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Corsa all’oro nero, il grande gioco per conquistare nuovi giacimenti

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  • Tags: greggio, oil, oro-nero, petrolio
  • 3 commenti

Un granchio affoga nel petrolio in Corea del Sud

Di Pino Buongiorno

Flash dal mondo del petrolio. A San Paolo del Brasile la compagnia statale Petrobras annuncia di aver scoperto un immenso giacimento di greggio a 7mila metri di profondità, nel bacino Santos, con un potenziale, tutto da verificare, di 33 miliardi di barili. Quanto basterebbe per fare entrare il Brasile nel club dei 10 maggiori esportatori di energia al mondo. Cambiamo continente: a Pointe Noire, in Congo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni firma un accordo con il governo di Brazzaville per ricavare oli non convenzionali dallo sfruttamento delle sabbie bituminose su un’area di 1.790 chilometri quadrati.
Mentre in una sola settimana accade tutto questo, a Parigi l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) fa trapelare i primi risultati shock di una ricerca su 400 fra i megadepositi mondiali di oro nero. Gli esperti dell’Aie sono allarmisti perché prevedono che la futura offerta di petrolio si ridurrà notevolmente. Contro gli attuali 87 milioni di barili consumati ogni giorno, ne occorrerebbero 116 milioni nel 2030 per far fronte alla domanda mondiale, spinta per lo più dalla crescita di Cina e India. Ma per l’esaurimento progressivo dei pozzi e la diminuzione di investimenti si produrranno non più di 100 milioni di barili.

A Washington deputati e senatori tengono quotidianamente sulla graticola i boss di “Big Oil”, i quattro colossi mondiali del petrolio. Li accusano di guadagnare profitti smisurati a scapito degli automobilisti e di spendere troppo poco per nuovi giacimenti e soprattutto per la ricerca di fonti di energia alternative.
Il più bersagliato è il presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, Rex Tillerson, che l’anno scorso ha fatto conquistare alla sua multinazionale un record nella storia del capitalismo: 40,6 miliardi di utili. Per nulla intimorito dalla ribellione dei discendenti Rockefeller, che chiedono “una svolta verde”, Tillerson contrattacca. E punta l’indice contro lo stesso George W. Bush, andato a Riad per chiedere al re saudita di pompare più greggio, quando avrebbe dovuto fare di più per aumentare la produzione negli Stati Uniti, in particolare al largo delle coste della Florida e della California.

