure per la richiesta di asilo; alcuni sono stati detenuti illegalmente, mentre ad altri sono state negate le informazioni e l’assistenza legale necessarie. Molti sono stati espulsi illegalmente prima che le loro domande fossero adeguatamente esaminate, mentre altri sono stati mandati in paesi dove erano a rischio di violazioni dei diritti umani”.

Diritto d’asilo e immigrazione. Nuove leggi in Belgio, Francia e Svizzera hanno limitato ulteriormente i diritti di richiedenti asilo e migranti. Amnesty International è molto dura anche nei confronti delle restrizioni al soggiorno degli stranieri imposte dal governo Prodi nel novembre dell’anno scorso, e soprattutto punta il dito contro l’inasprimento annunciato dall’attuale esecutivo che vuole introdurre il reato di immigrazione clandestina e prolungare fino a 18 mesi la detenzione degli immigrati nei centri di prima accoglienza.

Rom senza diritti. In Europa sono ancora diffuse le discriminazioni nei confronti della minoranza rom, esclusa dalla vita pubblica e anche dal pieno accesso ad alcuni diritti fondamentali come l’abitazione, il lavoro e i servizi sanitari. Ma è per l’Italia che Amnesty lancia l’allarme xenofobia: gli attacchi ai campi nomadi da Appignano (Ascoli Piceno) nel 2007 fino ai recenti roghi di Ponticelli (Napoli), gli assalti agli immigrati, come il recentissimo caso del Pigneto a Roma, e in particolare alcune dichiarazioni di intolleranza da parte di politici locali e nazionali rischia di alimentare un clima d’odio e caccia alle streghe. Preoccupazione raccolta da molti altri organismi: l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati , l’Assemblea parlamentare del consiglio d’Europa, l’Ufficio per i diritti umani dell’Osce

Emergenzialismo anti-terrorismo. Il capitolo più nero secondo Amnesty, resta quello della lotta al terrorismo in nome della quale molti stati hanno abdicato alla salvaguardia dei diritti che si erano volontariamente impegnati a difendere sottoscrivendo accordi multilaterali. “Uno dei casi più eclatanti è stato quello delle rendition” denuncia il rapporto. “Le prove emerse nel corso del 2007 hanno cancellato ogni dubbio sulla complicità degli stati europei nel programma di detenzioni segrete e illegali messo in atto dagli Stati Uniti. È stata anche accertata la connivenza dei governi nei casi di trasferimenti illegali di persone verso paesi stranieri, di sparizioni forzate e di tortura e altre forme di maltrattamenti”. Spesso lacune nelle leggi nazionali hanno reso più facili per i servizi di intelligence compiere azioni illegali alle quali molti paesi europei hanno risposto con il silenzio o con l’inerzia. Il rapporto cita ancora l’Italia, e la Gran Bretagna per alcuni casi di espulsioni di soggetti, ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale, verso stati dove i diritti umani sono calpestati. Provvedimenti bocciati dalle corti nazionali, e dalla corte europea dei diritti umani, come nel caso del tunisino Nassim Saadi che il nostro Paese voleva rimpatriare, nonostante in base alle relazioni di Amnesty e Human Rights Watch vi fosse il rischio che venisse sottoposto a tortura.

La violenza contro le donne è un flagello mondiale

Violenze sulle donne. Fa meno clamore, ma non per questo è meno grave, un altro aspetto dell’emergenza sottolineata nel rapporto: la violenza sulle donne, in particolare quella che avviene tra le mura di casa. Che si è manifestata “attraverso abusi verbali, psicologici, sessuali e di altro tipo, dipendenza economica e omicidi” afferma Amnesty. “Soltanto un’esigua percentuale di donne hanno avuto il coraggio di denunciare i loro aguzzini, dissuase dalla paura del proprio partner, dal timore di recare vergogna alla famiglia, dall’insicurezza economica; dalla mancanza di case protette o altre misure concrete come ordinanze di restrizione finalizzate a garantire l’incolumità a loro e ai loro figli”. La principale ragione del silenzio delle vittime, rimane, però, la diffusa impunità goduta dai responsabili delle violenze. E se Amnesty sottolinea con favore l’introduzione di nuove norme contro la violenza domestica, ancora molto rimane da fare, soprattutto per le immigrate, costrette troppo spesso a subire due volte: come straniere, dallo status incerto, e come donne.

