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Egitto, la nascita del nuovo regno - SPECIALE CON PANORAMA
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Archivio di Giugno, 2008

Il malcontento della gente del Cairo, dove anche il pane è un lusso

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  • Tags: aumento, cairo, Egitto, pane
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EGI2_Silvia Dogliani

L’associazione dei fornai libanesi ha annunciato ieri l’aumento con effetto immediato del prezzo del pane, per un valore del 30 per cento.
Oggi a Beirut numerosi forni hanno aumentato il costo di un pacco di pane (circa 1.250 grammi) da 1.500 lire libanesi a 2.000 (da circa 0,75 centesimi a un euro).
Nelle settimane scorse un giornalista della televisione Al Jazeera è stato bloccato davanti ad un forno del Cairo mentre riprendeva le code e annotava le lamentele della gente.
Mustafa, il proprietario di quel forno, non ci vuole parlare, perché ha paura. Dopo questo episodio ha ricevuto un’ispezione da parte della polizia locale. Adesso ha il divieto di rilasciare interviste. Ovviamente il video in questione è stato sequestrato e il servizio non è andato in onda.
Anche in Egitto nell’ultimo anno il prezzo del pane è aumentato del 50 per cento, scatenando malcontento e sommosse. A questi si sono aggiunti il fallimento del vertice Fao e ulteriori proteste contro l’aumento dei prezzi della farina e la scarsità del pane.
Siamo andati ad Imbaba, uno dei quartieri più poveri del Cairo, per parlare con la gente comune e ascoltare anche la loro versione.
Su oltre 20 milioni di abitanti che popolano la capitale egiziana, 6 di questi vivono ad Imbaba, un distretto nato con la grande migrazione della fine degli anni ’70. I contrasti con Zamalek, il quartiere residenziale confinante tra i più eleganti della città, sono evidenti, ma la cordialità e la curiosità della gente rimane un elemento comune.
“Mi ritengo fortunata, perché io e la mia famiglia non abbiamo sofferto così tanto per l’aumento del prezzo del pane” ci dice Rehab, una giovane studentessa. “I poveri sono quelli penalizzati e i fornai i più corrotti” ci spiega a bassa voce nascondendosi dietro il velo marrone che l’avvolge.
Concorda Amal, assistente farmacista di 29 anni, rassegnata di fronte ai problemi del quotidiano. “Non possiamo farci nulla” dice. “Niente è cambiato per noi benestanti, solo l’attesa ai forni”.
Più poetico è invece Badr, un calzolaio copto di 65 anni, che ricorda la canzone della più amata cantante egiziana Oum Kalthom e ci dice “Non c’è più cuore, non c’è più amore nel mondo”.
Non ha invece tempo da perdere in chiacchiere Waleed, un meccanico di 35 anni che ci parla mentre tenta di riparare la portiera di un taxi. “Sono costretto a comprare il pane anche se non mi piace” confessa. “Mia moglie deve preparare i panini per la scuola dei bambini. Si mette in coda ogni mattina al forno vicino a casa e aspetta oltre mezz’ora”.
Ahlama e Rad sono venditori ambulanti di pane. Lei studia ancora, ma nel pomeriggio aiuta il fratello Rad a vendere l’aish baladi. Ci mostra i sacchetti che contengono il pane: “Questo continua a costare 1 LE (0,12 euro), ma prima conteneva 5 pagnotte e adesso ne contiene 4 più piccole”. “Da noi il pane non manca mai e non ci sono file. Siamo più cari rispetto ai forni governativi, dove il pane costa poco, ma a volte non basta per tutti!”
Hagga, un termine religioso di rispetto per le persone anziane, è una donna di 70 anni, proprietaria di un piccolo negozietto di sabbia e cemento. Tutti la conoscono nel quartiere come Ummi Abd Al Nasser (la mamma di Abd Al Nasser). “Prima in una giornata guadagnavo dai 40 ai 50 LE (circa 6 euro), oggi solo 20 LE (3 euro circa)” ci confessa. Un quarto dei suoi guadagni li spende ogni mattina alle sei per comprare il pane. “Mi metto in coda e aspetto il mio turno. Se non c’è abbastanza pane devo mettermi d’accordo con mia figlia per fare due turni o altrimenti non ce lo vendono”.Ha il capo coperto da un lungo velo nero, è piena di rughe e senza denti, ma il suo sguardo è penetrante e la sua dignità incredibile. A bassa voce ci dice “Rabbina ais keda…Dio ha deciso così!”
“Non ci sono code nel mio forno, abbiamo pane in abbondanza!” ci dice Ahmad, il proprietario di un forno che ci mostra orgoglioso. Ma la sua affermazione ci appare un po’ troppo positiva…

