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Così il cinema americano racconta la guerra in Iraq e Afghanistan

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  • Tags: Afghanistan, iraq, Militari, my-lai, Vietnam
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Baghdad

Pillole antidepressive per affrontare la guerra: il settimanale Time rivela che ne fa uso il 12% dei soldati in Iraq e il 17% di quelli in Afghanistan. E, al ritorno dal conflitto, un reduce su tre continua a prenderle. Alcuni registi americani hanno narrato il disagio dei militari in alcuni film da poco usciti nelle sale cinematografiche: raccontano storie di giovani volontari, spesso idealisti e patriottici, costretti a fare i conti con il campo di battaglia. In Leoni per agnelli due ragazzi ispirati dai discorsi di un professore universitario partono per l’Afghanistan, ma muoiono durante la prima missione sul campo, pochi minuti prima che arrivino dei soccorsi. Nella valle di Elah sono i commilitoni a uccidere un loro amico durante una rissa, dopo il rientro dall’Iraq. In Redacted, ispirato a una storia vera, Brian De Palma racconta le vicende di una pattuglia di soldati americani, soffocati dal caldo e annoiati dalla ripetitività della missione, che decide di stuprare un’adolescente irachena per vendicarsi contro l’uccisione di un loro commilitone.

Il trailer del film “Nella valle di Elah” (in inglese)

Oliver Stone ha annunciato l’inizio delle riprese di Pinkville, un film che narra l’inchiesta di un generale statunitense sul massacro di My Lai, il villaggio vietnamita dove truppe dell’esercito Usa nel 1968 uccisero dai 300 ai 500 civili, per la maggior parte donne e bambini. La strage è subito denunciata da un pilota di 24 anni, Hugh Thompson, che sorvolava l’area con il suo elicottero. È stato poi il reporter Seymour Hersch a rivelare la carneficina all’opinione pubblica mondiale.
Oggi Iraq e Afghanistan, ieri Vietnam. È cambiato qualcosa nel modo di raccontare i conflitti? I film sull’Iraq potrebbero avere lo stesso impatto sulla coscienza collettiva che ebbero le pellicole sul Vietnam? “La differenza sono gli attacchi alle Torri gemelle dell’undici settembre e il desiderio di vendetta degli Stati Uniti” dice il generale Carlo Jean, autore del “Manuale di Geopolitica”. “Ma i valori che ispirano la percezione della guerra sono identici, come l’esaltazione dello spirito patriottico. Nel caso del Vietnam, poi, la storia esce dal dibattito politico perché aumenta la distanza dal presente”. Otto milioni di americani hanno combattuto contro il regime di Ho Chi Minh: in più di quarant’anni i registi americani hanno esplorato aspetti differenti di uno scontro militare che ha segnato una generazione. Contribuendo a diffondere in alcuni casi un sentimento antimilitarista e mettendo a fuoco scene entrate nell’immaginario collettivo: lo shock del soldato “Palla di lardo” durante l’addestramento nei Marines (Full Metal Jacket), la sfida alla roulette russa con le rivoltelle puntate alla testa (Il Cacciatore), l’attacco con gli elicotteri al ritmo della “Cavalcata delle valchirie” (Apocalypse Now). Oltre alle vittime sul campo di battaglia, la guerra è costata agli Stati Uniti 111 miliardi di dollari in otto anni, dal 1964 al 1972 (circa 494 miliardi di dollari di oggi tenendo conto dell’inflazione): all’apice dell’impegno militare erano dispiegati 500mila soldati.

“Un colpo solo”: la roulette russa nel film “Il Cacciatore” (in italiano)

Una squadra di elicotteri OH-6 Cayuse colpisce un villaggio in Vietnam in una scena di “Apocalypse now” (in inglese)

C’è grande attenzione per le difficoltà del reinserimento, come la riabilitazione di un soldato mutilato (Nato il 4 luglio) e il ritorno dei reduci: quest’anno John Rambo sarà sugli schermi con il quarto episodio della serie ambientato in Birmania, a 26 anni di distanza dal primo film, quando urlò disperato: “Non è finito niente”. Oggi sono 7 milioni i veterani negli Stati Uniti dopo il ritiro da Saigon: molti sono riuniti in associazioni come “Vietnam Veterans of America”, attive nella vita politica e culturale del Paese. Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, John McCain, è uno di loro: i nordvietnamini lo hanno tenuto prigioniero e torturato per cinque anni e mezzo.

Il discorso finale del reduce John Rambo: “Non è finito niente” (in italiano)

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 6 Giugno 2008
La colonna sonora di Barack Obama »
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