Petrolio

“Siamo al momento della verità soprattutto per le compagnie petrolifere” spiega a Panorama Steve LeVine, uno dei principali analisti del settore, autore del best-seller The Oil and the Glory, dedicato al grande gioco del petrolio nel Caucaso (il libro sarà presto pubblicato anche in Italia). “In questo momento c’è una grande ansia e contemporaneamente un certo entusiasmo per la scoperta di pozzi e di risorse non convenzionali, come il petrolio pesante del bacino dell’Orinoco in Venezuela e le sabbie bituminose del Congo e della provincia di Alberta, in Canada. Ma la vera corsa inizierà solo quando le compagnie capiranno a quali nuovi condizioni dovranno trattare con i grandi produttori di petrolio e gas naturale, come Russia, Arabia Saudita e Brasile”.
Di certo, secondo molti esperti, stiamo pagando i 20 anni di benzina a basso costo che hanno frenato, se non bloccato, l’esplorazione e l’estrazione del petrolio: non ne valeva la pena. Oggi gli alti prezzi (il petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile quest’estate e i 200 dollari nel 2009, secondo la Goldman Sachs) dovrebbero spingere in senso contrario. Ma non è sempre così.
È vero che l’Arabia Saudita ha promesso di investire 129 miliardi di dollari in progetti di espansione nei prossimi 5 anni, a cominciare dallo sfruttamento del campo petrolifero di Khurais, con l’obiettivo, già a fine 2009, di aumentare la produzione a 12 milioni di barili al giorno. Altrettanto incontestabile la tendenza che si sta affermando fra i paesi produttori, che controllano il 90 per cento delle riserve mondiali: il nazionalismo energetico. La Russia è in prima fila nel voler tenere alti i prezzi, anche a costo di sacrificare le scoperte di nuovi giacimenti o evitare il declino dei vecchi.
Decisive, poi, le tensioni geopolitiche. Succede in Iraq, secondo paese al mondo per riserve provate, dove bande sunnite e sciite fanno a gara nel bruciare pozzi e minare oleodotti. Accade in Iran, paralizzato dalle sanzioni internazionali. Per non parlare della Nigeria, infestata dalla guerriglia. Nel continente latinoamericano è il Venezuela a non esprimere tutte le sue potenzialità a causa del presidente populista Hugo Chávez, che allontana i grandi investitori.
Quanto al restante 10 per cento, anche in questo caso l’offerta non pareggia la domanda. “L’esplorazione è ripartita con grande vigore. Alcuni importanti successi sono già visibili in Africa e Sud America” assicura Claudio Descalzi, vicedirettore generale della produzione all’Eni. “Però dobbiamo anche scontare la rigidità del sistema industriale: è limitata la disponibilità di piattaforme, di mezzi navali, di cantieri, di acciaierie e, non ultima, di personale specializzato”. Tutto ciò comporta un aumento vertiginoso dei costi per costruire nuovi impianti, finendo per ritardare quasi tutti i progetti più importanti. Come quello di Kashagan.
Gli analisti del Cera, uno dei maggiori centri di ricerca del settore, sono arrivati alla conclusione che, “se nel 2000 un pezzo di equipaggiamento costava mediamente 100 dollari, oggi ne costa 210″.
In buona sostanza, almeno nel breve e nel medio periodo, la questione non è “la fine del petrolio”, ma la sua produzione largamente insufficiente. Per dirla con le parole di John Watson, uno dei capi di Chevron, “il problema dell’oro nero non è sotto la superficie, ma al di sopra”.

  • redazione
  • Lunedì 2 Giugno 2008
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Commenti

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Il 2 Giugno 2008 alle 16:01 lcd1 ha scritto:

Ho scritto ai rettori dei politecnici italiani, ai giornali, agli esperti, ….. niente risposte.
Ma….. l’ecologia, l’energia pulita, le fonti rinnovabili, sono solo una grande IPOCRISIA??
Io ho brevettato una macchina tutta italiana che produce energia elettrica, con le onde del mare, quasi a costo zero.
La mia è una macchina economica molto efficace, che costa pochissimo e che produce tantissimo.
Forse è per questo che non interessa??
Che non è degna neanche di una risposta, anche negativa??

Guardate questo sito : http://digilander.libero.it/lc.....d01/

e….. giudicate Voi.
Grazie.

Il 2 Giugno 2008 alle 18:04 Il prezzo del petrolio non puo’ aumentare per sempre « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:

[...] Inoltre, visto l’elevato prezzo del petrolio, le compagnie petrolifere hanno forti incentivi ad aumentare l’offerta di petrolio. Le compagnie petrolifere stanno esplorando nelle profondita’ degli oceani profondi e in altri posti remoti perche’ l’elevato prezzo del petrolio compensa i loro sforzi e i loro costi elevati. Le compagnie petrolifere sono gia’ in grado di estrarre petrolio dalla sabbia e dalle rocce e, a questi prezzi, ne estrarranno sempre di piu’. [...]

Il 3 Giugno 2008 alle 5:40 esperto seo ha scritto:

Un mio amico ha scritto una canzone che ritengo veramente da ascoltare, che si intitola proprio “Oro Nero”.. vi do il link, ascoltare il parere di un artista così impegnato socialmente secondo me è importante, e poi è estremamente attuale: http://vids.myspace.com/index......D=27697072

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