  • silvia dogliani
  • Lunedì 30 Giugno 2008

La rivincita del “Dottor Antrace”, oggi scagionato e risarcito

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  • Tags: 11-settembre, antrace, attacchi-microbiologici, Fbi, steven-hatfill
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Hatfill

Il dottor Steven Hatfill, nel 2001 sospettato di essere il mittente delle lettere contenenti antrace

Per qualche mese è stato, subito dietro a Osama Bin Laden, uno dei principali incubi degli americani. Per sette anni ha atteso l’esito di una lunga battaglia legale, con un’accusa infamante sulle spalle: essere il responsabile delle lettere all’antrace, il primo attacco conosciuto di bioterrorismo. Da ieri il dottor Steven Hatfill è un uomo libero. Una corte federale ha accolto la sua richiesta di risarcimento per danni alla privacy e diffamazione. E il Dipartimento di Giustizia e l’Fbi gli dovranno dare 2,8 milioni di dollari subito e 150mila dollari l’anno per i prossimi vent’anni. Un totale di circa 5,8 milioni di dollari di risarcimento. Non pochi, certo, ma Hatfill è un uomo che ha visto la propria carriera e la propria privacy distrutte dal sospetto. Interrogato e sottoposto a sorveglianza 24 ore su 24 per mesi. Ma mai arrestato o incriminato. E sette anni dopo, il giudice federale Reggie B. Walton che ha visionato i memoriali dell’Fbi per l’indagine (ancora in corso) ha dichiarato che “non c’è a suo carico la minima scintilla di prova che lo colleghi alle lettere”.
Hatfill, 54 anni, microbiologo, lavorava su un metodo di contrasto ad attacchi batteriologici per l’esercito nel 2001, all’epoca delle lettere all’antrace. Le missive, piccole buste contenenti spore di una letale sostanza batteriologica, furono inviate nei giorni immediatamente successivi all’attacco alle Torri gemelle, il 17 e 18 settembre. Il mittente (fasullo) era scritto a mano. Causarono 5 morti e contaminarono 17 persone, in maggioranza impiegati delle poste che erano venuti a contatto con la carta contaminata. Si scatenò una psicosi collettiva alimentata montata dalla paranoia sulla minaccia terroristica, con casi di emulatori o mitomani anche in altri Paesi. Le prime indagini seguirono la pista del terrorismo islamico internazionale, ma poi l’origine delle spore venne individuata nel laboratorio militare di Fort Derrick, nel Maryland, proprio dove lavorava Hatfill. Il dottore diventa in breve il principale sospettato. Per una fuga di notizie, anche sui giornali. La sua carriera è finita. Adesso, sette anni dopo, il risarcimento. Ma l’indagine su quelle lettere all’antrace non è ancora conclusa e il mittente non ha ancora un volto.