Tutte le promesse mancate dei governi: il VIDEO-servizio

  • froiatti
  • Mercoledì 28 Maggio 2008

Diritti umani: Amnesty non fa sconti a Pechino

OkNotizie

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  • Tags: Amnesty International, Cina, dichiarazione-dei-diritti-delluomo, diritti-umani, Iran, Stati Uniti
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La repressione cinese in Tibet

La Cina torna sul banco degli imputati per le violazioni di diritti umani: nel suo ultimo rapporto Amnesty international non fa sconti alla nazione che ospiterà i Giochi Olimpici. L’anno scorso sono state eseguite 470 sentenze capitali e duemila i condannati a morte. Pechino è criticata per il programma di “rieducazione attraverso il lavoro”: sarebbero almeno 300mila le persone arrestate e condannate senza un processo a lavorare nei laojiao. L’associazione basata a Londra ricorda le discriminazioni contro alcune minoranze etniche (Uiguri e Tibetani) e religiose (la setta Falun Gong e i cristiani clandestini, circa due milioni). E la Cina finisce sotto accusa per l’esportazione di armi verso il Sudan, lo Zimbabwe e la Birmania.

Alcuni casi di membri del Falun Gong torturati in Cina



Stati Uniti e Iran. Amnesty non risparmia critiche nemmeno agli Stati Uniti: se da un lato continua la detenzione illegale di prigionieri a Guantanamo (lo scorso dicembre il direttore della Cia, Michael Hayden, ha ammesso di aver distrutto le videocassette con le registrazioni degli interrogatori), dall’altro l’organizzazione non governativa rimprovera agli Usa il supporto al presidente del Pakistan, Pervez Musharraf, durante le ultime elezioni. Nel 2007 sono state almeno 317 le esecuzioni capitali in Iran, al secondo posto al mondo per numero di persone messe a morte dopo la Cina: nella Repubblica islamica attendono di essere impiccati nelle carceri cento minorenni o giovani che erano minorenni all’epoca dei delitti commessi. A dirlo è l’avvocato Mohammad Mostafai, difensore di venti tra i condannati. Nei giorni scorsi la presidenza di turno slovena dell’Unione europea aveva reso noti i casi di Shojai e Jazi, chiedendo alle autorità iraniane di sospendere le loro esecuzioni. Entrambi sono stati condannati a morte per avere ucciso a coltellate altri ragazzi durante una rissa, quando avevano 17 anni.

Alcune immagini dal film di Michael Moore Sicko: il regista si avvicina alla base di Guantanamo

Nell’ultimo rapporto Amnesty “mette alla prova” la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo, eppure “nella prima metà del 2007 circa 250 donne sono state uccise eda mariti violenti o familiari in Egitto, dove in media due donne sono state stuprate ogni ora”, ricorda l’ong di Londra. “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti” dice il quinto articolo: le torture continuano in 81 nazioni.

  • redazione
  • Mercoledì 28 Maggio 2008

Nasce a Marrakech il primo night club in salsa coranica

OkNotizie

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  • Tags: danzatrici-del-ventre, Islam, marrakech, night-club
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Cairo, belly dancers

Le follie di Marrakech hanno il sapore di un bacio casto sulla guancia, le fattezze di corpi femminili stretti in lingerie sexy ma non trasparente, in vestiti ricoperti da lustrini e paillettes ma privi di spacchi vertiginosi. “Les folies du Marrakech” è il nome del primo night club, in tutto il Marocco, compatibile con i precetti dell’Islam. A farsi pioniere di un’esperienza unica nel suo genere, un francese, Claude Thomas, 49 anni, con una lunga esperienza alle spalle in fatto di locali notturni e cabaret.

100 per cento marocchino. Negli ultimi 15 anni ha organizzato spettacoli musicali prima nel nord-est della Francia, a Lille, poi in Giappone, Canada, Reno e infine Las Vegas. Fino a quando non ha pensato che la nuova “città dei balocchi” poteva essere un posto dove è il proibito a definire gli spazi del desiderio. “È la prima volta - spiega - che mi capita di avere così tante belle ragazze con un bel fisico e non poterle far esibire come vorrei. Tutto nasce per fare un cabaret in stile musulmano. Lo scopo è di avere un risultato finale che sia al 100 per cento marocchino, ma anche al 100 per cento stile folies”. “Questo non è il Moulin Rouge perché non siamo a Parigi - prosegue l’imprenditore - non è il Cirque du Soleil perché non siamo a Las Vegas, ma anche qui cerco di offrire un sogno nel rispetto della cultura di questo Paese”.