  • emanuele rossi
  • Lunedì 30 Giugno 2008

Ruslana Korshunova, il mistero della modella morta a New York

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  • Tags: manhattan, modella, Ruslana-Korshunova, suicida
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Ruslana Korshunova
Tragico fine settimana per Ruslana Korshunova, una modella famosa, bella e dolce, di origine kazaca che viveva a New York. È morta dopo essersi gettata dalla finestra, al nono piano del suo appartamento a Manhattan. Sulla disgrazia è stata aperta un’indagine. Alcuni testimoni hanno riferito di averla vista precipitare dal balcone del suo appartamento, intorno alle 14,30 di sabato pomeriggio. Non c’erano segni di lotta o di aggressione nel suo appartamento, la modella sembra essersi suicidata.
E questo è un mistero piu grande. Cosa spinge una giovane donna, apparentemente felice, a buttarsi dalla finestra? Gli ultimi a vedere Ruslana viva sono stati il suo ex ragazzo, Artem Perchenok, e il portiere di notte, Mahmoud Nakeeb. Il primo ha precisato di averla lasciata “tranquilla ” dopo aver trascorso con lei un paio d’ore guardando il film Ghost. Il secondo ha scambiato un veloce saluto nel pomeriggio di venerdì: “Mi sembrava normale”, poi ha aggiunto “era davvero molto gentile. Diceva sempre buongiorno e buonasera”. “Non vedo alcuna ragione” ha detto un altro conoscente “perché dovesse fare una cosa del genere”. Kira Titeneva, la sua migliore amica, nata come lei ad Almaty, ha pianto: “Non prendeva droghe, non beveva, era un angelo, lavorava sempre. Era appena ritornata da Parigi, era al settimo cielo, abbiamo spettegolato al telefono”.
Aveva tutto: successo, apprezzamento della gente, speranze per il futuro. Ruslana, 20 anni, viveva nel mondo della moda dal 2003, quando era arrivata a Manhattan dal Kazakistan grazie all’intuito di Debbie Jones. Ruslana ha lavorato per le migliori agenzie di Mosca, Parigi, Londra e New York, ultimamente per l’agenzia IGM (la stessa di Kate Moss e Heidi Klum) e ha posato per firme famose. Da Marc Jacobs a DKNY, da Vera Wang a Christian Dior. Per cinque anni la modella si è divisa tra pubblicità, copertine, sfilate, servizi fotografici per riviste come Elle e Vogue che l’ha definita “una bellezza fiabesca ed eterna”. Ultimamente aveva iniziato a scrivere poesie, alternando il russo con inglese. “La vita è breve, vìola le sue regole, perdona in fretta, bacia adagio, ama veramente, ridi e non ti rammaricare mai di ciò che ti ha dato gioia”. Un’altra poesia, l’ultima trovata, datata 30 maggio, parla di amore: “L’amore è cieco, t’incendia il cuore. Non confondere l’amore col desiderio. L’amore è sole, il desiderio è solo carne. Il desiderio ti stordisce, l’amore ti dà forza”. E ancora: “L’amore non ti toglie qualcosa per darlo a un altro. È l’essenza della vita. Ma tu non dai la tua vita a un altro”.
E un’altra ancora, che forse rileva uno stato d’ animo non tranquillo: “Mi fa male, come se qualcuno avesse preso una parte di me, l’avesse strappata, calpestata e buttata. Sogno di volare, ma il mio arcobaleno è così lontano”. Il poeta e premio Nobel Joseph Brodsky (nato in URSS e vissuto e morto a New York) ha scritto una volta: “niente vale una vita…”. Ruslana avrebbe potuto realizzare il suo “sogno di volare” in un altro modo e magari trovare il suo arcobaleno. Ormai è troppo tardi.

  • evgeny utkin
  • Lunedì 30 Giugno 2008

G8: le sfide lanciate dal Giappone su ambiente e sviluppo

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Yashuo Fukuda, nuovo presidente del Partito liberaldemocratico (Ldp)
Mancano solo due incontri per concludere l’anno “giapponese” del G8. Dopo i Ministri del Lavoro, dell’Ambiente, della Giustizia, della Finanza e della Scienza, quelli degli Esteri si sono incontrati a Kyoto per discutere, principalmente, di economia, ambiente e sviluppo. Tutto per preparare la strada alla riunione dei Capi di Stato e di governo che si ritroveranno ad Hokkaido dal 7 al 9 luglio. Concluso questo vertice, il Primo Ministro nipponico Yasuo Fukuda passerà il testimone della presidenza del gruppo degli otto grandi al suo omologo italiano.