L’avventura in terra islamica è iniziata due anni fa, quando Claude ha deciso di vendere il proprio locale in Francia e partire alla volta del Marocco seguendo i consigli del consolato a Lille: più saggio chiamare il futuro locale “music hall” al posto di un più audace cabaret. Insieme al cugino, Thomas ha acquistato cinque ettari di terreno e ha costruito una sala di duemila metri quadri capace di ospitare 1.100 persone al prezzo di 50 euro cena inclusa. Lo show dura un’ora e mezza: 90 minuti fatti di sogni ad occhi aperti, di magia, musica e danza, non senza momenti comici. Ma tutto nel rispetto dell’Islam: le mosse, gli atteggiamenti, tutto è studiato per non superare quella sottile linea che divide il lecito dall’illecito. “Un giorno, durante le prove - racconta il coreografo canadese Santiago Martinez che ha dovuto adattare le sue coreografie al nuovo tipo di ambiente - ho chiesto alle ballerine di alzare le braccia e di incrociarle sopra la testa. Si sono rifiutate dicendo che il gesto assomigliava troppo alla croce”. Thomas ha fatto 300 provini in tutto il Paese selezionando alla fine 47 persone, 12 delle quali ragazze di età compresa fra i 17 e i 32 anni, “provenienti dalla borghesia di Casablanca come alle strade di Rabat”.

Danzatrici del ventre

  • tiziana.prezzo
  • Mercoledì 28 Maggio 2008

Minacce nucleari, si avvicina l’ora dell’attacco a Teheran

OkNotizie

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  • Tags: globalsecurity.org, Iran, john-pike, Mahmoud Ahmadinejad, Teheran
  • 5 commenti

L'ex ambasciata americana

Sui giornali israeliani il tam tam è sempre più forte: gli Usa bombarderanno l’Iran per evitare che Teheran possa sviluppare la bomba atomica. Una delle tesi più accreditate è quella lanciata pochi giorni fa dal quotidiano Jerusalem Post secondo cui George W. Bush darà l’ordine di attaccare Teheran prima di terminare il suo mandato. Da tempo anche importanti analisti arabi scommettono sul blitz tra luglio e settembre. Il presidente americano, in un’intervista rilasciata settimana scorsa, al termine del suo secondo recente viaggio in Medioriente, ha ribadito la volontà di perseguire la strada diplomatica, ma ha anche specificato che con gli ayatollah l’opzione militare è ancora sul tavolo. Una scelta, questa, che avrebbe l’appoggio anche del candidato repubblicano John Mccain, che alcuni mesi fa, in un comizio elettorale, diede luce verde al bombardamento su Teheran.

Il comizio di McCain

La parola all’esperto. “Io sono abbastanza sorpreso del fatto che non ci sia ancora stato”, spiega a Panorama.it John Pike, uno dei più quotati esperti militari statunitensi, già direttore di GlobalSecurity.org, fondata nel 2000 e nota come uno dei più autorevoli think tank indipendenti sulle questione geo-strategiche e di intelligence. Dal suo osservatorio di Alexsandria, Virginia, Pike sembra scommettere non sul se, ma solo su quando verrà lanciato l’attacco. “Mi chiede quali politiche si possono adottare con Teheran? Si può far finta che gli iraniani non vogliano costruire la bomba atomica. Oppure accettare il fatto che tra poco l’avranno”. Traduzione: si può prevedere qualche altro sforzo diplomatico, ma il blitz è qualcosa di più di un’ipotesi. I piani militari del resto sono già pronti. Tra Iraq e Golfo Persico, gli Usa dispongono già delle forze sufficienti per colpire. L’elenco degli obiettivi è stato stilato da tempo. Nel mirino ci sono la centrale nucleare da 1000 mega-watt di Bushehr, le strutture di Nataz e Arak. Ma, come è trapelato nei mesi scorsi, i missili e gli aerei che partiranno dalle portaerei e dalle basi del Golfo potrebbe essere diretti anche contro alcuni bersagli militari convenzionali, come le caserme delle Guardia Rivoluzionaria Islamica, i Pasdaran.