Relativamente all’economia, il Giappone ha promosso un piano per far fronte ai problemi derivanti dall’eccessivo aumento del prezzo del petrolio e per approfondire la liberalizzazione di commercio e investimenti. Per quel che riguarda l’ambiente, Fukuda ha esposto il “programma per la promozione del raffreddamento della terra”, da sostenere sviluppando nuove tecnologie pulite e potenziando il commercio delle emissioni inquinanti. I leaders del Sol Levante hanno poi sottolineato in più occasioni la necessità di raggiungere nel più breve tempo possibile almeno tre degli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio definiti dalle Nazioni Unite nel 2000 (educazione primaria universale, sostenibilità ambientale e lotta alle malattie). Infine, l’incontro tra i Ministri degli Esteri e quello dei Capi di Stato e di governo a inizio luglio si concentreranno sui problemi della crisi alimentare già messi in risalto dal vertice Fao dei primi di giugno, della proliferazione nucleare, della pace e della sicurezza internazionale.

Temi scottanti, su cui non è detto che i rappresentanti di Canada, Stati Uniti, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e naturalmente Giappone riusciranno a raggiungere una posizione comune.

  • claudia astarita
  • Lunedì 30 Giugno 2008

Zimbabwe, torna Mugabe nello Stato con l’inflazione (ufficiale) al 169mila%

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  • Tags: Morgan-Tsvangirai, Robert-Mugabe, Zimbabwe
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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare
Era stato sconfitto al primo turno. E per conteggiare i voti erano servite settimane. Ma questa volta è diverso: a due giorni dalle elezioni Robert Mugabe ha giurato per la sesta volta come presidente dello Zimbabwe. L’uomo che governa ininterrottamente dal 1980 ha vinto con più di 2 milioni di voti un ballottaggio “solitario”, criticato dalla comunità internazionale. Morgan Tsvangirai, leader del partito di opposizione Mdc, si è ritirato dalla competizione, ma il suo nome era ancora sulle schede. E 233 mila persone l’hanno votato, nonostante un’ondata di violenza scatenata da polizia, soldati e sostenitori di Mugabe. La dinamica del voto è stata talmente poco credibile che perfino gli osservatori del Parlamento Africano, tra i pochissimi ammessi poiché considerati amici, hanno dichiarato che il voto era stato del tutto illegittimo e falsato, e se ne imponeva una ripetizione. Ora l’unica speranza è che parta velocemente, prima che scorra nuovamente il sangue, un negoziato di riavvicinamento tra le parti che dovrebbe essere imposto dall’Unione Africana (Ua): un vertice è in programma da domani a Sharm el Sheik e vi prenderà parte anche Mugabe.
Oggi Tsvangirai ha respinto l’invito del governo a partecipare alla cerimonia per l’inizio del nuovo mandato: “Per quanto mi riguarda questa cerimonia non senso” ha detto il leader dell’Mdc “per cui non posso appoggiare qualcosa alla quale mi oppongo in ogni modo … il mondo intero lo ha condannato, il popolo dello Zimbabwe non gli darà legittimità e appoggio”. Contemporaneamente Tsvangirai ha espresso la sua volontà di trovare una soluzione negoziata al conflitto. “Non ci sono colloqui in corso” ha dichiarato il capo dell’opposizione “ma l’Mdc resta impegnato a trovare una soluzione negoziale per il popolo dello Zimbabwe. Lo mettiamo nelle mani dell’Unione africana, spero che da quel momento si possa mettere in moto un processo che sia accettabile a entrambe le parti”. Anzi, in un’intervista rilasciata al Sunday Telegraph ha proposto un governo di unità nazionale che elabori di comune accordo una nuova carta costituzionale per poi procedere a nuove elezioni libere.

Le critiche dal mondo. È dura la condanna della comunità internazionale. Ieri gli Stati Uniti avevano annunciato iniziative all’Onu per un embargo. E Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, oggi ha dichiarato che “ci stiamo consultando sulle misure da prendere”. Critiche anche dalla Germania. In un’intervista al quotidiano Die Welt il cancelliere tedesco Angela Merkel dice che “le ultime elezioni nello Zimbabwe sono state una farsa”. Secondo le associazioni umanitarie, durante la campagna per il voto almeno 86 persone sono morte e 200mila sono state costrette a fuggire dalle loro case: le vittime sono state colpite per ore e i corpi mutilati. L’ong Medici senza frontiere ha avvistato 450 persone al confine, in fuga dall’instabilità politica. L’affluenza, malgrado le perplessità degli osservatori africani presenti che denunciavano scarse file ai seggi, secondo la Commissione elettorale è stata pari al 42,37%, quasi la stessa registrata al primo turno del 29 marzo scorso, vinto da Tsvangirai.

La crisi dello Zimbabwe. L’inflazione è la più alta del mondo: secondo le statistiche ufficiali arriva al 164mila%, ma per gli economisti avrebbe un valore di 2milioni%. Cifre che esprimono il rapido tracollo dell’economia nazionale dove il potere d’acquisto del denaro è stato polverizzato. Ma il disastro è, se possibile, ancora più profondo. L’aspettativa di vita è diminuita da 63 anni nel 1990 a 41 nel 2005. E un’epidemia di hiv nel quarto Paese al mondo per malati di aids sta mettendo a dura prova il sistema sanitario nazionale, un tempo vanto dello Zimbabwe dove ora torna l’ex maoista Robert Mugabe.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Il mondo condanna il ballottaggio solitario di Mugabe

  • redazione
  • Domenica 29 Giugno 2008

Israele accetta lo scambio di prigionieri con Hezbollah

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  • Tags: Hezbollah, Israele
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I raid di Israele a Gaza
Via libera del governo israeliano allo scambio di prigionieri con Hezbollah, anche se nelle mani del Partito di Dio ci sono solo le spoglie di due soldati morti. Nel luglio del 2006 furono gravemente feriti e catturati due militari dello Stato ebraico: Ehud Goldwasser ed Eldad Regev. Fu proprio la loro cattura a portare due anni fa a 34 giorni di guerra in Libano. In cambio della loro liberazione, Israele ha offerto il rilascio di cinque miliziani libanesi, Samir Kantar, un membro del Fronte per la Liberazione della Palestina che sta scontando 542 anni nelle carceri israeliane per l’uccisione di due uomini e una bimbetta di 4 anni, in un attentato nel 1979. Ma nel corso della riunione di governo, il premier Ehud olmert ha confermato oggi quello che molti temevano: Goldwasser e Regev sono gia’ morti e dunque in patria tornerano solo le loro spoglie. Il premier israeliano Ehud Olmert ha confermato quello che ormai tutti temevano nel Paese: Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, i due militari dello Stato ebraico catturati dal Partito di Dio nel luglio del 2006, sono morti. Il premier tuttavia si è espresso a favore dello scambio. Olmert lo ha reso noto durante il consiglio dei Ministri: prima dell’inizio del meeting, diciotto ministri erano a favore dello scambio e tra quelli che erano in dubbio c’era lo stesso premier. “Ho pensato a lungo sul tema. È un dovere (farlo) prima di una decisione le cui conseguenze faranno parte delle nostre vite quotidiane negli anni avvenire” ha detto Olmert all’inizio della riunione. Nell’incontro, i responsabili dei servizi di sicurezza, Shin bet (Interno) e Mossad (esterno) hanno sottolineato il rischio che lo scambio solleciti nuove catture da parte di Hezbollah, il partito di Dio che sarebbe incentivato a utilizzare i prigionieri come moneta di scambio.