Strike di poche ore. “Non ci saranno segnali che ci indicheranno che l’attacco è vicino” dice ancora John Pike. “Semplicemente, un giorno ci alzeremo e sapremo che sarà stato fatto”. Secondo il direttore di GlobalSecurity.org, non sarà una campagna aerea di giorni, ma uno strike di poche ore. Un’operazione chirurgica e limitata accompagnata da un chiaro messaggio alle autorità di Teheran: nessuna ritorsione oppure colpiremo altri obiettivi. E cioè: la Casa Bianca non punta certo ad un’escalation, ma è disposta ad affrontarla. Anche perché questa minaccia potrebbe evitare possibili ripercussioni politiche e militari nel vicino Iraq, a maggioranza sciita. “Non possiamo farci molte illusioni. Gli Usa e Israele sono convinti che gli Ayathollah vogliano la bomba atomica. Se non saranno gli Stati Uniti a colpire, lo faranno gli israeliani. Nessuno crede in una soluzione diplomatica”. Di questo avrebbe parlato George W. Bush nelle sue recenti visite in Israele e in Arabia Saudita. Ottenendo luce verde anche da parte araba. L’ascesa dell’Iran come potenza nucleare fa molta paura anche ai governi sunniti della regione.

Ahmadinejad sulla tv iraniana

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 28 Maggio 2008

Francia: Tv pubblica senza spot

OkNotizie

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  • Tags: France-Télévisions, francia, nicolas sarkozy
  • 2 commenti

Carla Bruni, Nicolas Sarkozy e Thabo Mbeki, presidente sudafricano

Tv pubblica senza spot? In Francia si può, anzi si deve. Il presidente Nicolas Sarkozy ha deciso, nel gennaio scorso, che la televisione di Stato dovrà presto fare a meno della pubblicità. Detto, fatto. I “consigli per gli acquisti” spariranno dalla programmazione serale dal 1° settembre 2009 e saranno soppressi del tutto dal 1° gennaio 2012. France Télévisions, l’azienda pubblica che gestisce 5 canali, tra cui France 2 e France 3, perderà così 800 milioni di euro l’anno. Per compensare i mancati introiti, sono possibili tre soluzioni. Le ha proposte qualche giorno fa l’apposita “commissione Copé”, creata per studiare la questione.

Gli scenari. La prima ipotesi prevede l’aumento del canone (che attualmente in Francia è di 116 euro l’anno). La seconda, caldeggiata dal gruppo di esperti, passa attraverso il drenaggio delle risorse dalla radio verso la tv e contemporaneamente l’imposizione di una tassa supplementare ai gestori di servizi internet e di telefonia mobile e una sui maggiori introiti delle tv commerciali. Infine, c’è l’ipotesi di introdurre una nuova tassa sull’acquisto di generi di elettronica di largo consumo.

È evidente che le maggiori reti private beneficeranno della scomparsa degli spot dalle reti di France Télévisions. In particolare, gli inserzionisti si riverseranno su TF1, la principale tv commerciale, il cui proprietario, Martin Bouygues, è un grande amico di Sarkozy. Il provvedimento del presidente ha sollevato grandi polemiche e alcuni giornali hanno addirittura ipotizzato che sia stato suggerito direttamente da Bouygues, che possiede anche la terza rete di telefonia mobile del Paese. Qualcuno lo definisce conflitto d’interessi “alla francese”.

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E’ giusto eliminare gli spot dalla tv pubblica?
  • eri garuti
  • Martedì 27 Maggio 2008

Abusi sui bambini: quando l’orco è un operatore umanitario

OkNotizie

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  • Tags: caschi-blu, Costa-dAvorio, Haiti, Nazioni-Unite, ong, operatori-umanitari, peacekeepers, sudan
  • Un commento

Bambini intorno a un soldato dell' ONU

I più piccoli hanno appena 6 anni, le più a rischio sono le ragazzine di 14-15 anni, ma neppure i loro coetanei hanno scampo. Spesso orfani, senza più nessuno che si preoccupi per loro o un posto dove vivere. Come quella giovanissima di Haiti che dormiva per strada quando “un gruppo di persone ha deciso di guadagnare qualcosa portandola a un uomo che lavora per un’organizzazione internazionale” ha raccontato un testimone teen ager. “L’uomo ha dato alla ragazza un dollaro e lei era felice di avere del denaro. Erano le due del mattino. Lui l’ha presa e l’ha stuprata. Il giorno dopo lei non riusciva neppure a camminare”.

Il rapporto di Save the Children. Queste parole crude, che svelano un orrore insopportabile sono state raccolte da Save the Children (leggi il rapporto), l’Ong che si batte per i diritti dei bambini. Per mesi il personale dell’organizzazione ha visitato il paese centramericano, la Costa d’Avorio e il sud del Sudan incontrando bimbi e adolescenti, ponendo domande difficili, ascoltando storie sulle mostruosità commesse da chi quelle piccole vite avrebbe dovuto proteggerle: caschi blu, personale dell’Onu, membri locali e stranieri delle ong, senza differenze di incarico e a volte di sesso. Sono coinvolti autisti, educatori, soldati e dirigenti, soprattutto uomini, ma anche donne.

Il tema degli abusi, cui la Bbc online ha dedicato oggi l’articolo di apertura, è riassunto in un rapporto dal titolo emblematico, Nessuno a cui dirlo. Perché accanto alle dimensioni sconcertanti del fenomeno, l’aspetto più odioso emerso da questa indagine è proprio il silenzio cui le vittime sono condannate per paura di non essere credute, di subire ritorsioni, di portare per sempre lo stigma della comunità, ma soprattutto di perdere i regali che gli aguzzini “umanitari” offrono come ricompensa per il sesso: “Sta usando quella ragazza, ma senza di lui lei non mangerebbe” confessa una giovanissima ivoriana.

Difficile ribellarsi. Nei paesi poveri, sconvolti da recenti guerre, molte famiglie, gruppi di rifugiati, villaggi interi e soprattutto bambini soli dipendono dalle organizzazioni umanitarie per la loro sicurezza, il cibo, tutto. Per questo ribellarsi contro gli aguzzini travestiti da salvatori può rivelarsi impossibile. “La gente non denuncia gli abusi perché teme che le agenzie smettano di lavorare qui e noi abbiamo bisogno di loro” riassume con spietata lucidità un ragazzo sudanese. “A chi dovremmo dirlo?” si chiede disperato un coetaneo di Haiti. “I poliziotti sono spaventati dai peacekeeper e non possono fare niente e poi ho sentito che anche la polizia fa queste cose”.

L’inferno è fatto di parole e gesti sconci, orribili lusinghe e violenze. Il 65 per cento degli intervistati ha identificato i commenti pesanti come il più frequente degli abusi di cui si macchia il personale umanitario, il 55 per cento ha riportato storie, soprattutto di ragazzine indotte a fare sesso in cambio di qualcosa da mangiare, del sapone e (raramente) beni di lusso come telefonini. Spinte a volte dagli stessi compagni di giochi che i mostri hanno trasformato in complici: “Tutti noi lavoriamo nel campo militare sin da quando i primi uomini sono arrivati qui nel 2003″ spiegano tre quattordicenni della Costa d’Avorio. “Vendiamo sculture e gioielli per dare una mano alle nostre famiglie. Se ci sono altre cose che vogliono e non ne possono parlare di fronte ad altre persone, ci invitano nelle loro stanze e lì chiedono ogni tipo di favore. A volte ci domandano di procurare loro delle ragazze, della nostra età. Spesso gruppi di otto o dieci uomini si dividono tra loro due o tre ragazze. Quando abbiamo provato a consigliare quelle più grandi, hanno rifiutato, le vogliono della nostra età. Alla fine abbiamo trovato alcune che l’avevano già fatto ed erano contente per i regali che venivano loro promessi. Lo sappiamo che è una cosa cattiva” concludono. “Ma così riusciamo a trarne dei profitti: soldi, ma anche magliette, orologi e scarpe da tennis”.

Meno frequente (30 per cento) ma anche più temuta la violenza sessuale da parte di singoli e gruppi. “Ogni tanto i militari vengono qui e stanno in un accampamento locale, che si trova vicino a una pompa dove vanno a prendere l’acqua anche le ragazze del villaggio” ha spiegato un teen ager del Sudan. “Questi uomini le chiamano e le portano nei loro alloggi. Una di loro è rimasta incinta e poi è scomparsa. E’ successo nel 2007 e ancora non sappiamo che fine abbia fatto”.