Il VIDEO servizio:

  • redazione
  • Domenica 29 Giugno 2008

Corea, proteste per il ritorno della carne dagli Usa

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  • Tags: carne, Corea
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Scene di guerriglia urbana: oltre 200 persone sono rimaste ferite nella capitale sudcoreana Seul, nel corso di violenti scontri tra polizia e manifestanti che si oppongono alla ripresa delle importazioni di carne bovina americana. Secondo i testimoni la polizia ha fatto uso di idranti e la folla ha risposto brandendo aste di ferro e lanciando sassi. Molti dei feriti hanno subito traumi al capo e sono stato ricoverati, una cinquantina di persone sono state fermate. In queste ultime settimane migliaia di manifestanti hanno protestato contro la ripresa delle importazioni di carne americana (dal 2003 posta sotto embargo a più riprese) accusando il governo di aver sottovalutato e in alcuni casi ignorato le preoccupazioni dei consumatori sui rischi della salute legati al morbo della ‘mucca pazza’, e di essersi piegato davanti all’alleato americano. Le manifestazioni di oggi avvengono all’indomani di una visita del segretario di stato americano Condoleezza Rice che ha cercato di attenuare i timori della popolazione sudcoreana legati alla ripresa dell’import.

  • redazione
  • Domenica 29 Giugno 2008

Il nuovo arcivescovo di Mosca: grandi passi nel dialogo con gli ortodossi

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  • Tags: Alessio-II, Benedetto XVI, Chiesa-Ortodossa, monsignor-paolo-pezzi, papa, Vaticano
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Preti ortodossi di Mosca
Fantasia italiana e prudenza bizantina. Sono le armi vincenti di monsignor Paolo Pezzi e Antonio Mennini, i due ecclesiastici italiani ai quali Benedetto XVI ha affidato il futuro del dialogo con il mondo ortodosso, cui il pontefice tiene moltissimo. Monsignor Mennini, 60 anni è noto alle cronache per aver fatto da tramite tra le Br e la famiglia di Aldo Moro durante i tragici giorni del sequestro: secondo Francesco Cossiga il sacerdote, allora viceparroco, avrebbe addirittura incontrato Moro durante la prigionia. Ora Mennini è rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa. Diplomatico di grande esperienza è molto apprezzato tanto dalle autorità di Mosca, quanto dalla Chiesa ortodossa.

Un deciso cambio di passo nel dialogo con gli ortodossi è avvenuto a partire dallo scorso mese di ottobre, quando il Papa ha nominato arcivescovo di Mosca un altro italiano, monsignor Pezzi, 46 anni, sacerdote della Fraternità di san Carlo Borromeo al posto del polacco Tadeusz Kondrusiewicz, divenuto arcivescovo di Minsk in Bielorussia. Il nuovo “tandem italiano” sembra aver portato fuori dalle secche il dialogo tra cattolici e ortodossi e fa avvicinare sempre di più la data di un possibile incontro tra Benedetto XVI e il Patriarca ortodosso di Mosca, Alessio II. A fine maggio, di ritorno dalla Russia dopo aver consegnato al Patriarca un messaggio del Papa, il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ha parlato senza mezzi termini di una nuova “stagione di dialogo tra cattolici e ortodossi”. Nel frattempo, lo scorso 24 maggio, monsignor Pezzi ha ordinato il suo primo sacerdote cattolico, Nikolaj Vojtechoviã, segno di una Chiesa viva e in crescita. Il 29 giugno Pezzi riceverà in San Pietro, dalle mani di Benedetto XVI, il pallio, una stola di lana bianca ricamata con sei croci nere, riservata agli arcivescovi metropoliti, segno di speciale unione con il Papa. In vista di questo appuntamento, Panorama.it ha intervistato il giovane arcivescovo.

Monsignor Pezzi, il dialogo con il mondo ortodosso è una delle priorità di questo pontificato. Come viene accolta dal Patriarcato di Mosca questa apertura?
Molto positivamente. Mi sembra che la Chiesa ortodossa russa abbia compreso come il tendere alla piena unità tra i cristiani non è un semplice auspicio ma un desiderio profondo e un’autentica tensione spirituale di questo pontificato. Da questo punto di vista sono stati essenziali gli incontri che Benedetto XVI ha avuto con diversi esponenti del Patriarcato di Mosca, a cominciare dal metropolita Kirill.
La presenza di diocesi cattoliche sul territorio russo è ancora fonte di scontro con il Patriarcato di Mosca?

Occorre tener presente che la creazione delle diocesi cattoliche nel territorio della Federazione Russa, avvenuta nel 2002, è stato un momento di passaggio volto a garantire una maggiore stabilità e una struttura organica alla Chiesa cattolica. Questa decisione a suo tempo ha sollevato delle polemiche legate al diverso modo di concepire la propria presenza sul territorio da parte delle due Chiese. A poco a poco mi sembra che anche il Patriarcato di Mosca comprenda come la creazione delle diocesi cattoliche non è stata fatta contro qualcuno ma solo per poter meglio venire incontro alle necessità dei cristiani presenti in un territorio molto vasto e molto variegato dal punto di vista della composizione religiosa.
Le questioni sociali sono la frontiera più promettente del dialogo tra cattolici e ortodossi?

La pubblicazione del documento sui “Fondamenti della dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa”, approvato dal Sinodo dei vescovi ortodossi nel 2000, ha rappresentato un grande passo in avanti per la Chiesa di Mosca. Su molti punti vengono espresse posizioni assolutamente condivisibili anche dai cattolici. In particolare sul riconoscimento del valore della famiglia e sulla difesa della vita. In Russia si discute di una modifica della legge sull’aborto, puntando a ridurne i margini di applicazione per garantire maggior attenzione al nascituro, alla madre e alla sua famiglia. Su questi temi possiamo fare fronte comune. Così come sul tema del lavoro: siamo chiamati a definire insieme cosa significhi nella Russia di oggi essere cristiani nel mondo del lavoro e portare la propria testimonianza.
Il dialogo ecumenico dal basso, al livello dei fedeli, è più avanti di quello che si svolge fra teologi e tra le diverse gerarchie ecclesiali?

Il dialogo procede sempre su entrambi i binari: il livello sociale e quello dottrinale. Naturalmente l’ecumenismo dal basso, quello che chiamiamo il dialogo della vita, procede più spedito perché è chiamato ad affrontare questioni molto concrete. Allo stesso tempo però la carità vissuta aiuta a superare insieme le differenze dottrinali e ideologiche che si sono sedimentate in mille anni di divisioni tra le due Chiese.
La Chiesa cattolica è accusata dal Patriarcato di Mosca di fare proselitismo. In passato questa accusa ha rappresentato un grave ostacolo al dialogo. Ora il giudizio della gerarchia ortodossa sta cambiando?

Penso che molto sia stato dovuto, in passato, ad un’ignoranza reciproca e ad una scarsa volontà di comprendersi, al di là dei casi concreti che pure possono esserci stati. Ai miei sacerdoti ripeto sempre che il proselitismo comincia là dove finisce la missione. Un’autentica azione missionaria della Chiesa non ha mai come scopo quello di andare contro qualcuno per distruggere le sue convinzioni e indurlo con ogni mezzo ad ingrossare le fila del proprio gruppo. Al contrario la missione è la proposta di qualcosa di bello, di grande e di vero che noi abbiamo incontrato nella nostra vita. Nella vera missione si è sempre rispettosi dell’altro. La missione è una forma di carità, il proselitismo invece è l’opposto della carità.
L’ultima domanda è d’obbligo: quando ci sarà finalmente l’incontro tra il Papa e Alessio II?

Non lo sappiamo ancora. Tuttavia vedo un’accelerazione, una crescita del dialogo che rende questo incontro sempre più realizzabile. Ci sono stati, anche in questi ultimi mesi, molti gesti e molti passi significativi tra le due Chiese. Nessuno di questi può ritenersi decisivo ma ciascuno rappresenta una tappa importante che ci avvicina ad un possibile incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca.

  • ignazio.ingrao
  • Domenica 29 Giugno 2008
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