Organizzazioni coinvolte. Tuttavia i risultati dell’inchiesta di Save the Children squarciano il velo su un’emergenza che sfugge quasi completamente alle statistiche ufficiali: poche agenzie dell’Onu e praticamente nessuna grande Ong raccoglie e soprattutto pubblica dati su questo fenomeno. Tra il 2004 e il 2006 il dipartimento cui fanno capo i caschi blu (Dpko), che sono risultati i più coinvolti nei casi di abusi, ha rilevato 112 episodi, il Programma alimentare mondiale 2, l’Alto commissariato per i rifugiati 3 e i Volontari delle Nazioni unite 5. Neppure Save the children è immune e nel 2007 ha indagato su 15 casi, di cui sette riguardano accuse contro partner e otto contro il personale della stessa organizzazione, tre delle quali risultate infondate.

L’accaduto ha comunque portato, scrive l’Ong nel rapporto a un rafforzamento delle procedure di controllo interne. “Nonostante le dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali, il nostro rapporto documenta come gli abusi nei confronti dei minori continuino” commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, “e soprattutto ci lascia intendere che per ogni caso identificato ce ne siano probabilmente molti che rimangono nascosti o sconosciuti”. Che fare? Save the Children chiede all’Onu di far sì che nei paesi dove è forte la presenza di personale internazionale, sia reso più facile ai piccoli e alle loro famiglie riportare i casi di violenze e soprattutto che siano prese misure rapide nei confronti di chi le commette. Suggerisce infine la creazione di un super “cane da guardia” globale che tenga sotto controllo gli sforzi compiuti dalle agenzie e dalle ong internazionali per contrastare gli abusi.

Scandali sessuali e peacekeepers: conferenza Onu 2007

Il VIDEO servizio:

  • froiatti
  • Martedì 27 Maggio 2008

Pechino 2008: famiglie e medaglie

OkNotizie

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  • Tags: Cina, Olimpiadi Pechino 2008, olimpiadi-2008
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Andrew Howe

Di Fabrizio Paladini, foto di Maki Galiberti - Guarda la GALLERY con le storie degli atleti

Macché fiaccola, macché Tibet. Più che la tunica rosso porpora dei monaci buddisti è il nuovo costume della Speedo a tenere banco. È questo che agita e fa litigare i dirigenti delle varie squadre. Quelli che lo indosseranno per contratto e quelli che invece dovranno gettarsi in piscina con i costumi Adidas o Arena, sperando che nel frattempo la tecnologia produca qualcosa di più scivoloso, di più galleggiante, che possa tenere il passo dei rivali americani. Un esempio? Il nostro Filippo Magnini (sponsor tecnico Arena) lo ha indossato di soppiatto per una prova in vasca corta. Cinquanta metri stile libero in 21 secondi e 8 con lo Speedo contro il suo 22”7.

Ci sono le foto di questa specie di tuta spaziale nell’acqua con zavorre varie: niente, lo Speedo non affonda, ma la federazione internazionale ha dato il suo ok (va’ a capire se soltanto per disinteressate ragioni) e ora le altre aziende di abbigliamento devono rispondere in tempi brevissimi. A Pechino la squadra italiana sarà più o meno di 320 atleti. Obiettivo: una trentina di medaglie per bissare le ottime edizioni di Atene 2004 e Sydney 2000. Ma stavolta la Cina toglierà a tutti: per la prima volta dovrebbe vincere il medagliere, scavalcare gli Stati Uniti, trionfare nella veste di paese organizzatore e paese conquistatore, di potenza nuova dalla forza devastante. Non solo pil, dunque, non solo città costruite in una notte, ma anche sport, vetrina mondiale per avvicendare il velocista di colore, il ciclista italiano, il nuotatore australiano, la ginnasta romena con nuova grazia e potenza orientali. Gli italiani stanno arrivando. C’è chi si prepara da anni, chi ha ottenuto l’insperato passi l’altro ieri ad appena un’ottantina di giorni dal via. Il Coni per la prima volta ha ceduto il marchio Casa Italia a una società di marketing americana, la Octagon, che per 3 anni darà al nostro sport 12 milioni di euro. Gli sponsor penseranno al guadagno. Sarà l’Olimpiade del business e dello sponsor estremo, del costume spaziale e della ipertecnologia made in China. Ma sarà anche e sempre l’Olimpiade degli atleti, del cuore di mamma, del «vinci per noi». Ecco qualche nostro campione ritratto in famiglia perché la pasta al forno, in fondo, rende più di microfibra e titanio.

  • redazione
  • Lunedì 26 Maggio 2008
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